Il protocollo firmato a Sèvres nell’ottobre del 1956 non fu soltanto un documento diplomatico: fu il prodotto delle personalità, delle ambizioni e dei calcoli politici di un ristretto gruppo di uomini che, in tre giorni, decisero le sorti di una guerra. Ripercorrere i protagonisti dell’incontro, le conseguenze che ne derivarono per Israele e i parallelismi che la vicenda continua a suggerire con le crisi diplomatiche contemporanee aiuta a capire perché Sèvres resti, quasi settant’anni dopo, un caso di studio ancora citato dagli analisti di politica internazionale.
I protagonisti dell’incontro
David Ben Gurion, primo ministro israeliano, arrivò a Sèvres come il più cauto dei partecipanti. Fondatore dello Stato d’Israele e figura dominante della politica del Paese, temeva che Israele venisse ridotto al ruolo di semplice esecutore materiale di un’operazione pensata a beneficio degli interessi coloniali europei, esponendosi da solo alle rappresaglie militari e diplomatiche. Pretese garanzie scritte sul sostegno aereo anglo-francese e insistette perché l’accordo includesse anche impegni relativi alla sicurezza di lungo periodo di Israele, non solo alla gestione immediata della crisi.
Moshe Dayan, capo di stato maggiore israeliano e figura già leggendaria per il celebre benda sull’occhio, fu l’architetto militare del piano di invasione del Sinai. La sua visione strategica improntata alla rapidità e all’azione preventiva avrebbe segnato la dottrina militare israeliana per decenni.
Shimon Peres, allora giovane direttore generale del ministero della Difesa israeliano e non ancora la figura politica di primo piano che sarebbe diventato negli anni successivi, fu tra gli artefici dei contatti riservati con Parigi che avevano preceduto l’incontro di Sèvres, grazie ai legami personali costruiti con l’establishment militare e politico francese.
Guy Mollet, primo ministro francese, guidava un governo socialista che aveva fatto della lotta a Nasser — accusato di sostenere la ribellione algerina — una priorità quasi ossessiva della propria politica estera. Fu lui a proporre l’architettura complessiva dell’operazione.
Christian Pineau, ministro degli Esteri francese, e Selwyn Lloyd, il suo omologo britannico, rappresentarono le rispettive diplomazie nazionali. Lloyd in particolare arrivò all’incontro con evidente disagio: la sua riluttanza a mettere per iscritto un’intesa così compromettente per il diritto internazionale fu tale che il governo britannico, a differenza di quello francese e israeliano, cercò per decenni di negare l’esistenza stessa di un documento firmato, sostenendo che si fosse trattato solo di un’intesa verbale.
Le conseguenze per Israele
Se per Francia e Regno Unito Sèvres si tradusse in un danno reputazionale che accelerò il declino del loro status di potenze globali, per Israele il bilancio fu più sfumato e per certi versi favorevole nel lungo periodo. L’intesa definì i piani della Crisi di Suez.
Sul piano militare immediato, la campagna del Sinai fu un successo: le forze israeliane occuparono rapidamente la penisola, dimostrando per la prima volta su larga scala le capacità offensive delle proprie forze armate. Sebbene la pressione diplomatica di Stati Uniti e Unione Sovietica costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai nei mesi successivi, Tel Aviv ottenne in cambio garanzie internazionali sulla libertà di navigazione nello Stretto di Tiran e il dispiegamento della forza di interposizione delle Nazioni Unite, la UNEF, che per un decennio contribuì a stabilizzare il confine con l’Egitto — fino alla sua rimozione nel 1967, preludio della Guerra dei Sei Giorni.
Sul piano diplomatico, l’episodio consolidò l’alleanza informale con la Francia, che negli anni successivi divenne il principale fornitore di armamenti e tecnologia militare di Israele, inclusa quella nucleare: la collaborazione avviata in quel periodo pose le basi del programma nucleare israeliano sviluppato a Dimona. Fu un’alleanza che avrebbe retto fino alla metà degli anni Sessanta, quando la Francia di De Gaulle avrebbe progressivamente riorientato la propria politica mediorientale a favore degli Stati arabi.
Restò tuttavia anche un costo politico: la scoperta della collusione, quando divenne di dominio pubblico, alimentò per decenni la narrazione secondo cui Israele fosse nato o comunque si fosse affermato regionalmente anche grazie alla complicità con le potenze coloniali europee — un’accusa che la propaganda araba e sovietica avrebbe sfruttato a lungo.
Un parallelo con le crisi diplomatiche più recenti
Il caso di Sèvres viene spesso richiamato dagli analisti quando emergono sospetti di intese preventive tra Stati alleati mascherate da reazioni spontanee a una crisi. Il meccanismo — un attore che agisce per primo offrendo ad altri il pretesto per intervenire “in risposta” — è uno schema che gli osservatori di politica internazionale tendono a riconoscere in diversi episodi successivi, dalla Guerra del Golfo del 1990-91 (dove pure non vi fu nulla di comparabile a un accordo segreto, ma si discusse a lungo del ruolo delle comunicazioni diplomatiche precedenti l’invasione irachena del Kuwait) fino ai dibattiti più recenti sul coordinamento tra Israele e Stati Uniti in occasione di operazioni militari in Medio Oriente, dove i sospetti di pianificazione congiunta preventiva riemergono regolarmente negli ambienti diplomatici e nella stampa internazionale, pur senza che si sia mai prodotta prova documentale paragonabile al Protocollo di Sèvres.
Ciò che rende Sèvres un caso di riferimento è soprattutto la sua natura di “prova provata”: a differenza di molte altre vicende sospette di coordinamento diplomatico segreto, qui la desecretazione degli archivi ha permesso di verificare con certezza documentale che un pretesto bellico era stato costruito a tavolino. Per questo la vicenda continua a essere citata come termine di paragone ogni volta che, in una crisi contemporanea, la sequenza degli eventi appare troppo perfettamente coordinata tra Stati alleati per essere frutto del caso — un campanello d’allarme metodologico più che una prova, ma un campanello che gli analisti di politica internazionale non ignorano mai del tutto.
Nota: la ricostruzione dei ruoli individuali si basa sulla documentazione desecretata dagli anni Novanta in poi e sulle memorie dei protagonisti; alcuni dettagli restano oggetto di dibattito storiografico.
