Due droni di fabbricazione iraniana hanno colpito nelle prime ore di lunedì l’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, e la residenza del direttore dell’agenzia di intelligence regionale Parastin. L’attacco, avvenuto a Erbil, non ha provocato vittime, ma è stato immediatamente definito dalle autorità curde come una grave escalation e una violazione della sovranità irachena.
Secondo quanto riferito dal Servizio antiterrorismo del Kurdistan, i due velivoli sono stati lanciati dal territorio iraniano e hanno raggiunto gli obiettivi alle 00.28 ora locale di lunedì. Si sarebbe trattato di due droni Hedid-110, caricati con materiale esplosivo e diretti contro due siti particolarmente sensibili: da una parte l’ufficio del capo del governo regionale, dall’altra la residenza del responsabile di uno dei principali apparati di intelligence curdi.
L’assenza di vittime non riduce la portata politica dell’episodio. Colpire strutture riconducibili direttamente ai vertici istituzionali e della sicurezza della Regione del Kurdistan significa infatti mettere nel mirino il cuore politico e amministrativo di Erbil, in un momento nel quale il Medio Oriente è attraversato da una nuova fase di forte instabilità e di crescente confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Barzani: “Una pericolosa escalation”
Masrour Barzani ha condannato l’attacco con parole particolarmente dure. In un messaggio pubblicato su X, il primo ministro curdo ha definito i raid “sconsiderati e inaccettabili”, denunciandoli come una “pericolosa escalation” e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità della Regione del Kurdistan.
Barzani ha inoltre ribadito la posizione ufficiale di Erbil rispetto ai conflitti regionali: il Kurdistan iracheno, ha sottolineato, non è parte delle guerre e delle tensioni che stanno attraversando il Medio Oriente. Secondo il primo ministro, gli attacchi non impediranno alle autorità regionali di svolgere le proprie funzioni né di garantire la sicurezza della popolazione.
La questione della neutralità è centrale per comprendere la reazione curda. Negli ultimi anni Erbil ha cercato di mantenere una posizione relativamente autonoma rispetto alle rivalità regionali, pur trovandosi in una situazione estremamente complessa. La Regione del Kurdistan ospita infatti interessi statunitensi, intrattiene rapporti economici con diversi attori internazionali e, allo stesso tempo, si trova geograficamente a ridosso dell’Iran e della Turchia.
A rendere ancora più delicata la situazione è la presenza sul territorio curdo iracheno di gruppi di opposizione curda iraniana, alcuni dei quali sono stati in passato accusati da Teheran di condurre attività armate contro la Repubblica islamica. L’Iran ha più volte colpito obiettivi nel Kurdistan iracheno sostenendo di voler neutralizzare minacce provenienti da questi gruppi. Erbil, dal canto suo, ha sempre respinto gli attacchi che violano il territorio iracheno.
La condanna delle autorità curde
La reazione all’attacco è stata unanime all’interno delle istituzioni della Regione del Kurdistan. Il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), guidato da Masoud Barzani, ha definito il raid illegittimo e lo ha interpretato come parte di un tentativo di destabilizzare la regione. La leadership del partito ha ribadito che droni e missili non possono rappresentare una soluzione alle controversie politiche e di sicurezza.
Anche il vice primo ministro del Governo regionale del Kurdistan, Qubad Talabani, ha parlato di una grave violazione della sovranità irachena. La sua dichiarazione assume un particolare rilievo perché Talabani appartiene al campo politico rivale del KDP: è infatti uno degli esponenti di primo piano dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK).
La condanna congiunta dei due principali schieramenti politici curdi evidenzia quanto l’attacco venga percepito come una minaccia che trascende le divisioni interne. Il Kurdistan iracheno è caratterizzato da una lunga competizione tra KDP e PUK, ma quando vengono colpite le istituzioni regionali e il territorio della regione, le differenze politiche lasciano spazio a una comune difesa dell’autonomia e della sicurezza curda.
Il ministro per gli Affari delle minoranze, Aydin Marouf, ha a sua volta condannato l’attacco contro il distretto di Pirmam, dove si trovano l’ufficio del primo ministro e la residenza del direttore di Parastin. Marouf ha ricordato il ruolo svolto dalla regione come spazio di mediazione e di stabilità, sottolineando l’importanza della convivenza tra le diverse comunità.
“La sicurezza del Kurdistan è la sicurezza dell’Iraq”
Particolarmente significativa è stata anche la reazione di Noureddine Waisi, direttore dell’ufficio stampa del primo ministro. Intervenendo con Asharq Al-Awsat, Waisi ha descritto le autorità regionali come “estremamente sorprese” dall’attacco, giudicandolo sconsiderato e ingiustificato.
Secondo Waisi, colpire l’ufficio del primo ministro e la residenza del direttore di Parastin costituisce una forma di escalation particolarmente grave perché la Regione del Kurdistan, nella sua ricostruzione, non ha preso parte al conflitto regionale.
Il portavoce ha quindi rivolto un appello all’Iran, al governo federale iracheno e alla comunità internazionale affinché assumano le proprie responsabilità e intervengano per impedire nuovi attacchi. La sua posizione si fonda su un principio politico fondamentale per Erbil: la sicurezza della Regione del Kurdistan non può essere separata dalla sicurezza dell’Iraq nel suo complesso.
