Dopo lo scioglimento del Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian hanno intrapreso colloqui di pace che riflettono tanto speranze quanto tensioni persistenti. Nell’aprile del 2024, Yerevan ha accettato di consegnare a Baku quattro villaggi di confine, segnando un primo passo concreto verso la normalizzazione dei rapporti. Tuttavia, il cuore delle tensioni rimane la preoccupazione di Baku riguardo al preambolo della Costituzione armena, che menziona la possibile riunificazione futura tra Armenia e Nagorno-Karabakh. In risposta, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato l’avvio di un referendum costituzionale previsto per il 2027, ribadendo l’impegno a modificare la Costituzione nonostante le critiche pubbliche e puntando a completare la nuova versione prima delle elezioni parlamentari del 2026.
Un altro nodo cruciale è il progetto del Corridoio di Zangezur, destinato a collegare il territorio principale dell’Azerbaigian con l’exclave di Nakhchivan, separata dall’Armenia meridionale da circa 43 chilometri. Il corridoio potrebbe rappresentare un volano per commercio e transito regionale, suscitando l’interesse di Turchia, Russia e Stati dell’Asia Centrale, tutti favorevoli al completamento dell’opera tramite un accordo di pace. Tuttavia, Yerevan esprime preoccupazioni sulla sicurezza, temendo un passaggio “senza ostacoli” attraverso il suo territorio, soprattutto alla luce della presenza dei soldati russi destinati a garantire la sicurezza del corridoio.
Altri punti controversi riguardano il futuro del Gruppo di Minsk dell’OSCE, abbandonato formalmente da entrambe le parti nel gennaio 2025, e la supervisione di osservatori terzi. Nonostante l’intenzione di escludere attori esterni dai negoziati, Baku ha richiesto la rimozione degli osservatori di confine dell’Unione Europea attualmente presenti in Armenia.
Sul fronte legale, la tensione rimane alta. Nell’aprile 2024, Yerevan ha presentato una causa alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) accusando Baku di pulizia etnica, a cui l’Azerbaigian ha risposto con un contro-ricorso. A novembre 2024, la Corte ha stabilito che entrambe le parti potevano procedere con le rispettive cause. Nonostante la disputa legale, Baku ha concentrato le sue risorse sulla ricostruzione del Nagorno-Karabakh, destinando oltre 11 miliardi di dollari alla rivitalizzazione della regione. Migliaia di cittadini azeri sfollati hanno già iniziato a tornare nei loro territori d’origine.
Nel 2025, l’Azerbaigian ha avviato processi contro sedici ex funzionari etnici armeni del Nagorno-Karabakh, tra cui l’ex ministro di stato Ruben Vardanyan. Le autorità armene hanno definito questi procedimenti come “processi farsa”, denunciando l’accesso limitato dei media e le accuse arbitrarie di terrorismo nei confronti degli imputati.
Il quadro regionale resta quindi estremamente complesso: da un lato, i passi verso la pace e la cooperazione economica; dall’altro, le questioni costituzionali, i progetti infrastrutturali e i procedimenti giudiziari continuano a generare tensione. La sfida principale per Armenia e Azerbaigian sarà bilanciare le esigenze di sicurezza, sovranità e sviluppo economico, cercando di costruire fiducia reciproca in un contesto storico di conflitto e sfiducia.
La situazione rimane in evoluzione, e il destino del Nagorno-Karabakh continua a essere al centro delle dinamiche geopolitiche del Caucaso meridionale, dove gli interessi di potenze regionali come Russia e Turchia aggiungono ulteriori strati di complessità.
