lunedì, Agosto 31

The News Roundup

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Dalla fine della Guerra Fredda, le relazioni Africa-Russia hanno vissuto trasformazioni profonde. Durante l’era sovietica, Mosca aveva costruito legami politici, militari ed economici con diversi Stati africani, sostenendo movimenti di liberazione nazionale e governi amici. Con il crollo dell’Unione Sovietica…

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World Politics

Roundup

Il Mondo in Pillole

L’Europa si trova a fronteggiare una realtà sempre più complessa e instabile, con crisi internazionali che testano la resilienza e l’efficacia delle sue strategie di sicurezza. Dagli attacchi terroristici ai cyber-attacchi, passando per le tensioni geopolitiche e le crisi migratorie, i paesi europei sono chiamati a collaborare più che mai per proteggere i loro cittadini e garantire la stabilità regionale. Questo articolo esamina le attuali minacce alla sicurezza europea, le risposte già messe in atto e le sfide future che il continente dovrà affrontare per mantenere la pace e la sicurezza alle sue porte.

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Geopolitica

Il fiume Litani è il corso d’acqua più lungo e importante del Libano, un fiume che scorre interamente all’interno dei confini nazionali libanesi ma che, per la sua posizione geografica, è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio simbolo geopolitico. Conosciuto nell’antichità con il nome greco di Leontes, il Litani non è soltanto una risorsa idrica vitale per l’agricoltura, l’energia e l’approvvigionamento d’acqua del Libano, ma rappresenta anche una linea di riferimento strategica nei rapporti, spesso conflittuali, tra Libano e Israele.

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Il Nagorno Karabakh è una regione montuosa situata nel Caucaso meridionale, nota per essere al centro di un lungo e complesso conflitto tra Armenia e Azerbaijan. Storicamente abitato principalmente da armeni etnici, il territorio è internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaijan. Tuttavia, sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la regione ha vissuto tensioni etniche e politiche che hanno portato a violenti conflitti, inclusa una guerra a piena scala nei primi anni ’90 e rinnovate ostilità nel 2020. Il conflitto è caratterizzato da questioni di autodecisione, sovranità nazionale e interessi geopolitici, coinvolgendo potenze regionali e internazionali nel tentativo di mediare una pace duratura.

Gli Accordi di Abramo rappresentano uno dei più significativi avanzamenti nelle relazioni diplomatiche del Medio Oriente degli ultimi decenni, segnando un momento storico di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Firmati nel 2020 con l’obiettivo di promuovere la pace, la stabilità e la cooperazione economica nella regione, questi accordi hanno aperto nuove prospettive per un clima di dialogo e collaborazione tra nazioni che storicamente hanno vissuto tensioni e conflitti. In questo articolo, esploreremo il contesto di formazione, gli obiettivi, i principali attori coinvolti e le sfide future degli Accordi di Abramo.

Le zone SAR (Search and Rescue, ovvero ricerca e soccorso) rappresentano aree geografiche ben definite in cui uno Stato assume la responsabilità di coordinare le operazioni di soccorso in mare o nello spazio aereo. Si tratta di un elemento fondamentale del diritto internazionale marittimo e aeronautico, nato dall’esigenza di garantire assistenza tempestiva a chiunque si trovi in pericolo, indipendentemente dalla nazionalità o dalle circostanze.

La Lega Araba è stata creata il 22 marzo 1945, a causa delle crescenti esigenze di collaborazione tra gli stati arabi, soprattutto in un periodo di fine colonizzazione e di affermazione dell’indipendenza nazionale. Le nazioni fondatrici includevano Egitto, Iraq, Transgiordania (oggi Giordania), Libano e Siria. A partire da quegli anni, molti altri paesi si sono uniti all’organizzazione, rafforzando il suo ruolo politico e culturale nella regione.

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Middle East News

Due droni di fabbricazione iraniana hanno colpito nelle prime ore di lunedì l’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, e la residenza del direttore dell’agenzia di intelligence regionale Parastin. L’attacco, avvenuto a Erbil, non ha provocato vittime, ma è stato immediatamente definito dalle autorità curde come una grave escalation e una violazione della sovranità irachena.

Il fiume Litani è il corso d’acqua più lungo e importante del Libano, un fiume che scorre interamente all’interno dei confini nazionali libanesi ma che, per la sua posizione geografica, è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio simbolo geopolitico. Conosciuto nell’antichità con il nome greco di Leontes, il Litani non è soltanto una risorsa idrica vitale per l’agricoltura, l’energia e l’approvvigionamento d’acqua del Libano, ma rappresenta anche una linea di riferimento strategica nei rapporti, spesso conflittuali, tra Libano e Israele.

