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Vladimir Putin, nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1952, è una delle figure politiche più influenti e controverse del XXI secolo. La sua carriera inizia nel KGB, il servizio di sicurezza dell’URSS, dove matura un’esperienza che segnerà il suo approccio politico. Nel 1999, diventa Primo Ministro della Russia e poi Presidente nel 2000. Sotto la sua leadership, la Russia ha attraversato periodi di crescita economica e di ascesa geopolitica ma anche di repressione politica e accuse di corruzione. La sua politica estera ha suscitato tensioni internazionali, specialmente con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Putin è noto per il suo stile autoritario e il consolidamento del potere, che ha indebolito le istituzioni democratiche in Russia. Nonostante le critiche, mantiene un grande supporto interno grazie a una narrativa che esalta il nazionalismo russo.
Per secoli la geografia del potere è stata relativamente semplice: chi controllava un territorio controllava le sue risorse, le sue infrastrutture e, in larga misura, le persone che lo abitavano. Il confine rappresentava il limite della sovranità. Dentro quel limite lo Stato esercitava la propria autorità; fuori cominciava quella degli altri. Il cyberspazio ha cominciato a rompere questa geometria.
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Il Mondo in Pillole
L’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) è stata fondata nel 1969, in seguito all’incendio della moschea di Al-Aqsa, con l’obiettivo di unire e rappresentare i Paesi musulmani nel mondo. Conta oggi 57 membri ed è la seconda organizzazione intergovernativa più grande dopo l’ONU. Sebbene si occupi di diplomazia, diritti umani, educazione e sviluppo, l’OIC è spesso criticata per la sua scarsa efficacia pratica, a causa delle divisioni interne tra gli Stati membri. Nonostante ciò, resta un’importante piattaforma di dialogo e cooperazione nel mondo islamico.
Geopolitica
Crisi energetica globale: perché guerre e politica internazionale influenzano le bollette
L’energia è diventata uno dei principali strumenti di pressione nella politica internazionale. Le tensioni tra grandi potenze, i conflitti regionali e le nuove strategie commerciali stanno modificando profondamente il mercato energetico mondiale.
Nel panorama delle scienze politiche, pochi pensatori hanno avuto un impatto così profondo e duraturo come John Mearsheimer. Questo politologo statunitense ha rivoluzionato la comprensione delle dinamiche internazionali, offrendo un’analisi realistica e critica delle strategie di potere degli Stati. Con una carriera dedicata allo studio del ruolo delle grandi potenze e della geopolitica, Mearsheimer mette in discussione le narrazioni più ottimistiche sull’ordine mondiale, evidenziando come la ricerca di sicurezza e dominio possa portare a tensioni e conflitti globali.
Lo Stretto di Tiran, un passaggio marittimo strategico situato tra l’Egitto e l’isola di Tiran, riveste un ruolo cruciale nella geopolitica del Medio Oriente e a livello globale. Nonostante le sue dimensioni contenute, il suo controllo e la libertà di navigazione attraverso di esso sono elementi fondamentali per la sicurezza energetica, commerciale e militare della regione. Nel corso degli anni, questo stretto si è trasformato in un simbolo di potere, tensioni e negoziati tra le nazioni e le potenze mondiali, rendendolo uno dei punti più sensibili nel mosaico geopolitico internazionale.
Negli ultimi vent’anni, la Cina ha rafforzato in modo deciso la propria presenza in America Latina, non solo attraverso scambi commerciali e investimenti, ma anche con una strategia politica e diplomatica che punta a ridefinire gli equilibri geopolitici della regione. Questo articolo analizza le dinamiche di questa crescente influenza, i suoi effetti sulle relazioni internazionali e le possibili implicazioni per il futuro del continente.
Il Corridoio di Zangezur continua a rappresentare il nodo centrale delle dispute tra Armenia e Azerbaigian, segnando il confine tra aspirazioni territoriali, sicurezza regionale e interessi geopolitici di potenze vicine e globali. Dopo la vittoria azera sul Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la dissoluzione della repubblica indipendentista dell’Artsakh, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev ha dichiarato di voler chiudere definitivamente le contese territoriali con Yerevan. Tuttavia, la questione infrastrutturale tra il territorio principale dell’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan, separata dalla regione armena di Syunik, resta irrisolta: la creazione di un corridoio extraterritoriale in Armenia rimane un obiettivo strategico di Baku e del suo alleato turco, Recep Tayyip Erdoğan.
