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Ad aprile 2026, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha guidato una missione diplomatica in Cina tra le più dense e significative degli ultimi anni. In agenda: la Commissione economica mista Italia-Cina, l’inaugurazione della mostra “Da Leonardo da Vinci a Caravaggio” a Pechino, il lancio della nuova rotta aerea Venezia-Pechino, un piano sull’e-commerce e una nuova strategia per l’export del Made in Italy. Ma anche geopolitica: la richiesta alla Cina di sostenere la pace in Ucraina e in Medio Oriente. Un viaggio che racconta molto di come l’Italia intende stare nel mondo — e di come la cultura sia diventata uno strumento di politica estera a tutti gli effetti.
Per secoli la geografia del potere è stata relativamente semplice: chi controllava un territorio controllava le sue risorse, le sue infrastrutture e, in larga misura, le persone che lo abitavano. Il confine rappresentava il limite della sovranità. Dentro quel limite lo Stato esercitava la propria autorità; fuori cominciava quella degli altri. Il cyberspazio ha cominciato a rompere questa geometria.
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Il Mondo in Pillole
Il Trattato di Manila, firmato nel 1989, rappresenta un momento cruciale per la regolamentazione internazionale della proprietà intellettuale. Questa convenzione ha stabilito standard uniformi e leggi condivise, favorendo il commercio e l’innovazione a livello globale. In un contesto di crescente interdipendenza economica, il Trattato di Manila ha contribuito a creare un ambiente di maggiore tutela e sicurezza per inventori, creatori e aziende di tutto il mondo.
Geopolitica
Crisi energetica globale: perché guerre e politica internazionale influenzano le bollette
L’energia è diventata uno dei principali strumenti di pressione nella politica internazionale. Le tensioni tra grandi potenze, i conflitti regionali e le nuove strategie commerciali stanno modificando profondamente il mercato energetico mondiale.
Il 17 febbraio 2026, nel corso dei colloqui indiretti a Ginevra mediati dall’Oman, il ministro degli esteri iraniano Araghchi dichiarava che Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa su alcuni principi guida. Un funzionario statunitense parlava di progressi limitati ma reali. Undici giorni dopo, il 28 febbraio, mentre gli attacchi statunitensi e israeliani colpivano obiettivi iraniani su larga scala, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi era ancora impegnato in una mediazione attiva tra Washington e Teheran. Il suo comunicato di condanna è arrivato a conflitto già avviato: i negoziati erano stati interrotti senza preavviso, mentre erano formalmente aperti.
Il Libano afferma che Shebaa dovrebbe essere un territorio libanese, mentre Israele mantiene che si tratta di un territorio siriano occupato. La questione di Shebaa è uno dei motivi di tensione tra Israele e Hezbollah, il quale considera questa regione come parte del Libano e utilizza questa disputa per giustificare le sue operazioni militari nella zona. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 1701 del 2006, ha chiesto il ritiro israeliano dal Libano e ha riconosciuto Shebaa come territorio siriano occupato, anche se Hezbollah e alcune altre parti continuano a rivendicarla come territorio libanese.
Le operazioni militari di Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico, hanno rappresentato uno dei momenti più intensi e decisive del conflitto libico. Nel 2019-2020, Haftar ha guidato un’offensiva su larga scala contro le forze di Tripoli, con l’obiettivo di conquistare la capitale e stabilire un governo controllato dalle sue milizie.
Il Sub-Sahara africano sta vivendo una trasformazione demografica senza precedenti, che nei prossimi decenni avrà…
Middle East News
La crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele continua a intensificarsi, con nuovi sviluppi militari e diplomatici che alimentano un clima di crescente instabilità internazionale. Nella notte, siti governativi sull’isola strategica di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, sono stati colpiti…
I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.
Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.
Il Corridoio di Zangezur continua a rappresentare il nodo centrale delle dispute tra Armenia e Azerbaigian, segnando il confine tra aspirazioni territoriali, sicurezza regionale e interessi geopolitici di potenze vicine e globali. Dopo la vittoria azera sul Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la dissoluzione della repubblica indipendentista dell’Artsakh, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev ha dichiarato di voler chiudere definitivamente le contese territoriali con Yerevan. Tuttavia, la questione infrastrutturale tra il territorio principale dell’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan, separata dalla regione armena di Syunik, resta irrisolta: la creazione di un corridoio extraterritoriale in Armenia rimane un obiettivo strategico di Baku e del suo alleato turco, Recep Tayyip Erdoğan.
Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco ingiustificato e non provocato contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury dagli USA e Rising Lion da Israele, è emerso chiaramente il carattere dell’offensiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti su larga scala volta a smantellare sistematicamente lo Stato iraniano e a soggiogare l’intera popolazione. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, hanno avviato una guerra i cui esiti non sono né prevedibili né controllabili. Le loro azioni contengono elementi di irrazionalità, ma questa irrazionalità affonda le radici in decenni di aggressioni in Medio Oriente, e in particolare contro l’Iran.
Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sullo stretto di Hormuz, cruciale via di transito del petrolio mediorientale, un altro passaggio marittimo strategico sta assumendo un ruolo sempre più delicato: Bab el-Mandeb. Questo stretto collega il Mar Rosso al golfo di Aden e, più a valle, all’Oceano Indiano, rappresentando un vero e proprio collo di bottiglia per il commercio globale. La sua importanza è tale che, in condizioni normali, vi transita circa il 12% del petrolio mondiale, rendendolo vitale non solo per i paesi del Medio Oriente, ma anche per l’Europa e l’Italia, che dipendono dal canale di Suez per il trasporto di materie prime ed energia.
La Transnistria è una regione situata lungo il tratto di fiume Dniester, nel nord-est della Moldavia, riconosciuta ufficialmente come parte del paese, ma de facto controllata da autorità indipendenti. La regione ha una storia complessa e una situazione geopolitica delicata che continua a influenzare la stabilità dell’area.
Nel panorama politico del XX secolo, poche figure hanno lasciato un’impronta tanto profonda e controversa quanto Margaret Thatcher, la “Iron Lady” che guidò il Regno Unito per oltre un decennio trasformandone economia, società e ruolo internazionale. Tra gli eventi che segnarono la sua leadership, la guerra delle Falkland del 1982 rappresenta uno spartiacque decisivo: un conflitto breve ma intensissimo, capace di ribaltare il suo consenso interno e ridefinire l’immagine della Gran Bretagna nel mondo.
Negli anni della Guerra Fredda, la politica estera degli Stati Uniti fu segnata da uno degli scandali più controversi e complessi della sua storia: l’Iran-Contra, noto anche come Irangate. Un intreccio di operazioni segrete, violazioni della legge e strategie geopolitiche che mise in luce i limiti e le contraddizioni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Lo scandalo esplose ufficialmente nel 1986, ma le sue radici affondano negli anni precedenti, tra Medio Oriente e America Latina, in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela non nasce da un singolo evento, ma trova nella contrapposizione tra Donald Trump e Nicolás Maduro il suo punto di rottura. Le relazioni tra USA e Venezuela erano già diventate tese a partire dalla prima elezione a presidente di Hugo Chávez nel 1998, artefice della svolta socialista del Paese attraverso la cosiddetta “rivoluzione bolivariana”. Questa ideologia, opposta a quella statunitense, si basava su un programma politico di sinistra fondato sulla lotta alla corruzione e alla povertà. Chávez si avvicinò progressivamente a Russia, Cina e Iran, tradizionali avversari di Washington.
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Pillole di Storia
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L’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di una nuova coalizione militare marittima internazionale con l’obiettivo di garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso, nello stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, tre delle rotte commerciali più importanti al mondo per il trasporto di energia e merci.
Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.
La guerra contemporanea viene sempre meno raccontata e sempre più esposta. Scorre sugli schermi sotto forma di immagini, video, montaggi, flussi emotivi. Viene condivisa, rilanciata, reinterpretata, talvolta persino estetizzata. Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto una forma diversa e più radicale.
Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto in Medio Oriente non ha cambiato soltanto gli equilibri geopolitici: ha trasformato il confine stesso di ciò che consideriamo accettabile. Bombardamenti, assassinii mirati, rappresaglie regionali, distruzione urbana e linguaggi un tempo impensabili sono entrati progressivamente nel dibattito pubblico come elementi ordinari della cronaca quotidiana. Attraverso la lente della Finestra di Overton, il modello che descrive come le idee estreme possano diventare socialmente tollerabili, questo articolo analizza come Israele, Iran e Occidente abbiano spostato simultaneamente le proprie soglie morali e narrative, costruendo due realtà parallele incapaci ormai persino di condividere lo stesso vocabolario.