Il 4 agosto Roma ospiterà un nuovo round negoziale tra Israele e Libano, il secondo in poche settimane, dopo quello che la Farnesina ha definito la prima sessione sui seguiti dell’accordo firmato a Washington il 26 giugno. Nel frattempo, da Shama, in Libano meridionale, un generale italiano comanda da giugno 2025 l’intera forza UNIFIL. È il Generale Diodato Abagnara a guidare i quasi 7.500 caschi blu di una cinquantina di paesi schierati lungo la Blue Line, mentre l’Italia mantiene il comando del settore ovest con un contingente di circa 750 uomini.
Qui nasce un paradosso che vale la pena raccontare. L’Italia, priva di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, di un deterrente nucleare e spesso poco ascoltata nei grandi tavoli multilaterali, si ritrova oggi a comandare operativamente la missione di pace più esposta del Mediterraneo orientale proprio nel momento in cui se ne decide il destino. E, cosa più interessante, prova a trasformare quel ruolo in uno strumento di mediazione politica vera.
Un accordo fragile, un calendario che stringe
L’intesa di Washington del 26 giugno condiziona il ritiro israeliano dal Libano meridionale al disarmo di Hezbollah, ma non fissa un calendario vincolante lasciando riservato un intero allegato sulle garanzie di sicurezza. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, l’ha bollata pubblicamente come un’umiliazione. A fine giugno un funzionario militare libanese ammetteva di non avere alcuna tabella di marcia per applicarla, segno di quanto l’intesa resti affidata alle buone intenzioni. Sul terreno, intanto, la situazione resta esplosiva con sette caschi blu uccisi dal 2 marzo negli scontri tra Israele ed Hezbollah, e ad aprile un militare francese di UNIFIL è morto in un attacco alla missione.
Sopra tutto questo pende una scadenza precisa. La risoluzione 2790 ha fissato l’ultima proroga del mandato UNIFIL al 31 dicembre 2026, con l’avvio del ritiro nel 2027. È una data che imprime un’accelerazione a tutti i dossier collegati per non lasciare in sospeso questioni rilevanti come chi controllerà il sud del Libano quando i caschi blu se ne andranno, chi formerà l’esercito libanese, chi garantirà che l’intesa raggiunta non collassi nel giro di pochi mesi.
Come l’Italia è arrivata a comandare Shama
Per capire perché sia proprio un generale italiano a guidare oggi UNIFIL, bisogna fare un passo indietro di settantacinque anni. L’aviazione leggera dell’esercito nasce il 24 aprile 1951, appena due anni dopo l’ingresso dell’Italia nella NATO, quando lo Stato Maggiore ottiene dagli Stati Uniti 339 veivoli leggeri, i Piper citati nel titolo, nell’ambito degli aiuti militari alleati. Viene fondato il “Nucleo Aviazione Leggera” poi ridenominato “Aviazione Leggera Esercito”, più semplicemente ALE.
Il salto di qualità arriva più tardi. Nel 1993 la specialità perde l’aggettivo “leggera” e diventa AVES, Aviazione dell’Esercito, popolata da personale proveniente da percorsi diversi. Da allora l’evoluzione è costante: oggi l’Italia è tra i principali operatori europei dell’NH90, con oltre 60 velivoli in linea distribuiti su tre basi.
Questa capacità aeromobile, fatta di mobilità, evacuazione sanitaria, ricognizione e comando, rende credibile il contingente italiano e di conseguenza la candidatura di un ufficiale italiano a guidare l’intera missione. È il meccanismo silenzioso che sta dietro alla nomina di Abagnara e si deve al fatto che l’Italia ha costruito negli anni il mezzo che permette di sostenerlo sul campo.
Da Shama a Roma: il tentativo di convertire il comando in leva politica
Qui si arriva al punto più interessante e più attuale della storia. Negli ultimi due mesi l’Italia non si è limitata a gestire operativamente il proprio angolo di missione. Il 25 giugno, al vertice intergovernativo di Antibes, Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno lanciato l’idea di una missione internazionale per il sud del Libano da costruire dopo il ritiro di UNIFIL, agganciandola al rapporto bilaterale italo-francese rilanciato dal Trattato del Quirinale. Poche settimane dopo Tajani ha ospitato a Roma la prima sessione negoziale sui seguiti dell’accordo di Washington, con un secondo round fissato per il 4 agosto, un’iniziativa che il ministro degli Esteri ha definito il frutto di “una paziente azione di politica estera che costruisce ponti”. L’Italia prova a ritagliarsi un ruolo di regia diplomatica sul dossier libanese.
