Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.
Omar Abdulkadir Artan, eletto miglior arbitro africano del 2025 e destinato a diventare il primo direttore di gara somalo nella storia dei Mondiali, è stato bloccato all’aeroporto di Miami e rispedito a casa per “motivi di controllo”. Aymen Hussein, stella della nazionale irachena, è stato trattenuto e interrogato per circa sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago, telefono sequestrato. La nazionale iraniana ha spostato il ritiro pre-torneo da Tucson a Tijuana, al confine con la California, perché i visti per i giocatori sono arrivati a ridosso dell’inizio e diversi membri dello staff non li hanno avuti affatto. Infantino, interpellato, ha detto che se necessario avrebbe preso un autobus fino a Teheran, e ha definito il caso dell’arbitro somalo “sfortunato e spiacevole.” Un autobus. Sfortunato. Spiacevole.
Com’è possibile che il paese ospitante di una competizione universale tratti i suoi ospiti come potenziali infiltrati? Dire “perché può” è vero ma non basta. Quello che sta accadendo non è un cortocircuito tra valori sportivi e brutalità politica, non è una contraddizione da denunciare. Gli Stati Uniti hanno smesso di fingere che esista uno spazio neutro, un’anticamera simbolica in cui le nazioni sospendono le ostilità per condividere un palcoscenico. Quell’accordo tacito aveva retto decenni, Russia 2018, Qatar 2022, con tutte le loro ipocrisie, ma era pur sempre un accordo. Adesso è scaduto, e nessuno si è preso la briga di rinnovarlo.
Fin qui, cronaca. Il problema è che la cronaca si ferma sempre un passo prima del punto interessante.
C’è qualcosa che osservo da anni e che ho cercato di descrivere nel saggio “La guerra come infrastruttura climatica”. La pace non è un’eccezione alla guerra ma la sua condizione latente. Il Mondiale 2026 è prezioso proprio perché mette in evidenza quello che sostengo e anche sotto il manto erboso cova la guerra.
Allora la domanda vera non riguarda Trump, i visti o la FIFA, ma una domanda che quasi nessuno pone perché la risposta è difficile da reggere: chi ha interesse che la guerra finisca davvero?
Guardiamoci intorno con un minimo di cinismo. Quello che gli Stati Uniti gestiscono nell’instabilità mediorientale è un mercato. Ad ogni escalation corrisponde un ciclo di ordini per l’industria della difesa, ogni de-escalation è una trattativa in cui Washington incassa credito diplomatico da ridistribuire come merce pregiata. La pace definitiva in Medio Oriente priverebbe gli Stati Uniti di quel ruolo peculiare di sovrano che non governa direttamente ma decide chi può governare, chi merita legittimità e chi no. Trump è la versione più onesta, perché meno ipocrita, di una costante che attraversa le amministrazioni dagli anni Settanta.
Che dire di Israele? Una pace reale richiederebbe il riconoscimento di un interlocutore palestinese, e quel riconoscimento smonta l’intera architettura ideologica su cui Ben Gvir e Smotrich hanno costruito il loro potere, e su cui Netanyahu ha costruito, parallelamente, la sua sopravvivenza giudiziaria. La coalizione si dissolverebbe nel giro di settimane. Le tragiche circostanze hanno imposto una reazione che tutto l’Occidente ha avallato ma che è diventata rapidamente una funzione di governo, un dispositivo di coesione che nessuno dei protagonisti ha incentivo ad abbandonare.
E Teheran vuole davvero la bomba atomica o vuole sembrare di volerla? Questa è una cosa radicalmente diversa, perché è l’unica postura che gli impedisce di fare la fine dell’Iraq nel 2003. L’ambiguità strategica è la sua unica assicurazione sulla vita. Una normalizzazione significherebbe rinunciare a quella leva senza avere nulla di equivalente in cambio. Il conflitto permanente con Washington non logora il regime: lo alimenta, gli fornisce la narrazione dell’assedio che è la fonte principale della sua legittimità interna.
La Russia ha un problema diverso, forse il più paradossale. In una pace ucraina si troverebbe a dover rispondere a una domanda semplice e devastante: a cosa è servito tutto questo? L’economia di guerra nel frattempo è diventata l’economia tout court. Il nemico esterno è la colla che tiene insieme un sistema politico altrimenti percorso da tensioni che la mobilitazione bellica riesce a silenziare. Una vittoria troppo netta chiuderebbe il conflitto e con esso la sua giustificazione; una sconfitta lo aprirebbe in modo incontrollabile. L’equilibrio che Mosca cerca, e sostanzialmente trova, è quello attuale: una guerra abbastanza viva da mobilitare, abbastanza lenta da non consumare.
L’Europa vuole la pace come certi pazienti vogliono guarire: con parole commosse, vertici solenni, impegni di risorse che non arrivano mai nella misura promessa. Riarmamento senza strategia, solidarietà senza visione, autonomia proclamata in ogni discorso senza mai recidere la dipendenza strutturale da Washington. Una scelta, consolidata e tutto sommato razionale, del comfort dell’irrilevanza, che poi viene chiamata prudenza, perché le parole costano meno delle decisioni.
Quello che emerge è un ordine fondato sulla gestione dell’instabilità come risorsa, sulla guerra tenuta a temperatura controllata perché la sua persistenza genera esattamente ciò di cui ogni attore ha bisogno: consenso interno, dipendenza degli alleati, giustificazione del potere. Le guerre contemporanee non si concludono per inerzia o distrazione. Non si concludono perché nessuno vuole davvero concluderle.
Infantino, prima del fischio d’inizio, ha espresso la speranza che quando l’Iran giocherà lo stadio sia pieno e l’atmosfera positiva, “perché questo è il calcio: si tratta di persone che dimenticano la realtà e si concentrano sulla partita.”
Vale la pena fermarsi su questa frase, perché viene da chi guida un’organizzazione che negli ultimi anni ha avuto tutto il tempo per vedere cosa stava arrivando. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran non sono emerse la settimana scorsa. I problemi sui visti erano prevedibili, previsti, segnalati. La FIFA ha scelto di andare avanti lo stesso, senza porre condizioni, senza garanzie, senza un piano B che non fosse Infantino su un autobus immaginario diretto a Teheran. È stata una scelta, quella di non scegliere, che è comunque una scelta, e adesso produce arbitri respinti a Miami e delegazioni accampate a Tijuana.
Dimenticare la realtà. Una pausa cognitiva abbastanza lunga da lasciare che chi gestisce la guerra la gestisca indisturbato. Infantino lo ha detto con una franchezza involontaria che vale più di qualsiasi analisi.
Il pallone rotola. La guerra continua. L’arbitro somalo è rimasto a Miami.
