Per mesi il regno saudita aveva scelto la linea della prudenza. Mentre attorno a sé la regione precipitava in una nuova guerra, Riyadh evitava dichiarazioni plateali, teneva aperti i canali con Teheran e lasciava che fosse Washington a esporsi in prima linea. Quella cautela, negli ultimi giorni, sembra essere stata archiviata. Il regno di Mohammed bin Salman si ritrova oggi a fronteggiare simultaneamente due fronti di crisi che ne mettono alla prova la tenuta economica, militare e diplomatica.
Il fronte iraniano: da guerra per procura a scontro diretto
Il punto di svolta risale al 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito direttamente il territorio iraniano, aprendo quello che gli osservatori chiamano ormai la “guerra del 2026”. Da allora l’Iran ha risposto colpendo anche obiettivi sauditi: raffinerie petrolifere e installazioni militari sono state bersaglio di ripetuti attacchi missilistici, con danni riportati anche vicino a Riyadh e tentativi di colpire la base aerea di Prince Sultan e l’aeroporto della capitale.
Per settimane il regno aveva mantenuto un basso profilo, limitandosi a intercettazioni difensive e a smentite diplomatiche. Ma secondo fonti giornalistiche italiane, negli ultimi giorni la postura è cambiata in modo netto: per la prima volta il ministero della Difesa saudita ha rivendicato apertamente un’operazione militare congiunta con gli Stati Uniti contro miliziani filo-iraniani in Iraq, dopo un raid notturno che avrebbe ucciso una ventina di combattenti sciiti. L’azione è arrivata in risposta a tre giorni di attacchi con droni contro impianti petroliferi sauditi, attribuiti alle stesse milizie irachene legate a Teheran.
Il cambio di passo coincide, non a caso, con il consolidamento dell’architettura di sicurezza tra Riyadh e Washington: appena una settimana prima era stato firmato un accordo per la cooperazione nucleare civile, accompagnato da un pacchetto di garanzie militari che si innesta sull’intesa di difesa strategica siglata lo scorso novembre. Fonti diplomatiche riferiscono inoltre che l’adesione saudita ai Patti di Abramo sarebbe ora una condizione collegata proprio a quell’accordo nucleare — un nodo delicato, perché Riyadh continua a porre come condizione irrinunciabile un percorso “irreversibile” verso uno Stato palestinese, posizione che Israele respinge.
Da parte iraniana, i toni restano bellicosi: fonti dei Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito nei giorni scorsi che i Paesi che sostengono l’iniziativa militare statunitense subiranno una “dura risposta” se non cambieranno atteggiamento.
Il fronte yemenita: gli Houthi tornano all’attacco
Mentre si consuma lo scontro con Teheran, a sud il regno deve affrontare la recrudescenza della minaccia Houthi. Il movimento sciita, sostenuto dall’Iran e in controllo di larga parte dello Yemen, ha dichiarato nei giorni scorsi un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita e, secondo fonti regionali citate da Reuters, avrebbe valutato l’introduzione di tariffe per le navi commerciali in transito nel Mar Rosso meridionale — ipotesi poi smentita dall’autorità di coordinamento marittimo controllata dagli stessi Houthi, che assicura la gratuità del passaggio nello stretto di Bab el-Mandeb.
Riyadh ha risposto con raid aerei di ritorsione contro postazioni militari Houthi, in particolare nella provincia di Hodeidah, colpendo infrastrutture di telecomunicazione e la strategica isola di Kamaran. Per contenere la minaccia alla navigazione, il regno ha promosso una coalizione allargata insieme a Kuwait, Bahrein, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania, lo stesso Yemen, Bangladesh, Nigeria, Sudan, Gibuti e Somalia, con l’obiettivo dichiarato di proteggere le rotte del Mar Rosso. All’incontro organizzativo avrebbero partecipato rappresentanti militari di 43 Paesi, oltre a una delegazione dell’Unione europea.
L’Italia e il sostegno occidentale
Il pressing diplomatico a favore di Riyadh non arriva solo da Washington. Il ministro degli Esteri saudita è stato ricevuto nei giorni scorsi alla Farnesina dal titolare della diplomazia italiana, che ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo per gli attacchi subiti dall’Iran, inquadrando il regno come partner politico, economico e di sicurezza in una regione che, nella visione italiana, si estende dal Mediterraneo al Golfo fino all’India — un riferimento implicito al corridoio economico Imec, il progetto di collegamento infrastrutturale tra il subcontinente indiano e i porti del Mediterraneo che passa proprio per il territorio saudita.
Un regno tra due fuochi
Restano aperti gli interrogativi di fondo. Il sostegno sempre più esplicito degli Stati Uniti — assetti aerei, mezzi corazzati e ora anche la cooperazione nucleare civile — potrebbe non bastare a Riyadh per reggere contemporaneamente il fronte iraniano e quello yemenita. C’è poi il timore, che circola da mesi negli ambienti diplomatici del Golfo, che il regno finisca per pagare sul proprio territorio il prezzo di un allineamento sempre più stretto con Washington, in un momento in cui lo stesso establishment militare statunitense denuncia pubblicamente la scarsità di risorse navali disponibili per sostenere contemporaneamente più teatri di crisi in Medio Oriente.
Per la prima volta dall’inizio della crisi, insomma, l’Arabia Saudita non è più soltanto un attore che subisce le conseguenze indirette di una guerra regionale, ma un belligerante che rivendica apertamente le proprie azioni militari. Resta da vedere se questa esposizione crescente rafforzerà la posizione negoziale del regno o ne accelererà, invece, il coinvolgimento diretto in un conflitto che Riyadh, fino a poche settimane fa, avrebbe voluto a tutti i costi evitare.
Fonti: agenzie di stampa e testate giornalistiche italiane e internazionali, aggiornate al 1-3 agosto 2026.