La posizione italiana, ribadita nelle audizioni parlamentari di luglio, è che qualsiasi missione post-UNIFIL debba avere un cappello multilaterale, sotto l’ombrello ONU o UE. Deve quindi evitare di configurarsi come una tutela esterna della sovranità libanese. Questa distinzione serve a rendere l’iniziativa accettabile a Beirut e ai paesi arabi, oltre che a Washington. Tajani ha annunciato che un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri è destinato ad assumere la direzione della missione europea EUBAM Rafah (Vista), ulteriore segnale di una strategia che punta a trasformare l’affidabilità maturata sul terreno per rivendicare un posto stabile nella futura architettura di sicurezza regionale e non solo fornire un contributo di truppe.
Il nodo che non possiamo evitare
Sarebbe disonesto, però, raccontare questa storia come un successo già acquisito. Il ruolo di mediatore italiano regge, per ora, ma su basi fragili. Israele e Stati Uniti hanno espresso più volte scetticismo sull’utilità stessa di UNIFIL, arrivando a mettere in discussione che una missione ONU debba occuparsi del monitoraggio del dopo-accordo, uno scetticismo che rischiava di riflettersi anche sul prestigio italiano, proprio per la lunga associazione di Roma con la missione. Il fatto che il formato dei colloqui di Roma escluda i delegati militari, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, è un indizio di quanto la diplomazia stia cercando di tenere separati i due piani, quello operativo-militare, dove l’Italia è forte, e quello politico-negoziale, dove la sua funzione resta da consolidare.
C’è poi il problema di fondo. L’Italia è da anni il primo contributore occidentale alle missioni di pace, con migliaia di uomini impegnati in oltre venti paesi, ma fatica a tradurre questa presenza in influenza politica proporzionata, complice l’instabilità di governo, la scarsità di risorse dedicate alla proiezione strategica e la difficoltà di coordinare stabilmente il dispositivo militare con l’iniziativa diplomatica. Il caso libanese del 2026 potrebbe essere la prova che qualcosa sta cambiando,oppure, tra qualche mese, un’altra occasione parzialmente sprecata, se la finestra negoziale si chiuderà senza che Roma abbia ottenuto un posizionamento strutturale nel dopo-UNIFIL.
L’anticamera sta finendo?
Solitamente si ha la sensazione che le missioni militari all’estero siano sinonimo di soldi pubblici spesi in teatri lontani senza un ritorno tangibile e un atto di deferenza verso Washington e la NATO più che una scelta di politica estera autonoma. La lettura è comprensibile ed è alimentata dal fatto che l’Italia ha quasi sempre partecipato a queste missioni senza rivendicarne pubblicamente la logica strategica, limitandosi a presentarle come un dovere di alleanza o, nella migliore delle ipotesi, come impegno umanitario.
Quello che il caso libanese del 2026 mostra nitidamenteè che questa lettura racconta solo metà della storia. Per un paese che dal 1945 è rimasto per lo più in anticamera rispetto ai tavoli dove si decidono gli assetti geopolitici, lo strumento militare schierato nelle missioni di pace è stato, silenziosamente, la leva più costante a disposizione per scalfire quella condizione di comprimario. Una moneta di credibilità accumulata nel tempo: prima il comando di un settore, poi quello dell’intera missione, fino a rendere Roma un interlocutore accettato da entrambe le parti. Nell’ultimo mese, questo tipo di potere che non fa notizia, ha prodotto qualcosa di concreto. Non sono un caso i due round negoziali ospitati a Roma, un’intesa bilaterale con Parigi costruita esplicitamente in funzione del dopo-Libano, un carabiniere alla guida della missione europea a Rafah.
Se si guarda la vicenda libanese con questa lente, il generale italiano che oggi comanda UNIFIL da Shama non è solo il punto d’arrivo di settacinque anni di capacità operativa costruita a partire dai Piper degli anni Cinquanta. È anche il segnale che quella lunga permanenza nell’anticamera della geopolitica potrebbe davvero finire. In Libano capiremo se la credibilità accumulata in decenni di missioni sarà sufficiente a trasformarsi in influenza politica. È una scommessa ancora aperta.