Waisi ha inoltre ricordato che il Kurdistan ha subito negli anni oltre mille attacchi, dentro e fuori il territorio iracheno, con conseguenze in termini di vittime, danni alle infrastrutture e perdite economiche. Un dato che le autorità curde utilizzano per sottolineare la particolare vulnerabilità di una regione che, nonostante abbia costruito proprie istituzioni e apparati di sicurezza, rimane esposta alle dinamiche militari delle potenze circostanti.
L’Hedid-110 e la nuova guerra dei droni
L’episodio assume ulteriore rilevanza per il tipo di arma utilizzata. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità curde, i due velivoli erano Hedid-110 di produzione iraniana.
Si tratta di un sistema concepito per colpire rapidamente obiettivi a distanza e, secondo i dati disponibili, sarebbe in grado di raggiungere una velocità di circa 510 chilometri orari, con una quota operativa che può arrivare a circa nove chilometri. L’autonomia sarebbe nell’ordine di un’ora, mentre la gittata viene indicata intorno ai 350 chilometri. Il drone potrebbe inoltre trasportare una testata esplosiva di circa 30 chilogrammi.
Le caratteristiche attribuite al sistema mostrano perché i droni stiano assumendo un ruolo sempre più importante nei conflitti mediorientali. Rispetto ai tradizionali attacchi missilistici, i velivoli senza pilota possono essere impiegati in modo relativamente economico, possono essere lanciati a distanza e consentono di saturare o mettere sotto pressione le difese aeree.
L’attacco a Erbil si inserisce quindi in una più ampia trasformazione della guerra nella regione, dove droni e missili sono diventati strumenti centrali delle strategie iraniane e delle milizie alleate di Teheran. Per le autorità curde, il problema non riguarda soltanto la capacità materiale di intercettare questi sistemi, ma soprattutto la possibilità che il territorio della regione venga progressivamente trasformato in un campo di confronto tra attori esterni.
Le minacce contro le istituzioni irachene
L’attacco contro Barzani arriva inoltre mentre aumentano le preoccupazioni per la sicurezza delle massime istituzioni irachene.
L’agenzia locale Al-Sumaria ha riferito che gruppi armati avrebbero pianificato l’assassinio di Faiq Zaidan, presidente del Consiglio giudiziario supremo iracheno, spingendo le forze di sicurezza ad adottare misure straordinarie di protezione.
Le informazioni si inseriscono in un quadro più ampio di tensione intorno al progetto del governo federale di riportare sotto il controllo dello Stato il possesso delle armi. La presenza di numerose formazioni armate, alcune delle quali legate a organizzazioni politiche e militari vicine all’Iran, rappresenta da anni uno dei principali problemi per la costruzione di un monopolio statale della forza in Iraq.
Secondo quanto riportato da Asharq Al-Awsat, fonti diplomatiche occidentali avevano già segnalato un incremento delle minacce contro esponenti delle istituzioni irachene, tra cui lo stesso Zaidan e figure di vertice degli apparati di sicurezza. Il rischio è che l’attuale fase di tensione regionale finisca per riaprire vecchie fratture interne e indebolire ulteriormente la capacità di Baghdad di controllare il proprio territorio.
Il rischio di un nuovo fronte
L’episodio di Erbil deve quindi essere letto all’interno di un contesto molto più ampio. La Regione del Kurdistan si trova in una posizione geografica e strategica che la rende inevitabilmente esposta alle crisi del Medio Oriente. Da una parte c’è l’Iran, che considera la sicurezza dei propri confini occidentali una priorità e guarda con particolare attenzione alla presenza di gruppi curdi iraniani in territorio iracheno. Dall’altra ci sono gli Stati Uniti e i loro interessi strategici in Iraq, mentre la Turchia conduce da anni operazioni contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq.
In questo intreccio di interessi, Erbil rischia di diventare nuovamente un bersaglio privilegiato. La leadership curda cerca di mantenere una posizione di neutralità, ma la neutralità è difficile da preservare quando il territorio regionale ospita infrastrutture, istituzioni e attori considerati strategicamente importanti dalle potenze coinvolte.
Per Masrour Barzani, la priorità sarà dunque impedire che l’attacco rappresenti l’inizio di una nuova serie di operazioni contro obiettivi curdi. La risposta dovrà necessariamente coinvolgere anche Baghdad, perché per Erbil la questione non è soltanto regionale: se un attore straniero può colpire liberamente una parte dell’Iraq, viene messa in discussione la sovranità dell’intero Stato.
L’attacco contro l’ufficio del primo ministro curdo e la residenza del capo di Parastin non ha provocato vittime, ma il messaggio politico è difficilmente equivocabile. In una regione nella quale la linea tra conflitto interno, rivalità internazionale e guerra per procura è sempre più sottile, Erbil vuole evitare di essere trascinata in una nuova escalation.
La posta in gioco non riguarda soltanto la sicurezza di Barzani o delle istituzioni curde. Riguarda la possibilità stessa per il Kurdistan iracheno di continuare a presentarsi come un’isola di relativa stabilità in un Medio Oriente sempre più attraversato da conflitti. E, soprattutto, riguarda la capacità dell’Iraq di riaffermare il controllo del proprio spazio sovrano in un momento in cui droni, milizie e rivalità regionali rischiano ancora una volta di trasformare il suo territorio in un campo di battaglia.