Il ventunesimo secolo sta mettendo a dura prova l’architettura delle relazioni internazionali costruita dopo il crollo del blocco sovietico. Per oltre trent’anni in questa parte di Occidente abbiamo coltivato l’idea che il pianeta stesse lentamente convergendo verso un ordine regolato dal diritto, dalla trasparenza e dall’interdipendenza economica. L’Europa, cullandosi in questa convinzione, l’ha assunta quasi come una certezza amministrativa, dando per scontata l’idea che il commercio, la cooperazione normativa e la crescita dei legami economici avrebbero progressivamente azzerato il peso della forza materiale.
Oggi quella visione segna il passo confrontandosi con qualcosa che pensavamo aver superato e decisamente meno rassicurante. Sono tornati i vecchi conflitti di logoramento, le guerre industriali, il protezionismo strategico e, con il controllo delle risorse energetiche, il ritorno delle sfere d’influenza. Più di una volta una certa ossessione nostalgica ha spinto qualche commentatore che si tratta di un ritorno al Novecento. Trovo che non sia questo il punto e credo che sia piuttosto finita l’illusione che il potere potesse essere integralmente sostituito da procedure.
Vorrei lanciare una serie di elementi per comprendere la crisi attuale. Intanto è utile dire che nella scienza politica, il concetto di “Stato postmoderno” non coincide con il postmodernismo filosofico francese della decostruzione o del relativismo culturale. Il termine, nella sua accezione geopolitica, viene codificato dal diplomatico britannico Robert Cooper nel saggio The Post-Modern State del 2002. Cooper descriveva una trasformazione pragmatica della sovranità europea successiva al 1989. Fondamentalmente si parla di uno Stato disposto ad accettare la vulnerabilità reciproca, la trasparenza e persino limitazioni volontarie della propria autonomia pur di garantire stabilità al sistema.
La miopia europea
Lo Stato postmoderno europeo nasce quindi dal presupposto che la sicurezza si costruisca attraverso la cooperazione e l’interdipendenza, non soltanto tramite la deterrenza e la segretezza. In questo quadro, anche il modello westfaliano viene ridimensionato. Del resto, la stessa Pace di Westfalia, che nel 1648 pose fine alle due guerre più devastanti europee prima del XX secolo, quelle dei trent’anni e degli ottant’anni, sancendo i principi di sovranità, non ingerenza, integrità territoriale, è stata spesso trasformata in una narrazione semplificata della sovranità assoluta. In realtà il ventesimo secolo ha mostrato con brutalità quanto quella presunta linearità storica fosse fragile. Guerre mondiali, imperialismi e interventi indiretti hanno continuamente violato l’idea di un sistema stabile di Stati sovrani impermeabili.
L’errore europeo non è stato quello di credere nelle norme, perché di fatto esse funzionano e preservano dalla totale dipendenza dal resto del mondo. Basti pensare a come l’Europa riesca a controllare l’importazione di tecnologie potenzialmente nocive per la popolazione, ad esempio tramite gli standard EURO per i veicoli o le etichette energetiche per gli elettrodomestici. Ma abbiamo visto che tali norme non possono sopravvivere senza una struttura di potenza capace di proteggerle. Per anni l’Europa ha agito come se la dipendenza economica reciproca rendesse automaticamente irrazionale il conflitto. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha invece dimostrato che gli Stati non ragionano sempre secondo il massimo beneficio economico. A volte si accettano costi enormi pur di perseguire obiettivi strategici, identitari o politici.
Questo non significa che il modello postmoderno fosse ingenuo per definizione. Si potrebbe anzi sostenere che abbia garantito all’Europa il periodo di stabilità più lungo della sua storia contemporanea. Tuttavia, il sistema ha mostrato una vulnerabilità strutturale nel momento in cui si è trovato a convivere con attori che operano secondo paradigmi differenti, e che considerano l’apertura occidentale come un punto di pressione da sfruttare, non come un valore condiviso.
