È la mattina del 1° settembre 2004 a Mosca, il Giorno della Conoscenza. In tutta la Federazione Russa si torna a scuola. Nei corridoi degli atenei, cominciano a circolare i primi sms dall’Ossezia. All’inizio passano tra gli studenti che vengono da lì, poi raggiungono tutti. Passa un’ora e diventano domande dirette su parenti e amici. L’Ossezia del Nord conta meno di settecentomila abitanti, quella del Sud dieci volte meno. Bastano poche ore perché si inizino a fare nomi. A Beslan, dicono i primi messaggi frammentari, una scuola è stata presa in ostaggio. Si parla di separatisti ceceni. I numeri restano confusi. L’assedio finisce il 3 settembre. I morti sono 334, 186 dei quali bambini. Per quegli studenti che in quelle ore studiavano lontano da casa, a Mosca, a San Pietroburgo o negli altri centri universitari del Paese, il nome Beslan è associato a una persona. Il lutto privato segue il suo corso e oggi è ancora vivo, per i parenti e gli amici delle vittime, nelle risposte mai arrivate, nelle attività dell’associazione delle Madri di Beslan.
Questo articolo non ricostruisce né vuole interpretare la dinamica della strage. Si concentra invece sull’uso politico che lo Stato russo ha fatto dell’evento e il posto che Beslan occupa nella trasformazione del proprio assetto istituzionale, e ciò che rimane vent’anni dopo, quando la stessa impostazione torna nel discorso pubblico davanti a una guerra diversa. A strage appena conclusa, Putin pronuncia la frase che diventerà il riferimento politico degli anni successivi: «Abbiamo dimostrato debolezza, e i deboli vengono picchiati». La responsabilità della sicurezza viene ricondotta alla struttura dello Stato. La risposta non si limita alla gestione dell’assedio e investe direttamente l’organizzazione del potere. Nel dicembre 2004 viene abolita l’elezione diretta dei governatori regionali. Nel 2005 viene approvata la nuova legge elettorale per la Duma. Il sistema misto viene superato e, dalle elezioni del 2007, tutti i deputati vengono eletti attraverso liste di partito. Il sistema misto tornerà nel 2016. Le due riforme incidono su due dei pochi spazi nei quali era ancora possibile costruire una carriera politica con una base territoriale propria. Si riduce il rapporto diretto dei governatori con gli elettori e si restringe lo spazio dei collegi uninominali, dove i deputati costruivano una base personale di consenso. La politica passa ancora di più attraverso il centro e le strutture dei partiti. Il Cremlino collega la frammentazione del potere alla vulnerabilità dello Stato. La risposta è una maggiore concentrazione delle decisioni a Mosca.
Questa sequenza si inserisce in un percorso di centralizzazione già avviato nel 2000, con la riorganizzazione dei rapporti tra centro e regioni e la progressiva riduzione dell’autonomia dei governatori. Nel 2001 arriva il controllo su NTV. Nel 2003 la vicenda Yukos segna un altro passaggio nella ricostruzione del rapporto tra potere politico e grandi gruppi economici. Beslan si inserisce in un processo già avviato ma la strage fornisce al Cremlino un linguaggio nuovo e permette di presentare come risposta alla minaccia terroristica una serie di interventi che hanno conseguenze molto più ampie sulla distribuzione del potere.
Oltre la necessità: il consolidamento del potere
Dopo Beslan era ragionevole intervenire sul funzionamento degli apparati di sicurezza. Le riforme adottate dal Cremlino vanno però molto oltre quel problema. La riforma dei governatori cambia il rapporto tra Federazione e regioni e ha conseguenze che vanno ben oltre l’antiterrorismo. Quella elettorale modifica il modo in cui si accede alla Duma. Un collegio poteva offrire a un politico una base propria, anche in contrasto con la linea nazionale del partito. Le liste nazionali rendono quella possibilità molto più difficile. La carriera regionale passa dalla nomina e dalla selezione interna ai partiti. Quella parlamentare passa dalle liste. Sarebbe riduttivo fermarsi a questa lettura. Il meccanismo di cooptazione, infatti, precede probabilmente le riforme del 2004-2005. Appartenenza agli apparati, reti personali e fedeltà ai vertici hanno sempre avuto un peso nella politica russa anche prima di Putin. Beslan interviene su questo sistema restringendo alcune delle alternative che negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si erano aperte, quali elezioni regionali competitive, collegi territoriali, basi politiche locali. La riduzione dei luoghi nei quali una carriera politica poteva svilupparsi al di fuori della selezione dall’alto è la conseguenza di questa svolta. Se una parte dei canali attraverso i quali una nuova classe dirigente può costruire una propria posizione viene chiusa, bisogna guardare a chi arriva dopo e alle strutture attraverso le quali costruisce la propria ascesa.
