Nell’aprile 2026 la presidente del Kuomintang (KMT), Cheng Li-wun, ha concluso una visita di sei giorni a Pechino incontrando Xi Jinping e i vertici del Partito comunista cinese. Il risultato concreto è stato un pacchetto di dieci accordi economici. Quello politico, invece, è stato molto più ambiguo.
In ogni comunicato cinese compariva il riferimento al cosiddetto “Consenso del 1992”. Nei comunicati del KMT, invece, l’espressione veniva accuratamente evitata oppure lasciata priva di definizione. Pechino ha ribadito che ogni futura cooperazione economica dipenderà dal mantenimento di una “comune base politica”, formula che evita di pronunciare esplicitamente le parole One China, ma che ne richiama chiaramente il significato.
Cheng è rientrata a Taipei con fotografie insieme a Xi Jinping, nuovi accordi commerciali e una formula politica che nessun leader del KMT oggi può spiegare apertamente ai propri elettori.
Il motivo è semplice. Probabilmente quel consenso non è mai esistito.
Un accordo nato senza accordo
La storia del Consenso del 1992 è una delle più singolari della diplomazia contemporanea.
Nel linguaggio comune viene presentato come l’accordo attraverso cui Taipei e Pechino avrebbero riconosciuto l’esistenza di “una sola Cina”, riservandosi però interpretazioni differenti su quale governo ne fosse il legittimo rappresentante.
In realtà, i documenti storici raccontano qualcosa di diverso.
Durante gli incontri dell’ottobre 1992 a Hong Kong tra la Straits Exchange Foundation (SEF) taiwanese e l’Association for Relations Across the Taiwan Straits (ARATS) cinese non venne firmato alcun accordo politico né pubblicato un comunicato congiunto.
Le delegazioni discussero numerose formulazioni del principio di “una sola Cina”, senza riuscire a concordarne una.
L’unico compromesso raggiunto riguardava il metodo, non il contenuto: ciascuna parte avrebbe potuto esporre verbalmente la propria posizione senza costringere l’altra ad approvarla.
Persino questo compromesso fu interpretato in modo diverso.
Taipei sostenne che entrambe le parti avevano accettato il principio delle “diverse interpretazioni”.
Pechino dichiarò semplicemente che le divergenze politiche sarebbero state temporaneamente accantonate per consentire il proseguimento dei negoziati tecnici.
Non era lo stesso accordo.
Era la stessa conversazione raccontata in due modi incompatibili.
Una definizione inventata otto anni dopo
L’aspetto forse più sorprendente è che l’espressione “Consenso del 1992” non venne mai utilizzata nel 1992.
Fu coniata soltanto nel 2000 da Su Chi, allora presidente uscente del Mainland Affairs Council di Taiwan.
Lo stesso Su Chi ha successivamente ammesso di aver inventato l’etichetta per offrire una base politica comune dopo la vittoria elettorale del Partito Democratico Progressista (DPP) di Chen Shui-bian, il primo presidente non appartenente al Kuomintang dopo oltre mezzo secolo di governo.
In altre parole, il “Consenso del 1992” nacque nel 2000 come costruzione politica retrospettiva.
Anche alcuni protagonisti dei negoziati originari hanno successivamente negato che fosse mai stato raggiunto un vero consenso. L’ex negoziatore cinese Xu Huiyou dichiarò pubblicamente nel 2001 che nessun accordo era stato concluso sul significato del principio di “una sola Cina”. Lo stesso Lee Teng-hui, presidente taiwanese all’epoca dei colloqui, definì in seguito il racconto del KMT “semplicemente privo di fondamento”.
L’ambiguità come strumento diplomatico
Questo non significa che il Consenso del 1992 sia stato inutile.
Al contrario.
La sua efficacia derivava proprio dalla sua vaghezza.
Si inseriva in una lunga tradizione di ambiguità strategica, inaugurata con il Comunicato di Shanghai del 1972 tra Stati Uniti e Cina.
Anche allora Washington evitò accuratamente di riconoscere la sovranità cinese su Taiwan, limitandosi a “prendere atto” della posizione cinese secondo cui esisterebbe una sola Cina.
L’ambiguità consentiva alle parti di cooperare senza risolvere il problema fondamentale.
Nel 1992 Taipei e Pechino tentarono di replicare quel modello senza la mediazione americana.
Entrambe avevano bisogno di far funzionare una relazione economica sempre più intensa dopo la liberalizzazione dei contatti avvenuta alla fine degli anni Ottanta.
La crescita degli investimenti taiwanesi nella Cina continentale rendeva indispensabili accordi tecnici su commercio, trasporti, investimenti e assistenza legale.