Il punto debole
Qui entrano in gioco la frammentazione cognitiva e la manipolazione informativa. La Russia contemporanea non è uno Stato postmoderno nel senso definito da Cooper e rimane un attore fondamentalmente realista e centralizzato. Eppure, utilizza tecniche comunicative che sfruttano alla perfezione l’ambiente informativo contemporaneo e le nostre falle culturali. Le campagne di disinformazione legate alle cosiddette active measures, evolute rispetto alla tradizione sovietica, non cercano di imporre una verità alternativa coerente, ma puntano piuttosto a produrre saturazione, confusione e paralisi decisionale.
L’annessione della Crimea del 2014 rappresenta un caso scolastico. L’uso di uomini armati senza insegne ufficiali, accompagnato da una strategia di negazione plausibile e da una narrativa continuamente mutevole, mise in grave difficoltà le procedure di risposta occidentali. Per settimane il dibattito internazionale oscillò tra interpretazioni legali, dispute semantiche e ricostruzioni contraddittorie, mentre sul terreno il controllo territoriale era già stato consolidato. La forza materiale era stata semplicemente avvolta da ambiguità operative, agendo nel cono d’ombra della mistificazione.
La Cina opera in maniera simile nella cosiddetta zona grigia. La dottrina delle guerre psicologiche, mediatiche e legali mostra come Pechino utilizzi l’interconnessione globale senza rinunciare a una struttura statale fortemente centralizzata. Le isole artificiali costruite nel Mar Cinese Meridionale sono un esempio concreto di questa strategia. Ogni espansione viene presentata come misura difensiva o come applicazione del diritto nazionale, mentre nel frattempo cambia la realtà materiale sul terreno. Prima si crea il fatto compiuto, poi si apre la discussione giuridica. Una procedura molto efficiente.
Di fronte a queste dinamiche, l’Unione Europea appare spesso lenta, disomogenea e strategicamente incerta. La retorica del “gigante economico” si scontra con la difficoltà di trasformare la massa economica in una capacità geopolitica coerente. Le divisioni interne restano profonde. I paesi dell’Est percepiscono la minaccia russa come una questione esistenziale; molti paesi dell’Europa occidentale, almeno fino a pochi anni fa, tendevano invece a considerare Mosca soprattutto come un partner energetico problematico ma necessario.
La crisi del gas successiva all’invasione dell’Ucraina ha reso evidente questa frammentazione. La Germania, dopo anni di dipendenza energetica costruita anche attraverso il progetto Nord Stream, si è trovata improvvisamente costretta a rivedere intere scelte industriali e strategiche. Nel frattempo, paesi come la Polonia e gli Stati baltici sostenevano da tempo che la dipendenza energetica da Mosca non fosse semplicemente una questione commerciale, ma uno strumento di pressione politica. Per anni queste posizioni sono sembrate eccessivamente allarmistiche. Una decisa accelerazione al dibattito è venuta direttamente dalla cronaca.
Nella stessa crisi della filosofia postmoderna dell’Europa c’è la risposta al problema, ma non potrà arrivare finché non ci sarà un soggetto politico realmente coeso. L’Unione Europea possiede una notevole capacità normativa, una gigantesca forza commerciale e un peso tecnologico ancora significativo, ma continua a dipendere in larga misura dalla NATO per la propria sicurezza strategica, un’asimmetria che ne limita fortemente l’autonomia.
Signori, fate il vostro gioco
Nel frattempo, il quadro globale si è polarizzato o forse si è mostrato a noi per quello che realmente è sempre stato. Il sistema è frammentato in blocchi che non comunicano più, ognuno intento a giocare una partita diversa. Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina stanno smontando l’idea stessa di un ordine globale condiviso.
