Ankara chiude con un armistizio retorico
Il vertice NATO di Ankara si è concluso l’8 luglio con un copione a due facce. Al mattino Donald Trump ha attaccato duramente gli alleati per il mancato sostegno alla campagna militare contro l’Iran, riservando gli affondi più pesanti alla Spagna — definita “un partner terribile”, “senza speranza”, con la minaccia di interrompere ogni rapporto commerciale — e criticando anche l’Italia per l’uso limitato delle proprie basi durante l’operazione contro Teheran. Nel pomeriggio, però, il tono è cambiato radicalmente: dopo l’incontro a porte chiuse con i 32 leader, lo stesso presidente ha parlato di un’atmosfera di “amore” nella sala e ha derubricato tutto a “piccoli screzi”, ribadendo l’unità dell’Alleanza.
La dichiarazione finale, firmata senza modifiche rispetto alla bozza concordata dagli ambasciatori, conferma l’impegno “incrollabile” all’articolo 5 e qualifica la Russia come “una minaccia a lungo termine” per la sicurezza euro-atlantica. Sul fronte ucraino, gli alleati si sono impegnati a fornire 70 miliardi di euro in equipaggiamento, assistenza e addestramento nel 2026, con la conferma di livelli almeno equivalenti nel 2027. Trump ha inoltre annunciato la concessione a Kiev della licenza per produrre in autonomia missili Patriot, dopo un colloquio definito disteso con Volodymyr Zelensky.
Sul piano interno all’Alleanza, il vertice ha ufficializzato l’idea di una “NATO 3.0”: più responsabilità europea nella difesa convenzionale, mentre Washington mantiene il ruolo di garante nucleare ma con un impegno più selettivo. Giorgia Meloni ha rivendicato per l’Italia il diritto di stabilire “modi, tempi e priorità” nell’aumento della spesa militare, sottolineando che gli investimenti in difesa debbano tradursi in ricadute industriali sul territorio nazionale.
Il nervo scoperto della Groenlandia
Non è mancato un nuovo strappo sul dossier Groenlandia: Trump ha ribadito il malcontento per la gestione del territorio artico da parte della Danimarca, arrivando a dire che, se fosse stato presidente all’epoca della cessione amministrativa, non l’avrebbe restituita a Copenaghen. La replica della premier danese Mette Frederiksen è stata netta: l’articolo 5 dell’Alleanza vale anche per l’isola.
Medio Oriente: Libano verso Washington, tensione su Gaza
Sul fronte mediorientale, il presidente libanese Joseph Aoun ha annunciato una visita alla Casa Bianca entro fine luglio per discutere con Trump l’avanzamento di un quadro negoziale legato alla stabilizzazione del Paese. Restano intanto alte le tensioni legate a Gaza, con Israele che valuta la ripresa di operazioni militari su vasta scala, in un contesto regionale ancora segnato dagli strascichi del confronto con l’Iran e dalla questione dello Stretto di Hormuz.
Indo-Pacifico: Pechino rilancia su Pyongyang e Taiwan
In Asia-Pacifico si muovono in parallelo due dossier delicati. Da un lato Xi Jinping ha incontrato Kim Jong-un a Pyongyang, rilanciando pubblicamente l’asse Cina-Corea del Nord in chiave di contrappeso rispetto a Stati Uniti e Russia. Dall’altro, dopo l’intesa siglata tra Giappone e Filippine, Pechino ha inviato navi a est dell’isola di Taiwan, innescando la reazione di Taipei, che ha denunciato una nuova provocazione marittima.
Il quadro resta fluido
Il filo che lega queste notizie è la stessa dinamica emersa ad Ankara: alleanze storiche messe alla prova da leadership sempre più personalistiche e transazionali, mentre attori regionali — dalla Turchia alla Cina, passando per il Libano — cercano di ritagliarsi nuovi spazi di manovra in un ordine internazionale meno prevedibile che negli anni passati. Per l’Europa, la NATO 3.0 discussa ad Ankara resta l’esempio più immediato di come questa transizione si traduca in scelte concrete di bilancio e di politica industriale, mentre nel resto del mondo la partita si gioca ancora su tavoli distinti ma sempre più interconnessi.
