Gli ultimi quindici anni sono stati tra i più turbolenti nella storia dell’egitto contemporaneo. Le proteste di piazza Tahrir, la caduta del regime trentennale del presidente Mubarak, le prime elezioni democratiche del paese, la vittoria del presidente Morsi e la sua rapida caduta, attuata dal colpo di stato del generale Al-Sisi. Oltre a questi repentini sconvolgimenti politici, una fortissima crisi economica con conseguente fuga di capitali all’estero, svalutazione della moneta e una siccità di dollari all’interno delle riserve del paese, attanaglia il paese. Dal punto di vista della sicurezza interna inoltre, fin dalla seconda metà degli anni ‘90, il governo e le forze di sicurezza egiziane hanno dovuto fare i conti con stragi e attentati, culminati nell’insurgenza islamista radicale in Sinai iniziata nella prima metà degli anni 2010.
La presenza di un contesto endemicamente instabile in Egitto ha spinto la presidenza Al Sisi a considerare lo Stato di Israele come un partner regionale strategico dal punto di vista sia militare che economico. Insieme alla Giordania, l’Egitto è l’unico paese partecipante alla guerra in Palestina del 1948 ad aver normalizzato i rapporti con lo stato ebraico ma, nonostante gli accordi di pace tra i due paesi siano entrati in vigore nel 1980, le relazioni commerciali e di cooperazione strategica hanno faticato a decollare per molto tempo.
Il gelo diplomatico dei primi trent’anni di relazioni Israelo-Egiziane è stato talvolta smorzato dai tentativi a stelle e strisce di rendere l’Egitto un partner strategico regionale in cambio di una maggiore apertura politica nei confronti del governo di Tel Aviv. La strategia statunitense ha portato al versamento di oltre 50 miliardi di dollari in aiuti militari all’Egitto e la sua inclusione all’interno dell’esclusivo circolo dei Major Non-NATO Allies a partire dal 1987. Le ingenti risorse economiche versate dagli Stati Uniti nelle casse dell’Egitto hanno costituito anche una leva negoziale importante nella creazione QIZ Programme, un programma economico sponsorizzato dal Congresso Statunitense volto a spingere Giordania, Egitto e Israele a intessere relazioni economiche sempre più profonde. Il QIZ programme, in vigore dal 1996, prevede la creazione di parchi industriali in zone designate, le Qualified Industrial Zones (QIZ), in Egitto e in Giordania. I prodotti sviluppati all’interno di queste aree accedono al mercato statunitense senza tariffe o quote. Asterisco importante per questi prodotti è la necessità di avere un input israeliano. In particolare, il 10% circa del prodotto finale deve essere di provenienza israeliana. Ad oggi, il 52% delle esportazioni egiziane in Stati Uniti è composta da prodotti provenienti dalle QIZ. Il successo del QIZ programme non ha però significato per lungo tempo un concorrente aumento degli scambi commerciali tra i due paesi. Al contrario gli scambi commerciali tra i due paesi dal 2000 al 2020 si sono attestati ad un valore di circa 220 milioni di dollari l’anno.
Nonostante gli scarsi scambi commerciali tra i due paesi, i problemi di stabilità interni e gli shock esterni provocati dalla rivoluzione di Piazza Tahrir e dalla controrivoluzione di Al-Sisi hanno portato l’Egitto a modificare il suo approccio nei confronti di Israele dal punto di vista della cooperazione strategica. Per anni l’Egitto pre-rivoluzionario è stato identificato come maggiore broker diplomatico per le questioni riguardanti Gaza, sia dal punto di vista internazionale, come mediatore tra Israele e gli interessi comuni palestinesi, sia dal punto di vista intrapalestinese, come facilitatore del dialogo tra Hamas e Fatah.
Lo scoppio della guerriglia in Sinai nel 2011 tra l’esercito egiziano e lo Stato Islamico, sovrapposta al periodo di instabilità interna provocato dalla rapida successione di tre presidenze in quattro anni, ha però modificato l’interesse principale dell’Egitto: la stabilità interna. Lo Stato di Israele, capace di leggere perfettamente la situazione, ha dunque promosso una politica di cooperazione militare rafforzata con l’Egitto. Sin dai primi giorni della presidenza di Al-Sisi, l’AIPAC, la più grande lobby ebraica attiva in Stati Uniti, e molti ufficiali governativi israeliani, hanno esercitato una grande pressione sull’amministrazione Obama al fine di non bloccare gli aiuti militari all’Egitto. Questa campagna, oltre ad aver garantito all’Egitto circa 15 miliardi di dollari in aiuti alla difesa, ha segnato l’inizio di un’operazione militare congiunta in Sinai, durante la quale Israele ed Egitto hanno svolto centinaia di bombardamenti coordinati contro i gruppi dello Stato Islamico.