Da quando sono stati fondati, gli Stati Uniti vivono ciclicamente un problema di identità, oscillando tra il ruolo di polizia del mondo e quello del vicino di casa che chiude la porta e alza il volume del televisore. Per decenni, specialmente dopo la Seconda guerra mondiale, hanno mantenuto una vocazione interventista. La NATO, il commercio globale, le banche internazionali e la famigerata esportazione della democrazia non sono nient’altro che il braccio di questa filosofia. Poi, periodicamente, il corpo elettorale si stanca, elegge qualcuno che promette di occuparsi solo dei fatti propri, e Washington inizia a imporre dazi, a strappare accordi multilaterali e a trattare esclusivamente in bilaterale, facendo i propri interessi con questo o quel paese senza passare da Bruxelles o dall’ONU. L’America First è la versione moderna dell’antico istinto americano di guardare l’oceano e decidere che dall’altra parte ci sono solo guai ed è meglio non avere a che farci troppo. La differenza è che oggi l’oceano non protegge più nessuno e i dazi industriali colpiscono anche gli alleati, il che rende la strategia meno simile a un isolazionismo puro e più a cinismo commerciale.
La Russia, dal canto suo, ha smesso di fingere. La guerra in Ucraina non è una campagna militare lampo come forse era nelle intenzioni di Mosca, che ora punta a consumare l’avversario con l’artiglieria, le trincee, il tempo, le munizioni e la carne da macello. L’esempio di una guerra industriale nel senso più brutale: vince chi produce più proiettili, chi riesce a tenere in piedi la catena logistica e chi sopporta di perdere uomini e mezzi per anni senza che la società collassi. La mobilitazione economica è parziale perché Putin, contrariamente alla militarizzazione dell’intera Russia ad opera dei sovietici nel 1941, ha convertito solo una parte dell’industria, ha riallocato alcune risorse e ha fatto in modo che a Mosca e San Pietroburgo la vita continui a scorrere quasi normalmente, mentre il fronte assorbe il resto. Un compromesso pragmatico che porta a non disturbare troppo la popolazione urbana che potrebbe protestare, ma spinge abbastanza sul fronte economico e militare. Una guerra di attrito gestita con mentalità aziendale.
La Cina, viceversa, sta costruendo una fortezza tecnologica pezzo per pezzo, con l’obiettivo preciso di non dover più dipendere dall’Occidente per i componenti che contano. Il piano Made in China 2025 e un fondo statale da decine di miliardi hanno trasformato SMIC e Huawei in laboratori di autarchia forzata. Già da qualche anno la Cina si sta rendendo tecnologicamente indipendente sul fronte dei chip aggirando i brevetti occidentali con i processori RISC-V. Più ad ampio raggio vediamo come sostituisca Android con HarmonyOS, il GPS con la rete satellitare BeiDou, ed è diventata leader delle batterie elettriche tramite CATL e BYD controllando di fatto il mercato globale. Inoltre l’organizzazione cinese prevede di rafforzare la circolazione interna delle merci per rendere la nazione più autonoma e meno vulnerabile a shock esterni. La cosiddetta strategia della “doppia circolazione” che per nostra fortuna ancora non riesce a penetrare completamente il mercato cinese a causa dell’incompletezza delle grandi infrastrutture interne.
Il controllo del Partito è capillare e non ammette concorrenti interni. Jack Ma, proprietario e fondatore di Alibaba, ha visto il suo Ant Group, valutato oltre trecento miliardi, annullato all’ultimo secondo prima della quotazione. Lui si è ritirato poi a vita privata. Didi Chuxing, la più importante piattaforma di ride hailing cinese, una sorta di Uber vitaminizzato, è stata multata pesantemente dalle autorità cinesi ed espulsa da Wall Street riducendosi a un’ombra del suo valore originario. Tencent, il colosso tech, il più grande player mondiale nei videogiochi, ha dovuto versare 13 miliardi di euro per la cosiddetta common prosperity. Lo Stato inserisce nelle aziende partecipazioni simboliche con diritto di veto e piazza consiglieri del Partito dove conta. Il mercato funziona, ma non è indipendente. Siamo di fronte ad uno Stato capitalista che ha capito che la vera sovranità del ventunesimo secolo si misura in nanometri di silicio e in gigabyte di autonomia, e che nessun miliardario privato può mettersi di traverso. Se a questo aggiungiamo che la penetrazione nei mercati occidentali, grazie anche agli aiuti di Stato, sta portando la nostra industria verso una crisi difficilmente affrontabile senza imporre limiti alle importazioni, capiamo che la questione ha superato la logica dei semplici dazi e del libero mercato.
