Le premesse del conflitto
Dopo la fine della Prima guerra cecena e la firma dell’accordo di Chasav-Jurt, la Repubblica cecena di Ichkeria si trovò a gestire un’indipendenza de facto mai riconosciuta ufficialmente da Mosca, in un contesto di devastazione economica e istituzionale pressoché totale. Il presidente Aslan Maschadov, eletto nel gennaio 1997, non riuscì a consolidare il controllo dello Stato, mentre il potere reale si frammentava tra numerosi signori della guerra locali, spesso legati a reti criminali dedite ai sequestri di persona e al traffico illecito di petrolio.
In questo vuoto di autorità si rafforzarono le correnti islamiste radicali, guidate da comandanti come Šamil’ Basaev e dal comandante di origine arabo-saudita Ibn al-Khattab, che promuovevano un progetto di espansione del wahhabismo oltre i confini ceceni, in aperta contrapposizione con l’establishment tradizionalista sufi del paese. Le tensioni tra le diverse fazioni sfociarono in scontri interni, mentre l’economia cecena, priva di reali prospettive di ricostruzione, sprofondava ulteriormente nel caos.
L’invasione del Daghestan e gli attentati di Mosca
Nell’agosto del 1999 Basaev e Khattab guidarono un’incursione armata nel vicino Daghestan, con l’obiettivo dichiarato di instaurare uno Stato islamico indipendente nella regione del Caucaso settentrionale. L’operazione, respinta dalle forze federali russe dopo settimane di combattimenti, fornì al governo di Mosca il pretesto per una nuova campagna militare contro la Cecenia.
Poche settimane dopo, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, una serie di attentati dinamitardi colpì diversi edifici residenziali in varie città russe, tra cui Mosca, causando centinaia di morti tra la popolazione civile. Il governo russo attribuì immediatamente la responsabilità ai separatisti ceceni, sebbene alcune ricostruzioni successive, mai pienamente confermate, abbiano sollevato dubbi sul coinvolgimento dei servizi di sicurezza russi in quegli episodi. Gli attentati provocarono un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica russa, preparando il terreno politico per una nuova offensiva militare su vasta scala.
L’inizio dell’operazione militare
Nel settembre 1999 le forze russe, guidate dal neonominato primo ministro Vladimir Putin, avviarono pesanti bombardamenti aerei sul territorio ceceno, seguiti a ottobre dall’ingresso delle truppe di terra. A differenza della prima campagna, questa volta l’esercito russo adottò una strategia più cauta e sistematica, privilegiando un uso massiccio dell’artiglieria e dell’aviazione prima di ogni avanzata di fanteria, nel tentativo di ridurre le proprie perdite.
L’assedio di Groznyj, iniziato a fine 1999, si protrasse per mesi tra bombardamenti incessanti e una progressiva distruzione della città, già gravemente danneggiata dal precedente conflitto. Le forze cecene, numericamente inferiori e prive del sostegno logistico ricevuto in passato, opposero comunque una tenace resistenza urbana, ma nel febbraio 2000 furono costrette alla ritirata, subendo perdite pesantissime durante il passaggio attraverso un corridoio minato nei pressi del villaggio di Alkhan-Kala, dove numerosi comandanti rimasero uccisi o gravemente feriti, tra cui lo stesso Aslan Maschadov, che riuscì comunque a sopravvivere.
Il passaggio alla guerriglia e la “cecenizzazione” del conflitto
Con la caduta di Groznyj e il progressivo consolidamento del controllo russo sulle principali città, il conflitto mutò gradualmente natura, trasformandosi in una lunga guerra di logoramento condotta attraverso imboscate, attentati e attacchi con ordigni esplosivi improvvisati. I ribelli ceceni, ormai privi di basi territoriali stabili, si rifugiarono nelle zone montuose meridionali, da cui continuarono a condurre operazioni di guerriglia per diversi anni.