La stessa impostazione vent’anni dopo
Il 20 agosto 2024, poche settimane prima del ventesimo anniversario, Putin torna a Beslan per la prima volta dal 2008 e incontra tre rappresentanti delle Madri di Beslan. Nel suo intervento collega la lotta contro il terrorismo nel Caucaso alla guerra in corso. Parla dell’attacco ucraino nella regione di Kursk, del Donbass e della «Novorossiya». Dice che la Russia aveva raggiunto i propri obiettivi nella lotta contro il terrorismo e che avrebbe fatto altrettanto contro quello che definisce «neonazismo». È lo stesso schema argomentativo che aveva formulato nel 2004. Di nuovo la minaccia viene presentata come conseguenza della vulnerabilità dello Stato e la forza del centro come condizione della sicurezza. Il racconto dell’incontro, però, non si esaurisce nelle parole. Le immagini ufficiali mostrano un dettaglio significativo. Putin parla quasi sempre guardando in basso. Alza raramente lo sguardo sulle donne sedute davanti a lui; per lunghi momenti tiene gli occhi sul tavolo o davanti a sé. Per qualche istante sembra che avverta il peso dello sguardo delle madri. Ma è solo un momento. Le immagini mostrano un incontro nel quale il presidente parla a lungo e le interlocutrici rimangono quasi sempre fuori campo.
Il reportage di Meduza, basato sulla testimonianza di Aneta Gadieva, co-presidente delle Madri di Beslan, permette di ricostruire ciò che nella registrazione ufficiale non compare. Le rappresentanti del comitato chiedono conto della gestione dell’assedio, delle responsabilità delle autorità e delle decisioni prese durante l’irruzione. Tornano questioni che il comitato pone da anni. Perché le autorità rifiutarono di negoziare, perché il numero degli ostaggi fu sottostimato durante l’assedio, chi diede l’ordine di aprire il fuoco con gli ostaggi ancora dentro la scuola e perché nessun alto funzionario locale sia stato chiamato a rispondere. Secondo Gadieva, Putin risponde di non conoscere lo stato dell’indagine e rimanda ad Aleksandr Bastrykin, capo del Comitato investigativo. Richiama anche la promessa fatta nel 2005 di arrivare a «tutta la verità» sui fatti di Beslan.
Nella registrazione, il racconto dell’incontro resta costruito attorno al discorso di Putin, che intreccia la lotta al terrorismo caucasico con la guerra attuale. Le questioni sulla responsabilità dello Stato restano fuori dalla rappresentazione ufficiale. La strage continua a essere utilizzata come riferimento per spiegare la necessità della forza dello Stato. Il rapporto inverso, quello tra forza dello Stato e responsabilità dello Stato, rimane invece irrisolto.
Vent’anni dopo, il potere in Russia è più concentrato di allora. Rimane aperta un’altra questione: chi è stato messo nelle condizioni di prendere il posto di chi quella costruzione l’ha guidata?
Una generazione, due percorsi
Nel 2004 una parte consistente dei giovani russi stava entrando nell’università o nel lavoro. Oggi quelle persone hanno tra i quaranta e i quarantasette anni, un’età alla quale una generazione che abbia iniziato allora il proprio percorso pubblico dovrebbe essere ormai riconoscibile nei governi, nei parlamenti, nelle amministrazioni regionali e negli apparati dello Stato. Quella generazione ha trascorso tutta la propria vita adulta sotto Putin. Ha iniziato l’università nel primo mandato presidenziale, ha attraversato la riforma dei governatori, il passaggio al sistema elettorale interamente proporzionale della Duma, le proteste del 2011-2012, l’annessione della Crimea e la guerra su larga scala contro l’Ucraina.