I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.

Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.

Il Corridoio di Zangezur continua a rappresentare il nodo centrale delle dispute tra Armenia e Azerbaigian, segnando il confine tra aspirazioni territoriali, sicurezza regionale e interessi geopolitici di potenze vicine e globali. Dopo la vittoria azera sul Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la dissoluzione della repubblica indipendentista dell’Artsakh, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev ha dichiarato di voler chiudere definitivamente le contese territoriali con Yerevan. Tuttavia, la questione infrastrutturale tra il territorio principale dell’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan, separata dalla regione armena di Syunik, resta irrisolta: la creazione di un corridoio extraterritoriale in Armenia rimane un obiettivo strategico di Baku e del suo alleato turco, Recep Tayyip Erdoğan.

Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco ingiustificato e non provocato contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury dagli USA e Rising Lion da Israele, è emerso chiaramente il carattere dell’offensiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti su larga scala volta a smantellare sistematicamente lo Stato iraniano e a soggiogare l’intera popolazione. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, hanno avviato una guerra i cui esiti non sono né prevedibili né controllabili. Le loro azioni contengono elementi di irrazionalità, ma questa irrazionalità affonda le radici in decenni di aggressioni in Medio Oriente, e in particolare contro l’Iran.

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L’espressione interesse nazionale è tra le più utilizzate e, al tempo stesso, tra le più fraintese del lessico politico contemporaneo. In Italia, più che altrove, il termine è stato spesso caricato di significati ideologici, fino a diventare oggetto di una contrapposizione che ne ha oscurato il valore analitico. Eppure, ogni Stato, indipendentemente dalla forma di governo o dall’orientamento politico delle sue classi dirigenti, agisce sulla base di un insieme di interessi permanenti che ne guidano le scelte interne ed esterne.

Nel panorama politico del XX secolo, poche figure hanno lasciato un’impronta tanto profonda e controversa quanto Margaret Thatcher, la “Iron Lady” che guidò il Regno Unito per oltre un decennio trasformandone economia, società e ruolo internazionale. Tra gli eventi che segnarono la sua leadership, la guerra delle Falkland del 1982 rappresenta uno spartiacque decisivo: un conflitto breve ma intensissimo, capace di ribaltare il suo consenso interno e ridefinire l’immagine della Gran Bretagna nel mondo.

Negli anni della Guerra Fredda, la politica estera degli Stati Uniti fu segnata da uno degli scandali più controversi e complessi della sua storia: l’Iran-Contra, noto anche come Irangate. Un intreccio di operazioni segrete, violazioni della legge e strategie geopolitiche che mise in luce i limiti e le contraddizioni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Lo scandalo esplose ufficialmente nel 1986, ma le sue radici affondano negli anni precedenti, tra Medio Oriente e America Latina, in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela non nasce da un singolo evento, ma trova nella contrapposizione tra Donald Trump e Nicolás Maduro il suo punto di rottura. Le relazioni tra USA e Venezuela erano già diventate tese a partire dalla prima elezione a presidente di Hugo Chávez nel 1998, artefice della svolta socialista del Paese attraverso la cosiddetta “rivoluzione bolivariana”. Questa ideologia, opposta a quella statunitense, si basava su un programma politico di sinistra fondato sulla lotta alla corruzione e alla povertà. Chávez si avvicinò progressivamente a Russia, Cina e Iran, tradizionali avversari di Washington.

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L’espressione interesse nazionale è tra le più utilizzate e, al tempo stesso, tra le più fraintese del lessico politico contemporaneo. In Italia, più che altrove, il termine è stato spesso caricato di significati ideologici, fino a diventare oggetto di una contrapposizione che ne ha oscurato il valore analitico. Eppure, ogni Stato, indipendentemente dalla forma di governo o dall’orientamento politico delle sue classi dirigenti, agisce sulla base di un insieme di interessi permanenti che ne guidano le scelte interne ed esterne.

Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.

La guerra contemporanea viene sempre meno raccontata e sempre più esposta. Scorre sugli schermi sotto forma di immagini, video, montaggi, flussi emotivi. Viene condivisa, rilanciata, reinterpretata, talvolta persino estetizzata. Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto una forma diversa e più radicale.