Mosca adottò una strategia di progressiva “cecenizzazione” del conflitto, affidando il controllo del territorio a forze locali filo-russe. Figura centrale di questa fase fu Achmat Kadyrov, ex Gran Muftì ceceno che aveva sostenuto l’indipendentismo durante la prima guerra ma che si schierò con Mosca in occasione della seconda, venendo nominato capo dell’amministrazione filorussa della repubblica. Dopo il suo assassinio nel 2004, il potere passò progressivamente al figlio Ramzan Kadyrov, che consolidò un controllo sempre più autoritario sulla regione, sostenuto dalle proprie milizie armate, i cosiddetti “kadyrovcy”.
Gli attentati terroristici e l’estensione del conflitto
Il conflitto fu segnato da una serie di attacchi terroristici di enorme risonanza internazionale, spesso rivendicati o attribuiti a gruppi legati a Basaev. Tra i più gravi vi furono la crisi degli ostaggi del teatro Dubrovka a Mosca nell’ottobre 2002, conclusasi con un’operazione delle forze speciali russe che causò la morte di centinaia di ostaggi, in gran parte per gli effetti del gas utilizzato durante l’assalto, e la tragedia della scuola di Beslan, nel settembre 2004, dove la presa in ostaggio di centinaia di studenti e insegnanti si concluse con un bilancio di oltre trecento morti, molti dei quali bambini.
Questi episodi, insieme a numerosi altri attentati compiuti in diverse città russe, contribuirono a inasprire ulteriormente la repressione militare nel Caucaso settentrionale e a rafforzare il sostegno interno russo alla linea dura adottata dal governo di Putin.
Le violazioni dei diritti umani
Come nella prima guerra, anche il secondo conflitto fu caratterizzato da gravissime violazioni dei diritti umani. Le organizzazioni internazionali documentarono numerosi casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture perpetrate durante le operazioni di rastrellamento condotte dalle forze federali e dalle milizie filorusse. Il numero delle persone scomparse durante il conflitto viene stimato in diverse migliaia, mentre l’intera popolazione civile subì per anni le conseguenze di un clima di violenza diffusa e di assenza pressoché totale dello Stato di diritto.
Anche i gruppi ribelli si resero responsabili di gravi crimini, inclusi attacchi contro civili, esecuzioni di prigionieri e l’uso sempre più frequente di attentatori suicidi, una tattica che si diffuse progressivamente nella fase più radicalizzata dell’insurrezione, alimentata anche dall’ingresso di componenti jihadiste internazionali nelle file della resistenza.
La conclusione formale del conflitto
Nel corso degli anni successivi al 2000 l’intensità degli scontri diminuì gradualmente, sebbene episodi di violenza e attacchi sporadici continuassero a verificarsi in diverse parti del Caucaso settentrionale, estendendosi anche a Inguscezia e Daghestan. Il presidente Maschadov fu ucciso nel 2005, mentre Basaev perse la vita l’anno successivo in circostanze mai del tutto chiarite. Con la progressiva eliminazione della vecchia leadership separatista, il movimento insurrezionale si trasformò sempre più in un’insorgenza di matrice islamista, priva ormai di una chiara componente nazionalista.
Il 16 aprile 2009 le autorità russe dichiararono ufficialmente concluso il regime di operazione antiterrorismo in Cecenia, sancendo formalmente la fine della seconda guerra, sebbene episodi di violenza legati all’insurrezione islamista nel Caucaso settentrionale sarebbero proseguiti, in forma più sporadica, per diversi anni ancora.
Il bilancio umano del conflitto fu pesantissimo, sebbene le stime complessive sulle vittime restino oggetto di controversia tra le diverse fonti. La popolazione cecena pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane, distruzione delle infrastrutture e sfollamento forzato, con centinaia di migliaia di profughi che abbandonarono la regione durante gli anni più intensi del conflitto.
Sul piano politico, la guerra consolidò definitivamente il potere di Vladimir Putin in Russia, contribuendo in maniera decisiva alla sua ascesa alla presidenza, mentre in Cecenia si affermò un sistema di governo autoritario guidato dalla famiglia Kadyrov, formalmente parte della Federazione Russa ma di fatto dotato di un’ampia autonomia di gestione interna, spesso segnalata dalle organizzazioni internazionali per le persistenti violazioni dei diritti umani.