Da diversi mesi, gli Stati Uniti perseguono un obiettivo politico-strategico chiaro: indebolire o addirittura sostituire il regime chavista di Nicolás Maduro in Venezuela. L’amministrazione americana ha autorizzato diverse operazioni della CIA, formalmente volte a combattere il narcotraffico, ma in realtà finalizzate a costruire una narrativa volta a delegittimare il governo di Caracas.
Ai primi di settembre 2025, le forze statunitensi hanno affondato, in acque internazionali, un barchino sospettato di trasportare droga diretta verso gli Stati Uniti. Da allora, nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, sono stati registrati circa 20 attacchi contro imbarcazioni venezuelane o provenienti dal Venezuela: secondo l’agenzia Reuters, il bilancio complessivo di queste operazioni sarebbe di oltre 80 persone uccise. Il 29 novembre 2025, con un annuncio pubblicato sul canale social Truth, Donald Trump ha istituito una no-fly zone sullo spazio aereo venezuelano: una misura priva di qualsiasi valore giuridico e dunque del tutto abusiva, che ha spinto diverse compagnie internazionali a sospendere i voli diretti verso Caracas.
Nel frattempo, alcune unità navali statunitensi sono state schierate nel Mar dei Caraibi, in prossimità delle acque territoriali venezuelane. Tra queste figurerebbe anche la portaerei USS Gerald R. Ford, la più potente della flotta americana. Il 10 dicembre 2025, durante un’operazione condotta in acque internazionali, le forze speciali statunitensi hanno sequestrato la petroliera venezuelana Skipper, un colosso di 332 metri collegato alla compagnia statale PDVSA. Washington sostiene che l’imbarcazione faccia parte della cosiddetta “shadow fleet”, una rete di navi impiegate per trasportare petrolio venezuelano eludendo le sanzioni.
Fin dalla sua prima amministrazione (2017-2021), Donald Trump ha accusato lo Stato venezuelano – e in particolare il presidente Nicolás Maduro – di essere un attore centrale nel traffico di droga verso gli Stati Uniti. In particolare, Maduro è accusato di controllare direttamente il cosiddetto Cartel de los Soles, definito da Washington come un’organizzazione terroristica straniera dedita al traffico di cocaina e di oppiacei sintetici.
Nella ricostruzione della Casa Bianca, il Venezuela rappresenterebbe l’interfaccia esterna di una rete criminale transnazionale che alimenta i gruppi presenti nelle città statunitensi, giustificando così l’impiego di soldati federali e della Guardia Nazionale nei centri urbani. Il fronte esterno e quello interno diventano in questo modo parti di un unico conflitto, insieme geopolitico e di ordine pubblico.
Tuttavia, numerosi studi internazionali mettono in discussione questa narrativa. Il rapporto del Washington Office on Latin America (WOLA), “Beyond the Narcostate Narrative”, pubblicato il 13 maggio 2021 e basato sui dati del database inter-agenzie statunitense Consolidated Counterdrug Database (CCDB), mostra che gran parte dei flussi di droga diretti verso gli Stati Uniti segue rotte più dirette attraverso il Pacifico orientale, l’America Centrale e il Caribe occidentale, ridimensionando il peso strategico del transito venezuelano. Una valutazione confermata anche dalle più recenti analisi di UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) e DEA (Drug Enforcement Administration). Il rapporto sottolinea inoltre che gli oppioidi sintetici provengono prevalentemente dal Messico, mentre la produzione di cocaina resta concentrata in Colombia.
Col pretesto della lotta al narcotraffico, gli Stati Uniti mirano in realtà a indebolire economicamente il Venezuela e a promuovere un cambio di regime, senza escludere l’uso diretto della forza. Crescente presenza militare e sanzioni economiche non rappresentano semplici strumenti di contrasto alla criminalità, ma fanno parte di una strategia più ampia per impadronirsi delle risorse petrolifere di Caracas, limitare gli investimenti sino-russi nella regione e riaffermare l’influenza statunitense in America Latina, ponendo un argine alla corrente bolivarista al governo in Venezuela e in forte espansione nel continente, soprattutto nel Brasile governato da Luiz Inácio Lula da Silva.
Dal 1999, anno dell’ascesa alla presidenza di Hugo Chávez, le strategie di destabilizzazione hanno alternato forti pressioni economiche, tra cui sanzioni su settori come petrolio, oro, finanza e banche che hanno colpito duramente l’economia venezuelana, al deciso sostegno a settori dell’opposizione, spesso con esiti fallimentari. L’episodio di Juan Guaidó, che si autoproclamò presidente ad interim nel gennaio 2019 con il supporto di parte della comunità internazionale, è un simbolo di questa parabola: ampiamente sostenuto da Washington, ma incapace di consolidare consenso reale nel Paese. Un copione simile riguarda anche María Corina Machado, leader dell’opposizione liberale, la cui strategia radicale si è rivelata controproducente in un contesto fortemente polarizzato. Puntando sulla delegittimazione delle istituzioni e sull’appello a pressioni internazionali, Machado ha finito per rafforzare l’immagine di una leadership più allineata a Washington che agli interessi interni.