Conta allora osservare dove siano arrivati i membri di quella generazione e attraverso quali percorsi. La Russia di Putin ha prodotto dirigenti più giovani, alcuni dei quali hanno occupato molto presto posizioni importanti. Aleksandr Turchak, nato nel 1975, ha costruito la propria carriera tra partito, amministrazione regionale e apparato federale. Andrej Vorobyov, nato nel 1970, è governatore della regione di Mosca dal 2012. Maksim Oreshkin, nato nel 1982, è diventato ministro dello Sviluppo economico a 34 anni e dal 2020 è vicecapo dell’Amministrazione presidenziale. Di questi esempi, più che l’età, colpisce l’iter. Le loro carriere sono passate attraverso strutture già esistenti: il partito di governo, le amministrazioni regionali, il governo federale, l’Amministrazione presidenziale. Non hanno dovuto costruire una forza elettorale nazionale propria. Lo stesso si vede nei casi più giovani. Pavel Fradkov, nato nel 1981, è diventato viceministro della Difesa nel 2024. È figlio di Mikhail Fradkov, ex primo ministro e direttore del Servizio di intelligence estera. Vjačeslav Fedorishchev, nato nel 1989, è diventato governatore della regione di Samara nel 2024 dopo essere entrato nella riserva del personale dirigente presidenziale e aver lavorato nell’orbita di Aleksej Djumìn, a sua volta ex guardia del corpo di Putin. Questi casi non sono un campione statistico, ma mostrano un tratto ricorrente nei percorsi descritti sopra. L’età non è un ostacolo all’ascesa ma il cammino per arrivarci è fortemente condizionato dall’appartenenza agli apparati e dalla selezione del centro.
La riproduzione dell’élite
Il dato generazionale acquista un significato diverso se si guarda al vertice. Nikolaj Patrushev, Aleksandr Bortnikov e Sergej Shoigu sono nati negli anni Cinquanta. Hanno raggiunto le posizioni più alte attraverso percorsi iniziati molto prima dell’arrivo di Putin alla presidenza e hanno continuato a occupare ruoli centrali durante tutta la costruzione della verticale. Accanto a loro sono comparsi dirigenti più giovani. Il ricambio anagrafico, però, non ha prodotto una corrispondente pluralità di centri di potere. Nel sistema costruito negli anni Duemila si sono ridotti i luoghi nei quali un politico poteva mettere alla prova una base autonoma. Un governatore dispone di margini molto più ridotti per costruire un mandato indipendente dal centro.
Un deputato eletto attraverso una lista non costruisce necessariamente un rapporto personale con un territorio. Un giovane dirigente può quindi avanzare senza aver mai dovuto trasformare un consenso proprio in potere istituzionale. Le riforme seguite a Beslan hanno però ridotto ulteriormente le possibilità di costruire una carriera politica al di fuori della selezione dall’alto. Il sistema può così sostituire un dirigente con uno più giovane senza mettere in discussione le condizioni della successione.
La finestra di successione
Patrushev e Bortnikov nel 2024 avevano superato i settant’anni. La generazione che ha costruito la verticale del potere russo è ormai in un’età nella quale la successione non può essere considerata un problema lontano. Il ricambio ai vertici è già cominciato. Il modo in cui è stato gestito nel maggio 2024 offre il primo esempio concreto di come il sistema possa affrontarlo. In poche settimane Putin ha ridisegnato alcuni dei principali incarichi dell’apparato di sicurezza. Patrushev ha lasciato la segreteria del Consiglio di sicurezza, che occupava dal 2008, ed è stato successivamente nominato consigliere presidenziale. Al suo posto è arrivato Sergej Shoigu, rimosso dopo dodici anni dal ministero della Difesa. Alla Difesa è andato Andrej Belousov, economista e già primo vicepremier, con il compito di rendere più stretti i rapporti tra spesa militare, industria della difesa e sistema economico. Nello stesso rimpasto Dmitrij Patrushev, figlio di Nikolaj, è entrato nel nuovo governo come vicepremier, mantenendo la responsabilità per il settore agroindustriale. La sequenza è significativa perché riunisce in pochi giorni diversi elementi già emersi: un uomo della vecchia guardia viene spostato in un altro incarico, un dirigente dello stesso gruppo cambia funzione, un tecnocrate viene inserito in un settore strategico e un esponente della generazione successiva avanza all’interno dello stesso circuito di potere. Nessuna di queste sostituzioni passa attraverso una competizione politica aperta. Gli incarichi vengono riassegnati dall’alto e le persone rimangono dentro il sistema anche quando cambiano posizione. L’avvicendamento di un ministro può quindi avvenire senza mettere in discussione il gruppo dirigente che lo ha espresso. Questa capacità di riorganizzazione rende il sistema relativamente prevedibile nel breve periodo. Le rivalità interne esistono, così come gli interessi diversi, ma la successione non viene contesa pubblicamente perché mancano canali istituzionali autonomi attraverso cui farlo.
