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È la mattina del 1° settembre 2004 a Mosca, il Giorno della Conoscenza. In tutta la Federazione Russa si torna a scuola. Nei corridoi degli atenei, cominciano a circolare i primi sms dall’Ossezia. All’inizio passano tra gli studenti che vengono da lì, poi raggiungono tutti. Passa un’ora e diventano domande dirette su parenti e amici. L’Ossezia del Nord conta meno di settecentomila abitanti, quella del Sud dieci volte meno. Bastano poche ore perché si inizino a fare nomi. A Beslan, dicono i primi messaggi frammentari, una scuola è stata presa in ostaggio. Si parla di separatisti ceceni. I numeri restano confusi. L’assedio finisce il 3 settembre. I morti sono 334, 186 dei quali bambini. Per quegli studenti che in quelle ore studiavano lontano da casa, a Mosca, a San Pietroburgo o negli altri centri universitari del Paese, il nome Beslan è associato a una persona. Il lutto privato segue il suo corso e oggi è ancora vivo, per i parenti e gli amici delle vittime, nelle risposte mai arrivate, nelle attività dell’associazione delle Madri di Beslan.
Architettura come propaganda: come la Corea del Nord costruisce il mito del “paradiso socialista”
Pyongyang non è solo una capitale: è un set cinematografico permanente, pensato per convincere 26 milioni di persone — e il mondo intero — che il regime nordcoreano stia costruendo un paradiso. Dietro le facciate di marmo, i lampadari di cristallo e i viali monumentali si nasconde una delle strategie di comunicazione politica più elaborate del XX e XXI secolo: usare l’architettura come strumento di controllo.
Due droni di fabbricazione iraniana hanno colpito nelle prime ore di lunedì l’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, e la residenza del direttore dell’agenzia di intelligence regionale Parastin. L’attacco, avvenuto a Erbil, non ha provocato vittime, ma è stato immediatamente definito dalle autorità curde come una grave escalation e una violazione della sovranità irachena.
L’Italia non possiede riserve significative di idrocarburi e ha storicamente costruito il proprio sistema energetico sull’importazione. I numeri restano impressionanti: l’Italia importa circa il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio che consuma, una quota tra le più alte in Europa. A livello continentale il quadro non è troppo diverso — nel 2024 l’Unione Europea ha prodotto solo il 43% dell’energia consumata, importando il restante 57% da Paesi extra-UE — ma l’Italia si colloca tra i membri più esposti, soprattutto per l’elevato peso del gas naturale nel proprio mix energetico.
La crisi diplomatica tra Roma e Madrid, esplosa dopo gli sbarchi di migranti a Ceuta a fine luglio, arriva a un punto di svolta proprio nelle prossime ore. Il governo spagnolo ha posto un ultimatum formale all’Italia: ripristinare la piena libera circolazione Schengen entro domenica 9 agosto, pena l’adozione di “misure proporzionate per proteggere gli interessi e la dignità dei suoi cittadini”, come riportato dalla nota diffusa dalla Moncloa e ripresa da L’Espresso. Palazzo Chigi ha risposto respingendo l’ultimatum: lo stop resta in vigore fino al 15 agosto.
Mentre la crisi energetica innescata dal blocco dello Stretto di Hormuz continua a pesare sui mercati mondiali, la giornata di venerdì ha portato una svolta diplomatica destinata a ridisegnare gli equilibri della regione: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato a Gedda un accordo di mutua difesa, secondo quanto riportato dalla televisione di Stato turca TRT e ripreso dall’agenzia France Presse, confermato anche da fonti vicine all’esercito e al governo saudita.
Nell’aprile 2026 la presidente del Kuomintang (KMT), Cheng Li-wun, ha concluso una visita di sei giorni a Pechino incontrando Xi Jinping e i vertici del Partito comunista cinese. Il risultato concreto è stato un pacchetto di dieci accordi economici. Quello politico, invece, è stato molto più ambiguo.
L’Iran è una delle principali potenze del Medio Oriente, ma anche uno dei Paesi più isolati sul piano geopolitico. Dalla Rivoluzione islamica del 1979, Teheran ha costruito la propria politica estera sulla contrapposizione agli Stati Uniti e a Israele e sulla ricerca di una maggiore influenza regionale. Questa strategia l’ha portata a entrare in conflitto, diretto o indiretto, con numerosi attori.
Quando si parla di Yemen, spesso si ha l’impressione di un conflitto senza fine. In realtà, quella yemenita non è una semplice guerra civile, ma un intreccio di rivalità interne, interessi regionali e competizione tra le grandi potenze del Medio Oriente. Comprendere cosa accade nel Paese significa anche capire perché il Mar Rosso e il Golfo Persico siano oggi tra le aree più instabili del mondo.
Il Pakistan sta affrontando una nuova fase della propria lotta contro il terrorismo e le insurrezioni interne. Di fronte al rafforzamento dei gruppi armati, Islamabad sembra fare sempre più affidamento su milizie locali, comitati di autodifesa e reti di sicurezza informali, una scelta che alimenta il dibattito sul futuro dell’apparato statale e sul monopolio della forza.