L’offensiva militare contro l’Iran continua ad alimentare una spirale di tensione che, almeno per ora, non sembra aver modificato l’atteggiamento di Teheran. Al contrario, gli sviluppi dell’ultima settimana indicano che il conflitto si sta progressivamente estendendo all’intero Medio Oriente, coinvolgendo un numero crescente di attori regionali e aumentando i rischi per la sicurezza energetica e marittima.
Mentre Washington e i suoi alleati intensificano la pressione militare, la Repubblica islamica continua a dimostrare di conservare capacità offensive significative, soprattutto attraverso droni, missili e il sostegno alle milizie alleate presenti in Iraq, Yemen e in altri teatri regionali.
Una settimana di escalation
Negli ultimi giorni il confronto ha registrato un’accelerazione su più fronti.
L’Iran ha lanciato nuovi attacchi con droni contro gruppi di opposizione curdi presenti nel nord dell’Iraq, mentre il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente alcuni bombardamenti dopo presunti segnali di apertura diplomatica da parte di Teheran. Le autorità iraniane hanno però smentito qualsiasi richiesta di nuovi negoziati.
Sul piano politico, l’incontro a Washington tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è concluso senza annunci di rilievo, confermando le difficoltà nel definire una strategia comune nei confronti dell’Iran.
Parallelamente, Teheran ha tentato di colpire la base aerea giordana di Muwaffaq Salti con un attacco missilistico, intercettato dalle difese di Amman. Nello stesso periodo sono emerse indiscrezioni secondo cui la Cina sarebbe pronta a fornire all’Iran centinaia di sistemi missilistici spalleggiabili antiaerei (MANPADS), anche se il blocco navale statunitense nell’Arabia Meridionale potrebbe complicarne la consegna.
La risposta americana e il coinvolgimento saudita
Gli Stati Uniti hanno reagito ordinando una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani.
Contemporaneamente, l’Arabia Saudita ha partecipato a operazioni congiunte con Washington contro le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq, milizie sciite sostenute dall’Iran e accusate di aver condotto numerosi attacchi con droni contro obiettivi sauditi e statunitensi.
Il coinvolgimento diretto di Riad rappresenta uno degli sviluppi più significativi del conflitto, poiché amplia ulteriormente il numero degli attori impegnati nelle operazioni militari.
Attacchi anche in Egitto e nel Mar Rosso
Il conflitto continua inoltre a estendersi lungo le principali rotte commerciali regionali.
Per la prima volta dall’inizio della guerra, droni hanno colpito infrastrutture energetiche nel porto egiziano di Damietta, provocando danni anche ad alcune petroliere riconducibili a una società statunitense.
Nel Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha annunciato la nascita della Multinational Maritime Defense Alliance, una coalizione composta da tredici Paesi con l’obiettivo di proteggere il traffico commerciale attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e contrastare gli attacchi degli Houthi contro le navi mercantili.
Hormuz resta il punto più critico
La situazione appare ancora più delicata nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio.
Secondo fonti iraniane, le Guardie della Rivoluzione avrebbero colpito due petroliere che stavano attraversando il passaggio sotto la protezione della Marina statunitense. Se confermato, l’episodio dimostrerebbe quanto sia difficile garantire la sicurezza della navigazione anche in presenza di una consistente presenza militare occidentale.
L’incertezza sul controllo dello stretto continua infatti a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità per i mercati energetici internazionali.
Diplomazia ancora incerta
Nonostante il deterioramento della situazione militare, Washington continua a lasciare aperta la porta ai negoziati.
Il presidente Trump ha annunciato la sospensione di alcuni attacchi pianificati contro infrastrutture energetiche iraniane, sostenendo di voler favorire una rapida intesa sul programma nucleare di Teheran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Successivamente, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che nuovi colloqui dovrebbero iniziare all’inizio della settimana. Anche in questo caso, però, il governo iraniano ha smentito l’esistenza di incontri programmati, alimentando l’incertezza sulle reali prospettive diplomatiche.
Una guerra che allarga il fronte regionale
L’andamento del conflitto suggerisce che la strategia militare occidentale, pur infliggendo danni alle infrastrutture iraniane, non è riuscita finora a ridurre la capacità di Teheran di proiettare forza nella regione.
Al contrario, l’estensione degli attacchi a Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Egitto e alle principali rotte marittime del Medio Oriente evidenzia come la guerra stia assumendo una dimensione sempre più regionale, aumentando il rischio di un coinvolgimento diretto di nuovi attori e di ulteriori ripercussioni sui mercati energetici globali.
Per il momento, la pressione militare sembra aver prodotto un effetto opposto rispetto agli obiettivi iniziali: invece di isolare l’Iran, sta contribuendo ad ampliare il teatro del conflitto e ad accrescere l’instabilità dell’intero Medio Oriente.