Debolezza endemica e potenziale nascosto
Il risultato complessivo è che il sistema internazionale postmoderno, quello basato su regole condivise, interdipendenza e multilateralismo, viene attaccato su fronti diversi e ci troviamo stretti tra l’indifferenza commerciale americana, la brutalità industriale russa e l’autarchia tecnocratica cinese. L’Europa sta nel mezzo, ancora convinta che le regole stabilite per il gioco siano sufficienti, mentre gli altri giocatori stanno semplicemente smontando il tavolo.
In questo scenario sarebbe però sbagliato cadere in una forma opposta di determinismo. Non è inevitabile che il futuro internazionale degeneri in un sistema dominato esclusivamente dalla forza bruta. La capacità di produrre standard tecnologici, regole economiche e reti commerciali continuerà a rappresentare un elemento decisivo di potenza. Tuttavia, questi strumenti non possono funzionare se dietro non esiste una credibile capacità di deterrenza.
Per l’Europa la sfida non consiste nel trasformarsi in un impero militare ottocentesco, anche perché non ne possiede né la struttura politica né la cultura strategica, ma nel riconoscere un dato piuttosto semplice e brutalmente banale: il soft power funziona soprattutto quando esiste anche la possibilità concreta della forza sullo sfondo. Si direbbe una conclusione meno sottile delle vecchie teorie sulla fine della storia, ma ultimamente il mondo sembra avere una certa insofferenza per le formule troppo raffinate.
Resta però un’altra via, che pochi nominano per evitare di scivolare nell’euforia federalista o nella depressione geopolitica. L’Europa potrebbe smettere di aspettare di essere invitata a partecipare perché non succederà. Non possiamo competere con la massa industriale cinese, con la capacità coercitiva americana, con la brutalità strategica russa o con la crescita demografica di India e Africa. Eppure possediamo qualcosa che nessuno di questi attori ha nella stessa concentrazione. L’Europa ha la capacità di rendere il suo sistema indispensabile senza bisogno di conquistare territori. In altre parole, potremmo diventare una potenza infrastrutturale, ovvero quella rete senza cui il sistema globale funziona peggio. Una centralità diversa dall’impero classico, ma non per questo meno reale.
Per trent’anni l’Unione Europea ha ragionato soprattutto come spazio regolatorio, area commerciale e architettura giuridica. Un amministratore di condominio molto competente che improvvisamente scopre di vivere in un quartiere violento. Nei fatti, un sistema globale instabile premia chi controlla infrastrutture, risorse strategiche, standard tecnologici, flussi energetici e reti cognitive. Qui abbiamo eccellenze enormi ma disperse: università, ricerca, manifattura avanzata, farmaceutica, aerospazio, robotica, design industriale, capacità diplomatica e soft power culturale. Il tutto è però frammentato in ventisette strategie nazionali che si ostinano a non fondersi in una volontà politica unica e che arrivano spesso a ostacolarsi l’un l’altra, contendendosi il primato nel pollaio.
La vera scommessa, allora, non riguarda più l’Europa, nel senso istituzionale e burocratico, ma la creazione di una civiltà europea post-industriale avanzata che trasformi sostenibilità, cultura, tecnologia, benessere e diplomazia in strumenti di potenza sistemica. Verso chi potremmo mai esportare carri armati? Pensiamo piuttosto a esportare standard, a occupare catene del valore senza occupare territori in modo militare o estrattivo. Se si è indispensabili, non serve minacciare.
