Joseph P. Overton era un avvocato e ingegnere del Michigan, poi diventato vicepresidente del Mackinac Center for Public Policy. È morto a soli 43 anni in un incidente aereo nel 2003, un attimo prima che il suo cognome si trasformasse in un concetto universale della politologia globale. Una di quelle biografie che sembrano scritte a posta per dare materiale su cui lavorare ai teorici della cospirazione globale.
Negli anni Novanta Joseph P. Overton elaborò il suo modello all’interno delle politiche pubbliche, con l’obiettivo di definire fino a che punto un’idea potesse spingersi prima di essere percepita come inaccettabile o “folle” dal consenso sociale. Con il tempo ho realizzato che quella “finestra mobile”, sospesa tra l’impensabile e il legalizzato e capace di ridefinire continuamente ciò che consideriamo normale, funziona altrettanto bene se applicata ai conflitti di lungo periodo. In questo contesto, la gestione della percezione pubblica non è un effetto collaterale della guerra, ma uno dei suoi strumenti strategici fondamentali.
Il cataclisma iniziato il 7 ottobre 2023 e arrivato, un passo alla volta, fino al faccia a faccia tra Israele e Iran nella primavera del 2026, tirando dentro anche gli Stati Uniti che volentieri si spendono quando si tratta di difendere la propria egemonia in fatto di petrolio, ne è la prova perfetta. Nessuno ha sfogliato il manuale di Overton prima di agire, ma il meccanismo si è attivato lo stesso, in parallelo e su entrambi i fronti. Il risultato sono due finestre che si sono mosse in direzioni opposte, lasciandoci oggi senza nemmeno un vocabolario minimo per capirci qualcosa.
La finestra occidentale: dal diritto alla difesa alla normalizzazione del collasso
All’indomani del 7 ottobre, con i dati israeliani che parlavano di 1.195 morti e 251 ostaggi, l’opinione pubblica occidentale si è schierata in blocco sulla condanna senza appello per l’attacco di Hamas. La legittimità della reazione di Tel Aviv non era in discussione. Questa era la posizione di partenza della nostra finestra.
Il primo scatto in avanti è avvenuto sul piano del linguaggio. Le forze israeliane hanno iniziato a sovrapporre Gaza ad Hamas e a bollare ogni singola infrastruttura civile come un potenziale scudo umano. Non una novità assoluta, gli stessi registri erano stati già usati in Afganistan e Iraq con i risultati che conosciamo, ma stavolta il megafono politico ha avuto una portata diversa e sopratutto viaggiava sulle ali dei social. Basti pensare a Piero Fassino che, a marzo 2024 sull’Unità, per difendere la propria linea dichiarava che Hamas aveva trasformato Gaza e «i suoi abitanti in un gigantesco scudo umano». Una frase passata liscia, senza che nessuno battesse ciglio. Ecco il salto: i civili smettono di essere vittime protette e diventano una variabile accettabile del calcolo militare. Una deriva che ha lasciato scoperti i non combattenti, trasformandoli in parte in causa.
Poi è toccato alla parola “genocidio”. Il diritto internazionale viene spesso interpretato a giorni alterni a seconda di chi c’è sul banco degli imputati. Se con l’Ucraina leader e commentatori hanno usato il termine quasi subito come una clava morale, per Gaza la questione è stata immediatamente derubricata a “bizzarria terminologica”. Il dibattito si è spostato dal massacro reale alla liceità della parola usata per definirlo. Chi provava a usare la definizione giuridica formale veniva tacciato di essere un estremista. Io stesso sono andato a rileggere la definizione della Convenzione del 1948 per capire se stavo esagerando. Non esageravo. La soglia del dicibile si è alzata per sbarrare la strada alla critica.
Tra l’estate e l’autunno del 2024, la finestra si è mossa ancora. Il 31 luglio Ismail Haniyeh viene eliminato nel cuore di Teheran, dentro un compound dei Pasdaran, il giorno dopo l’insediamento del presidente Pezeshkian. Il 27 settembre tocca a Hassan Nasrallah, sepolto sotto le bombe nel bunker di Beirut. Azioni che un tempo avrebbero fatto gridare alla violazione della sovranità nazionale sono state digerite come passaggi necessari. Tant’è che nell’agosto 2025 il ministro Bezalel Smotrich ha potuto annunciare migliaia di nuovi insediamenti in Cisgiordania definendoli «chiodi nella bara dell’idea di uno Stato palestinese». Una frase del genere, pronunciata prima del 2023, avrebbe scatenato un terremoto diplomatico. Nel 2025 è stata archiviata come un commento qualunque, un po’ sopra le righe.
Arriviamo così all’inizio del 2026. Gaza è un cumulo di macerie. L’ONU calcola che il 92% delle case sia distrutto o inagibile, e i report palestinesi di ottobre 2025 contavano già oltre 67.000 morti, cifra che i principali studi medici indipendenti ritengono ampiamente sottostimata. Eppure, in questa cornice, istituzioni storicamente super partes come la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale (che ha spiccato i mandati per Netanyahu e Gallant), insieme ad Amnesty International, vengono trattate dal discorso mainstream come fazioni ideologiche. Il tabù è crollato: la cancellazione di un’intera popolazione urbana, con il benestare diplomatico dell’Occidente, è diventata un argomento di discussione ordinario, un fatto compiuto e negoziabile.
