Il Pakistan sta affrontando una nuova fase della propria lotta contro il terrorismo e le insurrezioni interne. Di fronte al rafforzamento dei gruppi armati, Islamabad sembra fare sempre più affidamento su milizie locali, comitati di autodifesa e reti di sicurezza informali, una scelta che alimenta il dibattito sul futuro dell’apparato statale e sul monopolio della forza.
La discussione è tornata al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni del leader religioso e politico Maulana Fazlur Rehman, che ha criticato apertamente l’invito rivolto ai civili a organizzarsi contro i gruppi jihadisti. «Ci chiedete di creare milizie, prendere le armi e combattere da soli. Non sono stato assunto per questo e non intendo farlo», ha dichiarato, suscitando la reazione dei sostenitori dell’establishment della sicurezza.
Per questi ultimi, il coinvolgimento delle comunità locali rappresenta una necessità nelle aree più difficili del Paese, dove il controllo dello Stato è limitato e i gruppi armati sfruttano il territorio montuoso, la debolezza amministrativa e la vicinanza ai confini con Afghanistan e Iran. Tuttavia, la polemica mette in luce una questione più ampia: il Pakistan sta rafforzando le proprie istituzioni di sicurezza oppure sta progressivamente delegando le proprie responsabilità ad attori armati non statali?
Un modello di sicurezza sempre più ibrido
Negli ultimi anni il sistema di sicurezza pakistano si è progressivamente allontanato da un modello basato esclusivamente sulle forze regolari, evolvendo verso una struttura “ibrida” nella quale esercito e intelligence collaborano con gruppi locali armati. Questa trasformazione riflette le difficoltà delle istituzioni tradizionali nel garantire un controllo stabile delle aree interessate dalle insurrezioni.
Le milizie locali offrono vantaggi operativi grazie alla conoscenza del territorio, ai legami con la popolazione e alle reti informative di cui dispongono. Allo stesso tempo, però, il loro crescente ruolo solleva interrogativi sulla catena di comando, sulla responsabilità delle loro azioni e sul rischio di indebolire il controllo dello Stato sull’uso della forza.
La pressione delle insurrezioni
La scelta di ricorrere a forze irregolari arriva mentre il quadro della sicurezza interna continua a deteriorarsi. La rinascita del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa e l’intensificazione delle attività dei gruppi separatisti del Belucistan hanno evidenziato i limiti della strategia di controinsurrezione adottata finora da Islamabad.
Nonostante massicci dispiegamenti militari, operazioni di intelligence e campagne antiterrorismo, le autorità non sono riuscite a contenere in modo definitivo le violenze. A pesare sono anche le difficoltà geografiche delle province occidentali, caratterizzate da territori impervi, grandi distanze, scarsa presenza amministrativa e confini estremamente permeabili.
La crisi delle forze di polizia
Un altro elemento decisivo è rappresentato dall’indebolimento delle forze di polizia provinciali. In Khyber Pakhtunkhwa gli agenti sono da anni bersaglio di attentati contro commissariati, posti di blocco e pattuglie, con pesanti ripercussioni sul morale, sull’efficacia operativa e sul reclutamento.
Per sostenere il personale impegnato nelle aree più pericolose, il governo provinciale ha introdotto indennità economiche aggiuntive destinate agli agenti in prima linea. Situazioni analoghe si registrano anche in Belucistan. Dopo l’attacco del luglio 2026 contro gli avamposti di polizia presso la diga di Mangi, nel distretto di Ziarat, le famiglie degli agenti uccisi hanno chiesto un’inchiesta per accertare eventuali ritardi nei soccorsi e responsabilità delle autorità. L’episodio ha rafforzato la percezione, all’interno delle forze di polizia, di ricevere minore attenzione e tutela rispetto alle forze armate.
Il ricorso alle milizie locali
Gli effetti di questa strategia sono particolarmente evidenti in Belucistan, dove da anni il governo è accusato di appoggiarsi a gruppi armati filostatali per contrastare il nazionalismo beluci. Organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e attivisti hanno denunciato il presunto coinvolgimento di alcune di queste reti in omicidi mirati, intimidazioni e sparizioni forzate.
Uno dei casi più citati riguarda la rete collegata a Shafiq-ur-Rehman Mengal e al gruppo Baloch Musallah Defah Tanzeem (MDT), più volte indicato dagli osservatori come una presunta “squadra della morte”. Le accuse sono sempre state respinte dai soggetti coinvolti, ma il tema continua ad alimentare il dibattito internazionale sulla situazione dei diritti umani nella regione.
Anche in Khyber Pakhtunkhwa il governo ha sostenuto nel tempo i cosiddetti Peace Committees, gli Aman Lashkar e altre milizie tribali nate per contrastare i Talebani. Se inizialmente queste strutture erano considerate strumenti di autodifesa delle comunità, diversi analisti sostengono che alcune si siano trasformate in gruppi armati semi-permanenti, accusati di interferire nelle dispute tribali, esercitare pressioni politiche e amministrare forme di giustizia parallela.
Un’eredità che arriva dalla guerra afghana
L’attuale strategia si inserisce in una dinamica storica più ampia. Durante l’intervento sovietico in Afghanistan, i servizi di intelligence pakistani sostennero le fazioni dei mujaheddin come parte della competizione geopolitica regionale. Dopo il ritiro dell’Armata Rossa, parte di quelle reti armate rimase attiva, contribuendo alla nascita di infrastrutture militanti coinvolte anche nel conflitto del Kashmir.
Secondo numerosi osservatori, decenni di utilizzo di gruppi armati come strumenti di politica estera hanno finito per produrre conseguenze anche sul fronte interno. Un concetto sintetizzato già nel 2011 dall’allora segretaria di Stato americana Hillary Clinton, che avvertì Islamabad del rischio di allevare “serpenti” destinati, prima o poi, a colpire anche chi li aveva sostenuti.
Una contraddizione strategica
Il Pakistan si trova così di fronte a una contraddizione sempre più evidente. Pur disponendo di uno degli apparati militari più consistenti dell’Asia meridionale, il Paese ricorre con crescente frequenza a soggetti esterni alle istituzioni per affrontare le minacce interne.
Questa strategia può offrire vantaggi operativi nel breve periodo, ma rischia di produrre effetti duraturi: l’indebolimento delle istituzioni civili, minori garanzie di responsabilità, possibili violazioni dei diritti umani, il rafforzamento di reti armate autonome e un ulteriore deterioramento del rapporto tra lo Stato e le comunità coinvolte nei conflitti.
Per Islamabad, la sfida non consiste soltanto nello sconfiggere le organizzazioni militanti, ma anche nel ricostruire istituzioni capaci di garantire sicurezza senza dover ricorrere, in modo crescente, a milizie e attori armati informali.
