sabato, Settembre 12

The News Roundup

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Per secoli la geografia del potere è stata relativamente semplice: chi controllava un territorio controllava le sue risorse, le sue infrastrutture e, in larga misura, le persone che lo abitavano. Il confine rappresentava il limite della sovranità. Dentro quel limite lo Stato esercitava la propria autorità; fuori cominciava quella degli altri. Il cyberspazio ha cominciato a rompere questa geometria.

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World Politics

Roundup

Il Mondo in Pillole

Il vertice dei BRICS in programma a Rio de Janeiro si prepara ad accogliere un’Italia di leader internazionali molto diverso rispetto alle edizioni passate. Questa volta, le assenze di Xi Jinping e Vladimir Putin testimoniano un momento di profonda crisi nel panorama geopolitico globale. Motivi diversi ma convergenti, tra tensioni tra Cina e Occidente e questioni legali che coinvolgono Mosca, hanno portato i due leader a disertare l’importante meeting.

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Geopolitica

Il fiume Litani è il corso d’acqua più lungo e importante del Libano, un fiume che scorre interamente all’interno dei confini nazionali libanesi ma che, per la sua posizione geografica, è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio simbolo geopolitico. Conosciuto nell’antichità con il nome greco di Leontes, il Litani non è soltanto una risorsa idrica vitale per l’agricoltura, l’energia e l’approvvigionamento d’acqua del Libano, ma rappresenta anche una linea di riferimento strategica nei rapporti, spesso conflittuali, tra Libano e Israele.

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Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più strategici e delicati al mondo, svolgendo un ruolo fondamentale nel commercio internazionale di energia. La sua storia ricca di vicende storiche e le tensioni geopolitiche tra potenze regionali e mondiali evidenziano l’importanza di questa strettoia, che rappresenta un nodo critico per la stabilità economica e politica globale.

La Cirenaica, ubicata nell’est dell’indipendente Libia, è una regione ricca di storia, cultura e risorse naturali, che svolge un ruolo fondamentale nel destino del paese. Nonostante le sfide di natura politica e sociale, questa regione continua a mantenere un forte senso di identità e rappresenta un elemento chiave nel complesso mosaico libico.

La West Bank, conosciuta anche come Cisgiordania, è una regione di fondamentale importanza nel cuore del Medio Oriente. Situata a ovest del fiume Giordano, questa area rappresenta uno dei centri nevralgici del conflitto israelo-palestinese, con una storia ricca e complessa che si intreccia con questioni di identità, religione e sovranità. In questo articolo, esploreremo la posizione geografica della Cisgiordania, le sue origini storiche e il ruolo centrale che riveste nel contesto politico regionale.

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Middle East News

Due droni di fabbricazione iraniana hanno colpito nelle prime ore di lunedì l’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, e la residenza del direttore dell’agenzia di intelligence regionale Parastin. L’attacco, avvenuto a Erbil, non ha provocato vittime, ma è stato immediatamente definito dalle autorità curde come una grave escalation e una violazione della sovranità irachena.

Il fiume Litani è il corso d’acqua più lungo e importante del Libano, un fiume che scorre interamente all’interno dei confini nazionali libanesi ma che, per la sua posizione geografica, è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio simbolo geopolitico. Conosciuto nell’antichità con il nome greco di Leontes, il Litani non è soltanto una risorsa idrica vitale per l’agricoltura, l’energia e l’approvvigionamento d’acqua del Libano, ma rappresenta anche una linea di riferimento strategica nei rapporti, spesso conflittuali, tra Libano e Israele.

I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.

Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.

Il Corridoio di Zangezur continua a rappresentare il nodo centrale delle dispute tra Armenia e Azerbaigian, segnando il confine tra aspirazioni territoriali, sicurezza regionale e interessi geopolitici di potenze vicine e globali. Dopo la vittoria azera sul Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la dissoluzione della repubblica indipendentista dell’Artsakh, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev ha dichiarato di voler chiudere definitivamente le contese territoriali con Yerevan. Tuttavia, la questione infrastrutturale tra il territorio principale dell’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan, separata dalla regione armena di Syunik, resta irrisolta: la creazione di un corridoio extraterritoriale in Armenia rimane un obiettivo strategico di Baku e del suo alleato turco, Recep Tayyip Erdoğan.

Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco ingiustificato e non provocato contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury dagli USA e Rising Lion da Israele, è emerso chiaramente il carattere dell’offensiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti su larga scala volta a smantellare sistematicamente lo Stato iraniano e a soggiogare l’intera popolazione. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, hanno avviato una guerra i cui esiti non sono né prevedibili né controllabili. Le loro azioni contengono elementi di irrazionalità, ma questa irrazionalità affonda le radici in decenni di aggressioni in Medio Oriente, e in particolare contro l’Iran.

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L’espressione interesse nazionale è tra le più utilizzate e, al tempo stesso, tra le più fraintese del lessico politico contemporaneo. In Italia, più che altrove, il termine è stato spesso caricato di significati ideologici, fino a diventare oggetto di una contrapposizione che ne ha oscurato il valore analitico. Eppure, ogni Stato, indipendentemente dalla forma di governo o dall’orientamento politico delle sue classi dirigenti, agisce sulla base di un insieme di interessi permanenti che ne guidano le scelte interne ed esterne.

Nel panorama politico del XX secolo, poche figure hanno lasciato un’impronta tanto profonda e controversa quanto Margaret Thatcher, la “Iron Lady” che guidò il Regno Unito per oltre un decennio trasformandone economia, società e ruolo internazionale. Tra gli eventi che segnarono la sua leadership, la guerra delle Falkland del 1982 rappresenta uno spartiacque decisivo: un conflitto breve ma intensissimo, capace di ribaltare il suo consenso interno e ridefinire l’immagine della Gran Bretagna nel mondo.

Negli anni della Guerra Fredda, la politica estera degli Stati Uniti fu segnata da uno degli scandali più controversi e complessi della sua storia: l’Iran-Contra, noto anche come Irangate. Un intreccio di operazioni segrete, violazioni della legge e strategie geopolitiche che mise in luce i limiti e le contraddizioni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Lo scandalo esplose ufficialmente nel 1986, ma le sue radici affondano negli anni precedenti, tra Medio Oriente e America Latina, in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela non nasce da un singolo evento, ma trova nella contrapposizione tra Donald Trump e Nicolás Maduro il suo punto di rottura. Le relazioni tra USA e Venezuela erano già diventate tese a partire dalla prima elezione a presidente di Hugo Chávez nel 1998, artefice della svolta socialista del Paese attraverso la cosiddetta “rivoluzione bolivariana”. Questa ideologia, opposta a quella statunitense, si basava su un programma politico di sinistra fondato sulla lotta alla corruzione e alla povertà. Chávez si avvicinò progressivamente a Russia, Cina e Iran, tradizionali avversari di Washington.

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L’espressione interesse nazionale è tra le più utilizzate e, al tempo stesso, tra le più fraintese del lessico politico contemporaneo. In Italia, più che altrove, il termine è stato spesso caricato di significati ideologici, fino a diventare oggetto di una contrapposizione che ne ha oscurato il valore analitico. Eppure, ogni Stato, indipendentemente dalla forma di governo o dall’orientamento politico delle sue classi dirigenti, agisce sulla base di un insieme di interessi permanenti che ne guidano le scelte interne ed esterne.

Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.

La guerra contemporanea viene sempre meno raccontata e sempre più esposta. Scorre sugli schermi sotto forma di immagini, video, montaggi, flussi emotivi. Viene condivisa, rilanciata, reinterpretata, talvolta persino estetizzata. Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto una forma diversa e più radicale.