giovedì, Ottobre 29

Il confronto tra Ossezia del Sud e Kosovo rappresenta uno dei punti più rivelatori delle ambiguità strutturali del principio di autodeterminazione dei popoli nel sistema internazionale contemporaneo. Entrambi i casi affondano le loro radici nella dissoluzione dell’ordine jugoslavo e sovietico, entrambi emergono da conflitti etnico-politici precedenti al collasso degli Stati centrali di riferimento, ed entrambi sono stati segnati da violenze intercomunitarie, interventi esterni e lunghi periodi di amministrazione o protezione internazionale. Tuttavia, l’esito politico e giuridico dei due percorsi è stato profondamente divergente, non per differenze sostanziali nei presupposti storici o nelle dinamiche del conflitto, ma per la diversa collocazione geopolitica degli attori coinvolti.

Per secoli la geografia del potere è stata relativamente semplice: chi controllava un territorio controllava le sue risorse, le sue infrastrutture e, in larga misura, le persone che lo abitavano. Il confine rappresentava il limite della sovranità. Dentro quel limite lo Stato esercitava la propria autorità; fuori cominciava quella degli altri. Il cyberspazio ha cominciato a rompere questa geometria.

World Politics

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Roundup

Il Mondo in Pillole

Le elezioni in Algeria rappresentano un momento cruciale non solo per il paese, ma per l’intero panorama politico africano. Con una storia ricca di leadership di rilievo e un ruolo strategico nel continente, l’Algeria si prepara a scegliere i suoi nuovi dirigenti. Tra le pressanti sfide economiche e sociali, il popolo algerino guarda alle elezioni come un’opportunità per realizzare il cambiamento e garantire stabilità e progresso. Dal lascito di figure storiche come Abdelaziz Bouteflika, il percorso politico algerino continua a intrecciarsi con quello di un’Africa in evoluzione.

Geopolitica

Il fiume Litani è il corso d’acqua più lungo e importante del Libano, un fiume che scorre interamente all’interno dei confini nazionali libanesi ma che, per la sua posizione geografica, è diventato negli ultimi decenni un vero e proprio simbolo geopolitico. Conosciuto nell’antichità con il nome greco di Leontes, il Litani non è soltanto una risorsa idrica vitale per l’agricoltura, l’energia e l’approvvigionamento d’acqua del Libano, ma rappresenta anche una linea di riferimento strategica nei rapporti, spesso conflittuali, tra Libano e Israele.

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L’amministrazione di Donald Trump ha annunciato una delle mosse ambientali più radicali degli ultimi decenni: la revoca del presupposto scientifico che permetteva all’Environmental Protection Agency di regolare i gas serra sotto il Clean Air Act. In pratica non si riconosce il problema, quindi si rende superfluo occuparsene. La realtà climatica diventa un’opinione amministrativa.

Dopo anni di negoziati sotto la mediazione statunitense, Libano e Israele hanno finalmente raggiunto un accordo sul confine marittimo, risolvendo una disputa che durava da oltre dodici anni. Questo accordo, incentrato sulle ambite risorse di gas naturale nel Mediterraneo orientale, non solo apre la strada a nuove opportunità economiche ma rappresenta anche un’importante mossa verso la stabilizzazione di relazioni tese. Anche se una normalizzazione diplomatica completa resta lontana, questa intesa segna un passo significativo verso un futuro di relazioni più costruttive nella regione.

Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.

Il Corridoio di Zangezur continua a rappresentare il nodo centrale delle dispute tra Armenia e Azerbaigian, segnando il confine tra aspirazioni territoriali, sicurezza regionale e interessi geopolitici di potenze vicine e globali. Dopo la vittoria azera sul Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la dissoluzione della repubblica indipendentista dell’Artsakh, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev ha dichiarato di voler chiudere definitivamente le contese territoriali con Yerevan. Tuttavia, la questione infrastrutturale tra il territorio principale dell’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan, separata dalla regione armena di Syunik, resta irrisolta: la creazione di un corridoio extraterritoriale in Armenia rimane un obiettivo strategico di Baku e del suo alleato turco, Recep Tayyip Erdoğan.

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Middle East News

I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.

Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco ingiustificato e non provocato contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury dagli USA e Rising Lion da Israele, è emerso chiaramente il carattere dell’offensiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti su larga scala volta a smantellare sistematicamente lo Stato iraniano e a soggiogare l’intera popolazione. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, hanno avviato una guerra i cui esiti non sono né prevedibili né controllabili. Le loro azioni contengono elementi di irrazionalità, ma questa irrazionalità affonda le radici in decenni di aggressioni in Medio Oriente, e in particolare contro l’Iran.

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sullo stretto di Hormuz, cruciale via di transito del petrolio mediorientale, un altro passaggio marittimo strategico sta assumendo un ruolo sempre più delicato: Bab el-Mandeb. Questo stretto collega il Mar Rosso al golfo di Aden e, più a valle, all’Oceano Indiano, rappresentando un vero e proprio collo di bottiglia per il commercio globale. La sua importanza è tale che, in condizioni normali, vi transita circa il 12% del petrolio mondiale, rendendolo vitale non solo per i paesi del Medio Oriente, ma anche per l’Europa e l’Italia, che dipendono dal canale di Suez per il trasporto di materie prime ed energia.

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La Transnistria è una regione situata lungo il tratto di fiume Dniester, nel nord-est della Moldavia, riconosciuta ufficialmente come parte del paese, ma de facto controllata da autorità indipendenti. La regione ha una storia complessa e una situazione geopolitica delicata che continua a influenzare la stabilità dell’area.

Nel panorama politico del XX secolo, poche figure hanno lasciato un’impronta tanto profonda e controversa quanto Margaret Thatcher, la “Iron Lady” che guidò il Regno Unito per oltre un decennio trasformandone economia, società e ruolo internazionale. Tra gli eventi che segnarono la sua leadership, la guerra delle Falkland del 1982 rappresenta uno spartiacque decisivo: un conflitto breve ma intensissimo, capace di ribaltare il suo consenso interno e ridefinire l’immagine della Gran Bretagna nel mondo.

Negli anni della Guerra Fredda, la politica estera degli Stati Uniti fu segnata da uno degli scandali più controversi e complessi della sua storia: l’Iran-Contra, noto anche come Irangate. Un intreccio di operazioni segrete, violazioni della legge e strategie geopolitiche che mise in luce i limiti e le contraddizioni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Lo scandalo esplose ufficialmente nel 1986, ma le sue radici affondano negli anni precedenti, tra Medio Oriente e America Latina, in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

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Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.

La guerra contemporanea viene sempre meno raccontata e sempre più esposta. Scorre sugli schermi sotto forma di immagini, video, montaggi, flussi emotivi. Viene condivisa, rilanciata, reinterpretata, talvolta persino estetizzata. Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto una forma diversa e più radicale.

Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto in Medio Oriente non ha cambiato soltanto gli equilibri geopolitici: ha trasformato il confine stesso di ciò che consideriamo accettabile. Bombardamenti, assassinii mirati, rappresaglie regionali, distruzione urbana e linguaggi un tempo impensabili sono entrati progressivamente nel dibattito pubblico come elementi ordinari della cronaca quotidiana. Attraverso la lente della Finestra di Overton, il modello che descrive come le idee estreme possano diventare socialmente tollerabili, questo articolo analizza come Israele, Iran e Occidente abbiano spostato simultaneamente le proprie soglie morali e narrative, costruendo due realtà parallele incapaci ormai persino di condividere lo stesso vocabolario.