Salito al potere nel 2013, Nicolás Maduro ha ereditato un Paese già avviato verso una profonda crisi economica e sociale, ulteriormente aggravata dal regime di sanzioni imposto a Caracas. Le misure adottate dal governo si sono spesso rivelate inefficaci e incapaci di affrontare le cause strutturali della crisi: dipendenza dal petrolio, corruzione diffusa e cattiva gestione economica. Alle proteste di piazza è corrisposto un progressivo irrigidimento autoritario e un rafforzamento degli strumenti repressivi. Eppure, dal 1999 a oggi, il chavismo ha mantenuto una sorprendente centralità politica.
Come ha ricordato il Professor Giuseppe Arlacchi in un recente articolo apparso sul Fatto Quotidiano, in oltre vent’anni di competizione elettorale il campo bolivariano ha vinto 25 consultazioni su 29, un dato che testimonia la capacità del movimento di conservare un radicamento sociale profondo, specialmente tra le fasce popolari. La ragione principale è chiara: i poveri del Venezuela continuano a votare per chi percepiscono come loro rappresentante, cioè il soggetto politico che redistribuisce le rendite petrolifere all’interno, invece di destinarle a conti esteri o interessi privati.
Il chavismo – che ha sostanzialmente sottratto le leve del potere economico a una classe dirigente bianca di origine europea, percepita come privilegiata e paracoloniale dalla maggioranza meticcia della popolazione – ha costruito il proprio consenso anche attraverso politiche sociali ad alta intensità redistributiva: sussidi alimentari, programmi abitativi, missioni mediche e campagne di alfabetizzazione nelle periferie urbane e nelle aree rurali. È grazie a questa infrastruttura sociale, più che alla sola repressione o al controllo mediatico, come spesso sostenuto in molta parte della narrazione occidentale, che Maduro e il suo campo restano competitivi e riescono a mobilitare un elettorato fedele. Per una parte rilevante della popolazione, il sistema bolivariano non è semplicemente un governo, ma un meccanismo di protezione e rappresentanza, percepito come un’alternativa al neoliberismo degli anni Novanta.
Oggi, per Nicolás Maduro, la sfida è doppia: resistere alla delegittimazione esterna e mantenere il controllo interno di un Paese sottoposto a una forte pressione economica e politica. In questo quadro, un ruolo decisivo sarà giocato dalla fedeltà delle forze armate venezuelane: se rimarranno leali al presidente, le operazioni di disturbo condotte dagli Stati Uniti difficilmente potranno tradursi in un cambio di regime. Un eventuale attacco diretto da parte di Washington segnerebbe invece un netto squilibrio di forze. Il Venezuela non potrebbe sostenere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti, ma dispone di sistemi di difesa antiaerea avanzati, in gran parte di fabbricazione russa, in grado di infliggere perdite significative alle forze aeree statunitensi in caso di operazioni sul proprio territorio.
Per Washington, la sfida consiste nel trovare un equilibrio tra minacce credibili e strumenti di pressione indiretta, evitando di scivolare in un conflitto aperto. Un’invasione su vasta scala comporterebbe rischi elevati sia sul piano militare sia su quello politico, oltre a risultare impopolare presso l’elettorato di Trump, tradizionalmente isolazionista e contrario a nuovi conflitti esteri. A ciò si aggiunge una profonda divisione all’interno dell’amministrazione statunitense: da un lato, figure come il segretario di Stato Marco Rubio spingono apertamente per un cambio di regime a Caracas; dall’altro, settori rilevanti dell’apparato militare e di sicurezza esprimono forti perplessità. In questo contesto si collocano le dimissioni improvvise dell’ammiraglio Alvin Hosley, capo del comando responsabile delle operazioni in America centro-meridionale, avvenute il 16 ottobre 2025, dopo la conferenza stampa in cui Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stavano valutando operazioni di terra nel Paese.
La questione venezuelana sembra riflettere un tratto ormai ricorrente di molte crisi internazionali: il declino strutturale dell’ordine internazionale a guida statunitense, costruito a partire dal 1945. Un declino insieme economico e demografico (USA, UE e Gran Bretagna rappresentano oggi poco più del 10% della popolazione mondiale), che procede parallelamente all’emergere di un sistema multipolare, nel quale attori come Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica e altri Paesi del cosiddetto Sud Globale rivendicano un ruolo crescente. In questo contesto, l’Occidente – e al suo interno gli Stati Uniti in quanto potenza egemone – fatica ad adattare i propri strumenti di politica estera a un equilibrio mutato, continuando a privilegiare logiche coloniali di contenimento e pressione piuttosto che meccanismi di integrazione e cooperazione.
Questo nuovo schieramento emergente – estremamente variegato nella sua composizione interna – ha un punto fermo in comune: non accetta che Washington o Londra impongano la propria volontà. Durante il vertice BRICS di Rio de Janeiro nel luglio 2025, di fronte alle minacce di dazi aggiuntivi da parte di Donald Trump, il presidente brasiliano Lula ha dichiarato: “Il mondo è cambiato. Non vogliamo un imperatore”. Un messaggio che risuona perfettamente a Caracas, ignorato dalla comunità internazionale, ma non dalla sua popolazione.
