Il nuovo partito guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot continua a guadagnare terreno nelle intenzioni di voto, ma senza alterare in modo significativo l’equilibrio complessivo tra i blocchi politici israeliani.
Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dal Lazar Research Institute tra il 6 e il 7 agosto e pubblicato da Maariv, la coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu si fermerebbe oggi a 49 seggi, ben al di sotto dei 64 attualmente detenuti nella Knesset eletta nel novembre 2022. Il dato resta sostanzialmente stabile rispetto alle rilevazioni precedenti.
Sul fronte opposto, i partiti di opposizione raggiungerebbero quota 61 seggi, avvicinandosi alla soglia necessaria per formare una maggioranza parlamentare. I partiti arabi, invece, manterrebbero una rappresentanza stabile di 10 seggi.
La crescita più significativa riguarda proprio la nuova formazione di Eisenkot, che nelle ultime tre settimane è quasi raddoppiata, passando da 6 a 11 seggi, diventando potenzialmente il terzo partito del Paese. Tuttavia, questo aumento non incide sugli equilibri complessivi, poiché i consensi raccolti non provengono in modo rilevante dai partiti della coalizione.
Nel dettaglio, il Likud di Netanyahu scenderebbe a 23 seggi, in calo rispetto ai sondaggi precedenti e molto lontano dai 32 attuali. Anche Naftali Bennett perderebbe terreno, attestandosi a 21 seggi.
Tra gli altri partiti, i Democratici guidati da Yair Golan resterebbero stabili a 10 seggi, mentre Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman scenderebbe a 8. Yesh Atid di Yair Lapid resterebbe fermo a 7 seggi, confermando un forte ridimensionamento rispetto al passato.
Nel campo della destra religiosa, Shas manterrebbe 9 seggi, mentre Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir scenderebbe a 7. Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich tornerebbe sopra la soglia elettorale con 4 seggi.
Tra i partiti arabi, Ra’am guidato da Mansour Abbas si attesterebbe a 6 seggi, mentre Hadash-Ta’al scenderebbe a 4.
Il sondaggio fotografa anche un’opinione pubblica profondamente divisa sulla gestione della guerra nella Striscia di Gaza. Il 57% degli israeliani si dichiara favorevole a un accordo complessivo per il rilascio degli ostaggi in cambio della fine del conflitto e del ritiro da Gaza. Al contrario, il 30% ritiene che sia necessario continuare la pressione militare contro Hamas, anche a rischio di compromettere la sorte degli ostaggi.
Sul piano della leadership militare, quasi la metà degli intervistati sostiene una linea più prudente, in linea con le posizioni del capo di stato maggiore Eyal Zamir, mentre il 32% appoggia la strategia proposta da Netanyahu.
Infine, per quanto riguarda lo stallo nei negoziati su ostaggi e cessate il fuoco, la maggioranza degli israeliani attribuisce la responsabilità a Hamas: il 44% ritiene che sia totalmente responsabile e il 22% che lo sia in gran parte. Solo una minoranza punta il dito contro Israele o divide equamente le responsabilità. Il sondaggio evidenzia un sistema politico in movimento, segnato dall’ascesa di nuove figure come Eisenkot, ma ancora bloccato in un equilibrio fragile tra due blocchi che continuano a fronteggiarsi senza una chiara maggioranza stabile.