La terza via
Il ventunesimo secolo probabilmente non sarà dominato da chi possiede più territorio, ma da chi controlla materiali critici, supply chain, intelligenza artificiale, sistemi satellitari, standard energetici, infrastrutture digitali, dati e biotecnologie. In questo campo, l’Europa ha la possibilità di costruire un predominio tecnologico che la collochi in posizione centrale rispetto allo sviluppo mondiale. Se pensiamo di vincere copiando Washington o Pechino sul loro stesso terreno partiamo svantaggiati. Dobbiamo invece usare la nostra specificità, puntando a essere tecnologicamente indispensabili, culturalmente desiderabili, normativamente inevitabili, scientificamente avanzati e diplomaticamente affidabili. In un secolo di saturazione dei consumi e limiti energetici, questo approccio potrebbe valere più del possesso diretto di nuove province o feudi commerciali.
C’è però un nodo concreto da sciogliere. La transizione energetica globale dipende da litio, cobalto, nichel, manganese, neodimio, rame e terre rare magnetiche. Oggi la Cina domina la raffinazione, la trasformazione e la catena di distribuzione. L’Europa rischia una dipendenza tecnologica strutturale che le impedirebbe di esercitare qualsiasi autonomia strategica. Qui entra in campo una frontiera che finora è stata lasciata ai visionari e agli ambientalisti in lotta tra loro: i fondali oceanici.
Il deep sea mining è stato a lungo considerato un tabù ecologico, e non senza ragione. Gli ecosistemi abissali impiegano milioni di anni a formarsi, la distruzione dell’habitat è spesso irreversibile e i plume di sedimento rischiano di soffocare organismi che non conosciamo ancora. Le critiche sono fondate. Ma la tecnologia non è statica, e confondere l’estrazione industriale ottocentesca con le innovazioni attuali è un errore che l’Europa non può permettersi. L’azienda italiana Decomar, attraverso la sua tecnologia LimpidH2O, sta sviluppando sistemi di raccolta dei noduli polimetallici a profondità oceaniche con un impatto ambientale minimo, senza operare il dragaggio tradizionale e garantendo la tutela dei fondali. Si tratta di un approccio selettivo che separa i materiali critici dal sedimento circostante senza demolire l’ecosistema. Siamo ancora in una fase di sviluppo per una tecnologia testata su sedimenti a bassa profondità, ma è proprio qui che la ricerca scientifica e tecnologica europea deve concentrare i propri sforzi: aprire una nuova frontiera estrattiva che non sia cieca, dimostrando che è possibile ottenere i materiali indispensabili alla transizione energetica senza replicare la logica predatoria dei secoli passati.
Lo stesso ragionamento vale per lo spazio, che sarà uno dei veri campi di sovranità del secolo: telecomunicazioni, GPS, osservazione climatica, agricoltura di precisione, cybersicurezza, internet satellitare e controllo logistico. L’European Space Agency (ESA) possiede competenze scientifiche di prim’ordine, ma fatica a competere con la velocità di SpaceX o con il modello statale-industriale cinese. Il problema ricorrente è sempre lo stesso: l’Europa ha le capacità, ma manca di una direzione strategica verticale. Deve smettere di comportarsi come un consorzio di ricerca e iniziare a operare come un attore sistemico.
