Autore: Giancarlo Busti
Giancarlo Busti è un tecnico d’impresa e project manager con oltre vent’anni di esperienza nella progettazione, gestione e sviluppo di iniziative complesse in ambito infrastrutturale, energetico e territoriale. Ha operato in contesti pubblici e privati, maturando una solida competenza nei processi di internazionalizzazione, nella cooperazione economica e nello sviluppo di progetti in Europa, Nord Africa e Africa subsahariana. Svolge attività di consulenza strategica e project management per progetti di sviluppo territoriale e industriale, con particolare attenzione ai contesti internazionali e ai mercati emergenti. Ha coordinato e supportato iniziative di sviluppo in Algeria, Senegal, Costa d’Avorio, Libia, Camerun e Turchia, operando su filiere agroindustriali, logistiche, energetiche e infrastrutturali. Collabora con enti pubblici, gruppi industriali e partner internazionali per la definizione di piani di investimento, programmi di cooperazione, gemellaggi istituzionali e progetti di sostenibilità economica e ambientale, integrando competenze tecniche, finanziarie e organizzative.
Tra il 2020 e il 2024 la Cina ha rappresentato circa il 60% delle vendite globali di NEV. Questa sigla potrebbe suonare poco familiare, ma basta dire che sto parlando di veicoli elettrici perché tutto diventi subito chiaro. Il dato è significativo ed è accompagnato dalla sensazione che il gigante asiatico sia ormai avviato a diventare la potenza dominante nel settore dei cosiddetti New Energy Vehicles (NEV). Impianti di dimensioni enormi, esportazioni in rapida crescita e un mercato interno affollato di nuovi modelli hanno dato l’impressione di una macchina industriale ormai difficile da fermare.
Ogni volta che si avvicina l’autunno, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica congiuntamente ai vertici di Snam parte la solita volata comunicativa: gli stoccaggi di gas nazionale hanno superato l’83 per cento della capienza con mesi di anticipo rispetto all’obiettivo del 90%. Il messaggio subliminale, speso nelle cancellerie e nei talk show, è sempre lo stesso: siamo stati più bravi degli altri, la Germania è in affanno e ci avviamo a diventare il grande hub energetico del Mediterraneo. La solita fissazione italiana di esibire numeri come trofei soprattutto quando si parla di energia.
Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 40.000 miliardi di dollari. Una cifra talmente grande da essere diventata quasi astratta. Si legge, si commenta per qualche minuto poi torna al suo posto nella grande contabilità delle cose enormi e inevitabili. Apparentemente inevitabili.
È la mattina del 1° settembre 2004 a Mosca, il Giorno della Conoscenza. In tutta la Federazione Russa si torna a scuola. Nei corridoi degli atenei, cominciano a circolare i primi sms dall’Ossezia. All’inizio passano tra gli studenti che vengono da lì, poi raggiungono tutti. Passa un’ora e diventano domande dirette su parenti e amici. L’Ossezia del Nord conta meno di settecentomila abitanti, quella del Sud dieci volte meno. Bastano poche ore perché si inizino a fare nomi. A Beslan, dicono i primi messaggi frammentari, una scuola è stata presa in ostaggio. Si parla di separatisti ceceni. I numeri restano confusi. L’assedio finisce il 3 settembre. I morti sono 334, 186 dei quali bambini. Per quegli studenti che in quelle ore studiavano lontano da casa, a Mosca, a San Pietroburgo o negli altri centri universitari del Paese, il nome Beslan è associato a una persona. Il lutto privato segue il suo corso e oggi è ancora vivo, per i parenti e gli amici delle vittime, nelle risposte mai arrivate, nelle attività dell’associazione delle Madri di Beslan.
Tskhinvali, notte tra il 9 e il 10 agosto. I cani sono morti o scappati. Lei è al terzo piano di un edificio a metà crollato, dietro un varco nel muro largo quanto un mattone mancante. Non si muove da quattro ore. Il fucile appoggiato su un sacco di sabbia, la guancia contro il calcio, il respiro portato al ritmo del corpo e non della mente. Inspira, pausa, il dito sfiora il grilletto senza premerlo, espira. Pazienza, attesa di tutto il corpo.
Il 4 agosto Roma ospiterà un nuovo round negoziale tra Israele e Libano, il secondo in poche settimane, dopo quello che la Farnesina ha definito la prima sessione sui seguiti dell’accordo firmato a Washington il 26 giugno. Nel frattempo, da Shama, in Libano meridionale, un generale italiano comanda da giugno 2025 l’intera forza UNIFIL. È il Generale Diodato Abagnara a guidare i quasi 7.500 caschi blu di una cinquantina di paesi schierati lungo la Blue Line, mentre l’Italia mantiene il comando del settore ovest con un contingente di circa 750 uomini. Qui nasce un paradosso che vale la pena raccontare. L’Italia, priva di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza,…
La guerra è sempre stata raccontata attraverso le armi che l’hanno resa possibile. Oggi, però, il cambiamento più profondo non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui essa modifica la nostra percezione della violenza. I droni hanno trasformato il campo di battaglia in un’interfaccia e lo spettatore in un osservatore distante, chiamato ogni giorno a confrontarsi con immagini che oscillano tra cronaca, intrattenimento e propaganda. È in questo spazio, sospeso tra schermo e coscienza, che si gioca una delle questioni etiche più rilevanti del nostro tempo.
I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.
Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.
Il ventunesimo secolo sta mettendo a dura prova l’architettura delle relazioni internazionali costruita dopo il crollo del blocco sovietico. Per oltre trent’anni in questa parte di Occidente abbiamo coltivato l’idea che il pianeta stesse lentamente convergendo verso un ordine regolato dal diritto, dalla trasparenza e dall’interdipendenza economica. L’Europa, cullandosi in questa convinzione, l’ha assunta quasi come una certezza amministrativa, dando per scontata l’idea che il commercio, la cooperazione normativa e la crescita dei legami economici avrebbero progressivamente azzerato il peso della forza materiale.