Nessuna delle due parti era pronta a rinunciare alle proprie rivendicazioni di sovranità.
Entrambe erano però interessate a evitare la paralisi.
Tre interpretazioni dello stesso nome
Con il passare degli anni il Consenso del 1992 ha finito per assumere tre significati completamente diversi.
Per il Kuomintang, la parte essenziale era l’espressione “una sola Cina, diverse interpretazioni”. Questo consentiva al partito di dialogare con Pechino senza rinunciare formalmente alla sovranità della Repubblica di Cina (ROC).
Per Pechino, invece, il consenso costituiva semplicemente il riconoscimento del principio di “una sola Cina”, senza alcuna legittimazione delle “diverse interpretazioni”. Tale formula, nella lettura cinese, era sempre stata un’elaborazione interna del KMT e non un elemento condiviso dell’accordo.
Il Partito Democratico Progressista (DPP), infine, ha respinto il Consenso del 1992 come formula politica, pur continuando a governare entro l’ordine costituzionale della Repubblica di Cina, che mantiene ancora una struttura giuridica fondata sul principio di una sola Cina.
In questo senso il dibattito ha spesso riguardato più il nome che la sostanza.
Il fallimento della strategia economica
Per circa quindici anni Pechino ha puntato sull’integrazione economica come leva politica.
L’Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA) del 2010 e i ventitré accordi firmati durante la presidenza di Ma Ying-jeou sembravano confermare questa strategia.
L’obiettivo era semplice: rendere l’interdipendenza economica così vantaggiosa da favorire una graduale convergenza politica.
Accadde il contrario.
Nel 2014 il Movimento dei Girasoli occupò il Parlamento taiwanese per protestare contro il nuovo accordo sui servizi.
Non era un rifiuto del commercio con la Cina.
Era il rifiuto delle conseguenze politiche che quel commercio sembrava comportare.
Nel frattempo l’identità nazionale taiwanese continuava a rafforzarsi.
Secondo i sondaggi della National Chengchi University, nel 1992 soltanto il 17,6% della popolazione si identificava esclusivamente come taiwanese, mentre il 25,5% si definiva esclusivamente cinese.
Nel 2023 il rapporto si era completamente ribaltato: oltre il 60% si considerava esclusivamente taiwanese, mentre meno del 3% si identificava soltanto come cinese.
È un cambiamento generazionale che nessuna formula diplomatica è riuscita a invertire.
Xi Jinping e la fine dell’ambiguità
Molti osservatori indicano nel discorso pronunciato da Xi Jinping nel gennaio 2019 il momento della morte del Consenso del 1992.
In realtà il processo era iniziato molto prima.
Pechino non aveva mai realmente accettato il principio delle “diverse interpretazioni”.
Xi fece semplicemente ciò che i suoi predecessori avevano evitato: collegò esplicitamente il Consenso del 1992 al modello “un Paese, due sistemi”, già applicato a Hong Kong.
Dopo le proteste del 2019 e la successiva legge sulla sicurezza nazionale, quella formula perse definitivamente ogni attrattiva nell’opinione pubblica taiwanese.
Da quel momento il KMT si trovò nella difficile posizione di continuare a difendere un’etichetta il cui significato era ormai definito unilateralmente da Pechino.
Una finzione utile, ma temporanea
Il principale equivoco del dibattito internazionale consiste nel considerare il Consenso del 1992 un successo della diplomazia.
Non lo è mai stato.
È stato piuttosto una finzione funzionale.
Come altri grandi compromessi della Guerra Fredda, ha permesso di rinviare una questione irrisolvibile senza pretendere di risolverla.
Le ambiguità diplomatiche funzionano soltanto finché tutte le parti traggono vantaggio dal mantenerle.
Quando gli interessi divergono, anche le formule più ingegnose perdono efficacia.
Oggi quella condizione non esiste più.
La pressione militare cinese rafforza l’identità taiwanese invece di indebolirla. L’identità taiwanese rende politicamente sempre meno praticabile qualsiasi formula basata sul principio di “una sola Cina”. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto gli spazi della tradizionale ambiguità strategica adottando una postura di deterrenza sempre più esplicita nei confronti di Pechino.
Il Consenso del 1992 non è quindi crollato perché qualcuno lo abbia violato.
È semplicemente sopravvissuto alle condizioni storiche che lo avevano reso possibile.
Per oltre vent’anni quel silenzio condiviso ha contribuito a mantenere la pace nello Stretto di Taiwan.
Ma il silenzio non era un accordo.
Era soltanto il modo più conveniente di rimandare una disputa che nessuna delle parti era in grado di risolvere.