In parallelo a tutto questo, c’è un cambio di metrica che dovremmo promuovere con la stessa determinazione con cui oggi imponiamo regolamenti sui plastificanti. Il PIL misura la quantità di produzione, la velocità economica e il consumo monetizzato. Essendo nato in origine per valutare la capacità di uno Stato di produrre bombe, non calcola la salute sociale, la qualità urbana, la stabilità psicologica, la sostenibilità, la resilienza, la manutenzione o la coesione. In pratica, misura egregiamente l’espansione industriale novecentesca, ma molto meno una società avanzata che deve gestire l’invecchiamento, i limiti energetici, l’automazione, la crisi climatica e la saturazione dei consumi. Se l’Europa riuscisse a imporre indicatori alternativi di benessere sistemico come criteri di potenza legittima, costruirebbe un ordine normativo alternativo a quello cinese (fondato sulla quantità) e a quello americano (fondato sul consumo). Sarebbe una scelta di rottura prima ancora che economica. Il sistema finanziario globale è strutturato sulla crescita continua misurata dal PIL: cambiare l’indicatore significa ridefinire investimenti, debito, produttività, welfare, lavoro, consumi e mercati. Non è semplice, ma l’Europa non è mai stata interessata alle cose semplici. Altrimenti avrebbe già risolto la questione dei formaggi a denominazione protetta.
Infine, c’è il campo dove l’Europa può davvero prevalere senza concorrenza degna di questo nome: la proiezione culturale e umanitaria. La Cina costruisce infrastrutture; gli Stati Uniti esportano piattaforme; la Russia esporta sicurezza e destabilizzazione. Sembrerebbe che all’Europa non sia rimasto molto da fare. Questa sensazione ce la dà il nostro orbitare culturalmente intorno al PIL. Spiegatemi per quale motivo l’Europa non potrebbe esportare formazione, sanità, gestione urbana, sostenibilità, reti universitarie, cooperazione tecnologica e cultura amministrativa? Sicuramente non è spettacolare quanto lanciare missili o costruire porti, ma questo genera influenza a lungo termine e, soprattutto, è coerente con la struttura europea, permettendoci di evitare sforzi muscolari fuori tempo massimo, non per nulla ci chiamiamo il Vecchio Continente, facendoci diventare più intensamente ciò che siamo già.
Il rischio, ovviamente, è che l’Europa faccia l’Europa e resti nel mezzo. Troppo debole per essere una potenza classica, troppo lenta per dominare la tecnologia, troppo normativa per agire rapidamente e troppo frammentata per diventare strategica. Capire il futuro prima degli altri e arrivarci troppo tardi, è una possibilità concreta e non va sottovalutata. Ma l’alternativa non è più appetibile: imitare gli Stati Uniti diventando una copia maldestra, o imitare la Cina trasformandosi in una dittatura tecnocratica. Entrambe le opzioni sarebbero ridicole.
La fine dello Stato postmoderno non significa la fine dell’Europa come attore rilevante, piuttosto è il nostro risveglio, l’uscita dal letargo sistemico in cui eravamo piombati. Abbiamo smesso di credere che la storia avesse una preferenza personale per le procedure giuridiche perché il mondo è tornato a essere un luogo dove la forza conta, dove i confini si tracciano con la pressione e non con la retorica, dove le risorse strategiche si controllano o si subiscono. Gli avvenimenti di questi anni stanno ridefinendo lo stesso concetto di forza. Il senso di spaesamento che si percepisce in Europa è indicativo di come si tenda a considerare “forza” solo quella che esplode. Questo è un riflesso di come la disillusione sia calata improvvisamente, ma ci sono alcuni principi che non dobbiamo sottovalutare e ci dobbiamo rendere conto che è forte anche chi rende gli altri dipendenti dal proprio sistema, stabilendo standard tecnologici che il resto del pianeta è costretto ad adottare. Vivendo immersi nel benessere reale avanzato, spesso non capiamo che il resto del mondo, alla fine, vuole imitarci, non conquistarci.
L’imperialismo è nato qui e nessuno ci potrebbe insegnare meglio come diventare un impero non territoriale ma di attrazione. Non abbiamo bisogno di imitare modelli altrui, ma esercitare potenza trasformando la nostra storia in competenza strategica. Il mondo lo abbiamo già dominato nel passato e non ci rendiamo conto che questo fa parte di una memoria collettiva globale. È il momento di fare qualcosa di più difficile e utile: renderlo dipendente da ciò che solo noi sappiamo fare.