Israele è stato centrale per la sicurezza interna del regime egiziano anche grazie alla vendita dello Spyware Pegasus alla presidenza Al-Sisi, mediante il quale il regime ha potuto monitorare numerosi dissidenti politici.
Nel campo economico, l’Egitto soffre cronicamente di carenze energetiche, ed anche in questo campo nuovi accordi commerciali tra Egitto ed Israele, hanno garantito al regime del Cairo, le risorse naturali (Gas Naturale Liquefatto in particolare) necessarie al paese. In seguito alla rivoluzione del 2011 infatti, il rapporto tra l’Egitto e i propri storici fornitori di combustibili fossili, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, ha subito diverse battute d’arresto, culminate con il quasi totale stop alle esportazioni imposto dall’Arabia Saudita nel 2016. Nonostante un primo avvicinamento al Qatar, l’Egitto ha stretto nel 2018 una partnership decennale con Israele dal valore di 15 miliardi di dollari. La scelta del governo Egiziano risiede nel fatto che Egitto e Israele possedevano già le infrastrutture necessarie allo spostamento di gas naturale. In particolare, la linea Arish-Ashkelon, usata dall’Egitto per le proprie esportazioni di gas naturale allo Stato Ebraico consentiva la possibilità di flusso inverso. Questo accordo non solo ha reso l’Egitto il più grande partner commerciale africano di Israele, ma anche il più grande compratore di gas naturale israeliano; il 100% della produzione di gas naturale nei confini dello Stato Ebraico, quantificabili in circa 2 miliardi di dollari l’anno, è indirizzata agli stabilimenti egiziani di liquefazione ad Idku e Damietta. Al contempo, l’accordo ha reso l’Egitto totalmente dipendente dall’apporto energetico israeliano. L’80% del gas naturale importato è infatti proveniente da Israele, con il restante 20% di derivazione statunitense.
Non deve quindi sorprendere dunque, che le posizioni del governo del Cairo nei confronti della Palestina e di Hamas in particolare siano andate sempre più raffreddandosi e condizionate ai modi attraverso i quali l’Egitto ha deciso di preservare la sua sicurezza interna.
Nonostante il blocco imposto a Gaza nel 2007 insieme ad Israele, a partire dal 2014 l’Egitto ha avviato una pesante campagna di contrasto nei confronti di Hamas, allagando i numerosi tunnel che da Gaza si spingevano fino al Sinai nel tentativo di bypassare l’embargo totale sulla striscia. Nel 2015 il braccio armato di Hamas, le brigate Al-Qassam, sono state designate dall’Egitto come gruppo terroristico, e associate al gruppo dei Fratelli Musulmani.
Nel contesto dell’occupazione israeliana della Striscia di Gaza a partire dal 2023 inoltre, l’Egitto ha adottato una posizione estremamente passiva nei confronti delle mosse di Israele. Pur rifiutando l’ipotesi di spostare la popolazione di Gaza nel Sinai, un’opzione classificata da numerosissimi attori della comunità globale come una pulizia etnica, l’Egitto, persa la percezione di mediatore neutrale sulla questione, non solo ha faticato a prendere una posizione politica sui drammatici eventi di Gaza, ma, pur diffondendo un certo clamore mediatico, ha anche passivamente accettato numerose violazioni dei trattati che regolano i suoi rapporti con Israele. L’occupazione da parte delle IDF del Corridoio Filadelfia, una buffer zone che si estende lungo il lato meridionale del confine di Gaza, sulla quale si posizione anche il punto di confine di Rafah non ha portato a cambiamenti importanti nell’approccio egiziano al conflitto, nonostante essa costituisca una violazione unilaterale degli Accordi Bilaterali del 2005 sul Corridoio Filadelfia.
Il governo egiziano ha infine attivamente mantenuto l’embargo totale su Gaza bloccando, all’interno delle numerose iniziative della società civile inserite nel contesto della Marcia Globale per Gaza, numerosi convogli umanitari e arrestando gli attivisti coinvolti.
Appare chiaro, una volta identificato l’interesse strategico egiziano, il motivo per cui, il presidente Al Sisi abbia reso Gaza una questione sulla quale l’Egitto non voglia esprimere la propria linea politica. Così facendo però Il Cairo rischia o di fatto ha già perso la propria leadership regionale.
