L’amministrazione di Donald Trump ha annunciato una delle mosse ambientali più radicali degli ultimi decenni: la revoca del presupposto scientifico che permetteva all’Environmental Protection Agency di regolare i gas serra sotto il Clean Air Act. In pratica non si riconosce il problema, quindi si rende superfluo occuparsene. La realtà climatica diventa un’opinione amministrativa.
Potrebbe sembrare fuori luogo trattare di questa tematica su queste pagine, ma l’aspetto interessante è il segnale geopolitico che viene lanciato. Non si tratta solo di politica interna, un’oscillazione ideologica tra regolazione e libertà economica, ma di un messaggio che attraversa il pianeta: la manutenzione dell’ambiente non è più un impegno comune ma una voce di bilancio negoziabile. La conseguenza non è tanto più inquinamento locale quanto la fine di un coordinamento implicito.
Perché le norme ambientali sono anche norme commerciali, industriali, militari e migratorie. Qui si capisce perché decisioni come quella statunitense non sono solo interne. Le grandi potenze funzionano come standard morali involontari. Quando gli Stati Uniti si ritirarono dagli accordi climatici negli anni passati, diversi Paesi produttori di combustibili fossili, dalla Arabia Saudita alla Russia, rallentarono ulteriormente le proprie transizioni energetiche, mentre economie emergenti come India e Brasile usarono l’argomento della competitività per giustificare politiche più permissive. Non era coordinamento, era imitazione strategica: nessuno vuole essere il primo a pagare il conto di un bene pubblico globale se il vicino organizza una festa con i risparmi.
Sono pronto a scommettere che anche questa volta ci saranno amministrazioni che smetteranno di fingersi virtuose, altre bloccheranno gli investimenti, altre ancora tireranno un sospiro di sollievo perché finalmente nessuno chiederà loro di spendere denaro per problemi che matureranno solo fra vent’anni, cioè dopodomani, nella scala delle civiltà. Una corsa al ribasso mascherata da sovranità, ma le conseguenze non si misurano in parti per milione di CO₂, ma in instabilità regionali che riconfigurano gli equilibri globali.
Non ci credete?
Di esempi possiamo citarne a decine e mi fa sinceramente strano che non ci si renda conto di come il clima sia stato e continui ad essere un detonatore geopolitico così importante negli ultimi anni. A meno di non pensare male e capire a chi potrebbe far comodo l’instabilità globale su vasta scala. Che sia la migliore condizione possibile per fare affari?
Iniziamo dalla crisi del Sahel che è in corso ormai da alcuni decenni. Dal Senegal al Ciad la fascia semi-arida si sposta verso sud. Non è un’improvvisa catastrofe, ma una lenta riduzione della capacità agricola. In Mali e Niger l’aridità ha modificato le rotte pastorali, mettendo in competizione agricoltori sedentari e allevatori nomadi. Le tensioni sono state poi occupate da milizie e gruppi armati. Il conflitto viene classificato come terrorismo, ma il combustibile è prettamente materiale: meno suolo utile significa più violenza per stabilirne l’uso. Il jihadismo funziona spesso come linguaggio organizzativo di una disputa territoriale generata dal clima.
Qualcosa di simile, ma su scala vastissima, è avvenuto nel Corno d’Africa. In Somalia le ripetute siccità hanno distrutto cicli pastorali secolari. La pirateria nell’Oceano Indiano, interpretata come criminalità opportunistica, esplose dopo il collasso delle economie costiere legate alla pesca e al bestiame. Prima è sparito il già magro il reddito, poi è comparso il reato e infine è arrivata la flotta militare internazionale a ristabilire l’ordine.
La sequenza è quasi sempre questa: perdita di stabilità ambientale, riconfigurazione economica forzata, risposta di sicurezza.
La Siria offre il caso emblematico. La siccità 2006-2010 svuotò le campagne e gonfiò periferie urbane già fragili. Oltre un milione di persone si spostò verso Damasco, dove i prezzi degli alloggi raddoppiarono in sei mesi. Dettaglio omesso dai report: le famiglie vendevano i gioielli di famiglia per pagare l’affitto. Quando iniziò la rivolta, lo Stato doveva sostenere molti più abitanti concentrati nelle stesse aree urbane. La guerra civile fu anche ridistribuzione forzata di una popolazione divenuta ingestibile. Generò poi uno dei maggiori movimenti migratori verso l’Europa.
Persino la cosiddetta Primavera araba ebbe tra i suoi fattori un picco dei prezzi del grano collegato a fallimenti dei raccolti globali dopo ondate di calore in Russia e Cina nel 2010. Quando il prezzo del pane aumenta rapidamente, la teoria politica si semplifica moltissimo. La democrazia diventa un problema calorico.
Mi fermo qui e cito ancora solo il Bangladesh con l’innalzamento del mare nel delta Gange-Brahmaputra e le conseguenti migrazioni verso le città interne e verso l’India che ha generato le tensioni sui confini. Il conflitto idrico conseguente la realizzazione della grande diga sul Nilo Azzurro in Etiopia che ha messo a rischio la sopravvivenza agricola di una intera valle. Eccetera, eccetera e, tristemente, eccetera.
Il paradosso è che la politica climatica è sempre trattata come etica ambientale, mentre in realtà è politica della sicurezza. Le migrazioni del XXI secolo raramente saranno ideologiche: saranno idrologiche. Le guerre raramente saranno dichiarate per il petrolio: saranno dichiarate per i raccolti che il petrolio ha compromesso trent’anni prima. Ma nel breve periodo queste connessioni sono invisibili, e la politica, che vive di cicli elettorali, preferisce fenomeni che accadono entro la durata di un mandato. Il monsone è noto, non vota.
Così si crea una curiosa asimmetria temporale. Il clima agisce lentamente ma irreversibilmente, la politica rapidamente ma reversibilmente. Quando la seconda ignora il primo, non elimina il problema: lo trasferisce nello spazio. I raccolti persi diventano prezzi globali, i prezzi diventano rivolte, le rivolte diventano profughi, i profughi diventano confini militarizzati. A quel punto la questione ambientale rientra dalla porta principale della sicurezza nazionale, con uniformi e bilanci molto più costosi.
L’ironia, se serve, è che spesso le politiche climatiche vengono respinte perché considerate economicamente onerose, per poi essere sostituite da spese militari infinitamente superiori per gestire le conseguenze. Si risparmia sul termometro per comprare il carro armato. Un capolavoro di contabilità strategica: la prevenzione è ideologica, l’emergenza è realista. Ma forse questa è la risposta alla domanda sugli affari formulata in precedenza?
Non lo so, ma è sicuro che le recenti decisioni americane non sono solo una scelta energetica. Sono un messaggio implicito sulla gerarchia dei rischi percepiti. E la storia recente suggerisce una cosa abbastanza precisa: quando il clima esce dall’agenda politica, tende a rientrarci sotto forma di crisi geopolitica. Non come ambiente, ma come ordine pubblico planetario. E a quel punto nessuno lo chiama più cambiamento climatico. Lo si chiama instabilità. Che suona molto più serio, anche se è la stessa cosa con qualche milione di persone in movimento.