La finestra parallela: dalla resistenza alla dottrina dell’escalation
Dall’altra parte della barricata, lo slittamento è stato speculare. Prima del 7 ottobre, un attacco missilistico diretto dell’Iran contro Israele era una linea rossa impensabile. Per decenni Teheran ha preferito muoversi nell’ombra usando i suoi proxy, Hezbollah, Houthi, milizie irachene, perché la deniabilità era lo scudo che evitava una guerra totale.
La crepa si apre il 1° aprile 2024, quando Israele rade al suolo il consolato iraniano a Damasco, uccidendo il generale Zahedi e i vertici della Forza Quds. La reazione del 13 aprile, quella pioggia di droni e missili lanciati direttamente dal territorio iraniano, mesi prima sarebbe parsa la fine del mondo. Invece viene presentata dall’Asse della Resistenza e digerita da gran parte del Sud globale come una mossa inevitabile e proporzionata. La ritorsione diretta entra ufficialmente nella finestra delle cose logiche.
Con le morti di Haniyeh e Nasrallah, il concetto si radicalizza. Per il fronte arabo-iraniano, la prudenza non paga più; la moderazione viene vista come un errore politico. Se nel 2023 lo scontro era ancora legato a regole d’ingaggio precise, nel 2024 salta ogni freno. Hezbollah stringe la morsa del fuoco, gli Houthi bloccano le rotte del Mar Rosso, le milizie irachene bersagliano le basi americane.
Il punto di non ritorno è l’operazione “Rising Lion” del 13 giugno 2025. Israele colpisce i siti nucleari e militari in Iran. La risposta di Teheran è immediata e stavolta non risparmia nemmeno la base americana di Al Udeid in Qatar. La “Guerra dei Dodici Giorni” si chiude dopo i raid statunitensi a Fordow e Natanz con una tregua fragile, ma il soffitto è crollato. Qualsiasi cosa si scriva in questo momento, comunque è superata da quello che sta accade in contemporanea, e non è un limite della cronaca.
Quello che stiamo vedendo nella prima metà del 2026, una guerra aperta con raid incrociati che colpiscono persino le capitali del Golfo come Riyadh, Abu Dhabi o Doha, non è più percepito come un’anomalia assurda. È diventato lo sviluppo prevedibile di una catena in cui ogni passo sembrava l’unica opzione sul tavolo.
Il paradosso delle due finestre
Spesso pensiamo alla Finestra di Overton come a un trucco di alta ingegneria sociale: qualcuno muove la leva e le masse si adeguano. La realtà di questa guerra è più grezza e spaventosa.
Le due finestre si sono spostate da sole, alimentandosi a vicenda in un circolo vizioso. Ogni atto disumano, abbastanza violento da sconvolgere ma abbastanza giustificato dal torto subito un minuto prima, sposta l’asticella. L’attacco al consolato copre i missili di aprile; i missili coprono l’omicidio di Haniyeh; quel sangue chiama la ritorsione successiva, che a sua volta spiana la strada a “Rising Lion“. Ogni atrocità è figlia della precedente e madre di quella successiva.
Il vero dramma è che queste due finestre non si incontreranno mai. Non stanno creando lo spazio per un compromesso, stanno allontanando i mondi. Da noi, “genocidio” è una parola tabù accusata di parzialità; nel blocco mediorientale, il “diritto alla difesa” di Israele è solo il sinonimo ipocrita dell’occupazione. Non condividiamo più nemmeno la grammatica minima dei valori, e questa incompatibilità linguistica è diventata essa stessa un teatro operativo.
Il doppio standard come acceleratore
A far correre questo processo è stata soprattutto l’asimmetria applicativa. Una fetta enorme del giornalismo occidentale, seppur con rare eccezioni, ha usato pesi e misure imbarazzanti. Per la guerra in Ucraina non ci sono stati dubbi: si è mobilitato subito il lessico della resistenza, dei crimini di guerra e dell’autodeterminazione. Per quella di Gaza, dove le proporzioni della macelleria civile sono state infinitamente più rapide e concentrate, le stesse identiche categorie sono diventate improvvisamente inappropriate o addirittura antisemite.
Questa asimmetria ha spaccato le società occidentali dall’interno, riaccendendo le piazze come ai tempi del Vietnam, ma soprattutto ha scavato un solco incolmabile con il Sud globale, che ha visto crollare la facciata dell’ordine liberale che aveva retto dal dopoguerra. È stato il cuneo definitivo: ha allargato la finestra del tollerabile da una parte e l’ha blindata dall’altra. Una frattura insanabile tra chi ha aperto gli occhi sullo spostamento della finestra e chi, non volendolo vedere, accusa di estremismo chiunque provi a descriverlo.
La Finestra di Overton è solo uno strumento di analisi. L’etica non è una variabile e il torto e la ragione non sono oggetto di equivalenza morale, né questo discorso cancella la differenza profonda tra un attacco terroristico e la risposta di un esercito regolare. Resta però un termometro impietoso. Ci mostra come qualsiasi orrore, se reiterato all’interno di una narrazione costante, possa diventare la nuova normalità nel flusso caotico della comunicazione.
Nel caso di Gaza e dell’Iran, abbiamo costruito due normalità parallele che si sono sviluppate in sincronia senza incontrarsi mai. Entrambe sono il risultato di scelte concrete che hanno spostato la soglia di ciò che è dicibile, tollerabile, praticabile.
Maggio 2026: siamo arrivati a una guerra regionale totale tra Israele, Stati Uniti e Iran, con i mandati d’arresto internazionali trasformati in lettera morta e un territorio ridotto in polvere. Ottobre 2023: esattamente il punto dove Overton avrebbe collocato l’inizio della scala. L’impensabile.