Middle East News
La presenza militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale è destinata a rafforzarsi nelle prossime settimane. Il 31 marzo la portaerei USS George H.W. Bush ha lasciato la base navale di Norfolk, in Virginia, insieme al suo gruppo d’attacco, ufficialmente…
I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.
Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.
Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco ingiustificato e non provocato contro l’Iran, denominato Operation Epic Fury dagli USA e Rising Lion da Israele, è emerso chiaramente il carattere dell’offensiva. Si tratta di una campagna di bombardamenti su larga scala volta a smantellare sistematicamente lo Stato iraniano e a soggiogare l’intera popolazione. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, hanno avviato una guerra i cui esiti non sono né prevedibili né controllabili. Le loro azioni contengono elementi di irrazionalità, ma questa irrazionalità affonda le radici in decenni di aggressioni in Medio Oriente, e in particolare contro l’Iran.
Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sullo stretto di Hormuz, cruciale via di transito del petrolio mediorientale, un altro passaggio marittimo strategico sta assumendo un ruolo sempre più delicato: Bab el-Mandeb. Questo stretto collega il Mar Rosso al golfo di Aden e, più a valle, all’Oceano Indiano, rappresentando un vero e proprio collo di bottiglia per il commercio globale. La sua importanza è tale che, in condizioni normali, vi transita circa il 12% del petrolio mondiale, rendendolo vitale non solo per i paesi del Medio Oriente, ma anche per l’Europa e l’Italia, che dipendono dal canale di Suez per il trasporto di materie prime ed energia.
Nel complesso scenario delle relazioni internazionali, dove le nazioni devono dialogare, negoziare e rispettarsi pur mantenendo la propria sovranità, la presenza di strumenti giuridici condivisi è essenziale. Tra questi, la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, adottata nel 1961, si…
Nel panorama politico del XX secolo, poche figure hanno lasciato un’impronta tanto profonda e controversa quanto Margaret Thatcher, la “Iron Lady” che guidò il Regno Unito per oltre un decennio trasformandone economia, società e ruolo internazionale. Tra gli eventi che segnarono la sua leadership, la guerra delle Falkland del 1982 rappresenta uno spartiacque decisivo: un conflitto breve ma intensissimo, capace di ribaltare il suo consenso interno e ridefinire l’immagine della Gran Bretagna nel mondo.
Negli anni della Guerra Fredda, la politica estera degli Stati Uniti fu segnata da uno degli scandali più controversi e complessi della sua storia: l’Iran-Contra, noto anche come Irangate. Un intreccio di operazioni segrete, violazioni della legge e strategie geopolitiche che mise in luce i limiti e le contraddizioni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Lo scandalo esplose ufficialmente nel 1986, ma le sue radici affondano negli anni precedenti, tra Medio Oriente e America Latina, in un contesto globale dominato dalla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela non nasce da un singolo evento, ma trova nella contrapposizione tra Donald Trump e Nicolás Maduro il suo punto di rottura. Le relazioni tra USA e Venezuela erano già diventate tese a partire dalla prima elezione a presidente di Hugo Chávez nel 1998, artefice della svolta socialista del Paese attraverso la cosiddetta “rivoluzione bolivariana”. Questa ideologia, opposta a quella statunitense, si basava su un programma politico di sinistra fondato sulla lotta alla corruzione e alla povertà. Chávez si avvicinò progressivamente a Russia, Cina e Iran, tradizionali avversari di Washington.
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L’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di una nuova coalizione militare marittima internazionale con l’obiettivo di garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso, nello stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, tre delle rotte commerciali più importanti al mondo per il trasporto di energia e merci.
Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.
La guerra contemporanea viene sempre meno raccontata e sempre più esposta. Scorre sugli schermi sotto forma di immagini, video, montaggi, flussi emotivi. Viene condivisa, rilanciata, reinterpretata, talvolta persino estetizzata. Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto una forma diversa e più radicale.
Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto in Medio Oriente non ha cambiato soltanto gli equilibri geopolitici: ha trasformato il confine stesso di ciò che consideriamo accettabile. Bombardamenti, assassinii mirati, rappresaglie regionali, distruzione urbana e linguaggi un tempo impensabili sono entrati progressivamente nel dibattito pubblico come elementi ordinari della cronaca quotidiana. Attraverso la lente della Finestra di Overton, il modello che descrive come le idee estreme possano diventare socialmente tollerabili, questo articolo analizza come Israele, Iran e Occidente abbiano spostato simultaneamente le proprie soglie morali e narrative, costruendo due realtà parallele incapaci ormai persino di condividere lo stesso vocabolario.