Il problema cambia quando la successione riguarda il vertice stesso. La presidenza russa non dispone di un meccanismo politico attraverso il quale sia possibile capire in anticipo chi abbia costruito un’autorità sufficiente a sostituire Putin. Le elezioni non svolgono questa funzione. Le amministrazioni regionali non costituiscono centri autonomi di potere. La Duma non seleziona il governo. Le principali carriere politiche passano ancora attraverso la scelta presidenziale e gli apparati che dipendono dal centro.
Il precedente sovietico mostra quanto possa diventare delicato questo passaggio quando una classe dirigente rimane al potere troppo a lungo. Tra il 1982 e il 1985 l’Unione Sovietica ebbe, in rapida successione, Brežnev, Andropov e Černenko. Erano uomini di una stessa generazione politica e il sistema non aveva predisposto un ricambio ordinato prima che l’età rendesse il problema urgente. Il paragone con la Russia di oggi va usato con cautela: le due strutture politiche sono diverse. Il punto comune è la difficoltà di prevedere l’avvicendamento ai vertici quando il potere rimane concentrato per decenni intorno a una cerchia ristretta.
Una classe dirigente più giovane non implica necessariamente una svolta politica. Maksim Oreshkin, nato nel 1982, ha lavorato alla Banca centrale, a Rosbank, a Crédit Agricole CIB e a VTB prima di entrare nel ministero delle Finanze e, successivamente, nell’Amministrazione presidenziale. Il suo curriculum comprende esperienze nel settore privato e in istituzioni finanziarie internazionali, ma il suo peso politico si è costruito all’interno del sistema statale. Lo stesso vale, con percorsi diversi, per Turchak e Vorobyov. Non è quindi prudente aspettarsi che il ricambio generazionale produca automaticamente una rottura con l’attuale linea. Le persone cambiano più facilmente delle regole attraverso le quali vengono selezionate. Lo stesso vale per la retorica sulla sicurezza. Il linguaggio costruito dopo Beslan non appartiene soltanto a Putin. In vent’anni è entrato nelle leggi, nelle procedure amministrative e nella cultura politica degli apparati. Un cambio alla presidenza potrebbe modificarne il tono, le priorità o gli interlocutori. È molto meno probabile che possa cancellarlo semplicemente sostituendo chi lo ha pronunciato per primo. Per questo la successione russa va considerata come una fase distinta rispetto al normale ricambio degli incarichi. Il sistema ha dimostrato di saper sostituire ministri, consiglieri e funzionari senza mettere in discussione il centro che distribuisce il potere. Il passaggio più difficile sarà quello nel quale a dover essere sostituito sarà proprio quel centro.
Vent’anni dopo Beslan, la questione riguarda il sistema che quelle riforme hanno contribuito a consolidare e il modo in cui quel sistema dovrà affrontare il proprio ricambio. La generazione che ha costruito la verticale sta arrivando al limite biologico della propria permanenza al potere. Quella successiva è già dentro il sistema, ma raramente dispone di una base autonoma.
Una successione alla presidenza potrebbe quindi cambiare gli uomini, i toni e le priorità senza modificare automaticamente gli assetti che hanno governato la selezione del potere negli ultimi vent’anni. Il Cremlino ha mostrato di saper gestire la sostituzione dei singoli incarichi. Resta da capire chi, all’interno di una classe di funzionari addestrati a gestire il potere distribuito dall’alto, disponga di un’autorità propria nel momento in cui il vertice verrà a mancare.