Mosca appare come una bolla protetta al pari delle altre grandi città russe. Tutto funziona regolarmente e non si colgono i sintomi che accompagnano solitamente le guerre. Nonostante i dazi, l’isolamento internazionale, le oscillazioni della valuta, i costi enormi di questo conflitto in termini umani ed economici, a quasi quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, il quadro socioeconomico che emerge dalla capitale russa sembra sostanzialmente stabile, una stabilità che non è illusione ottica, ma un dato strutturale ben documentato. Il mercato immobiliare moscovita continua a funzionare a ritmi paragonabili al periodo prebellico, i consumi non registrano alcuna fuga verso i beni rifugio al di sopra della normale soglia precauzionale, e la classe medio-alta urbana percepisce il proprio tenore di vita come gestibile, quando non migliorato. Allora proviamo ad incrociare i dati disponibili e capire perché.
Parte di questa percezione è fondata su rilevazioni reali. La carenza di manodopera, prodotta dalla mobilitazione parziale e dall’emigrazione di massa di una quota significativa della classe istruita urbana, ha compresso il mercato del lavoro nei settori privati, spingendo verso l’alto i salari nominali. Secondo il Centro Levada, il 73-75% degli intervistati sostiene le forze armate (rilevazione 2025), e il patriottismo dichiarato resta la cornice dominante del discorso pubblico. Mosca, in questa fotografia, è un’economia che ha assorbito lo shock della guerra senza cedimenti visibili.
La lettura tuttavia cambia radicalmente non appena si sposta l’unità di analisi dalla capitale alla federazione nel suo complesso.
Il costo in vite umane del conflitto è distribuito in modo radicalmente asimmetrico sul territorio russo. Le regioni economicamente più svantaggiate, Buriazia, Tuva, Daghestan, Yamalo-Nenets, le repubbliche del Volga e degli Urali per non parlare dei protettorati, registrano tassi di perdita pro capite significativamente più alti rispetto alle grandi aree metropolitane. Il meccanismo è strutturale: per molte famiglie di queste regioni, il contratto militare rappresentava l’unico strumento di mobilità sociale disponibile, con indennità e stipendi impossibili da raggiungere nel mercato del lavoro locale.
Questa dinamica non è accidentale. Riflette una scelta implicita del sistema di reclutamento russo che, attraverso incentivi economici calibrati sulle disuguaglianze regionali, ha trasformato la povertà periferica in leva di arruolamento volontario, riducendo la necessità politicamente rischiosa di una mobilitazione forzata su scala urbana. Il costo della guerra in termini di vite, così come quello economico, viene sistematicamente scaricato sulle popolazioni con minore capacità di resistenza e visibilità politica.
Sul piano fiscale, il quadro è altrettanto netto. Secondo i dati relativi alla prima metà del 2025, 67 delle 89 regioni russe registravano un grave deficit di bilancio. L’economista Natalia Zubarevich dell’Università Statale di Mosca ha documentato come l’ipercentralizzazione economica del sistema russo, il modello per cui le risorse naturali delle regioni vengono estratte e i proventi centralizzati a Mosca, si sia ulteriormente accentuata nel contesto bellico. Le regioni non solo sopportano il peso umano del conflitto, ma continuano a cedere al centro le rendite delle proprie risorse senza una redistribuzione adeguata.
Esiste tuttavia una sfumatura che va letta con attenzione. I salari nelle fabbriche del settore difesa sono cresciuti del 30-60% a causa delle carenze di manodopera, e i pagamenti ai soldati sotto contratto sono aumentati significativamente nel corso del 2024. La regione di Kurgan, sede dell’unico produttore russo di veicoli blindati da trasporto truppe, ha visto i salari crescere del 33%, mentre le regioni del Volga e degli Urali, hub della produzione militare, seguono a breve distanza. Questo benessere, però, è interamente dipendente dalla spesa bellica ed è per sua natura non strutturale. A novembre 2024, la porzione liquida del Fondo Nazionale per la Ricchezza era scesa a soli 31 miliardi di dollari, il livello più basso dalla sua costituzione nel 2008. Una riserva insufficiente a fronteggiare la domanda crescente.
Sul piano macroeconomico, la stabilità apparente è costruita su contraddizioni strutturali profonde. La Banca Centrale ha elevato il tasso di interesse al 21% nell’autunno 2024 per poi tagliarlo a febbraio 2026 al 15,5%. Questo è servito a combattere l’inflazione, ma questa misura colpisce esclusivamente il settore civile, privo di finanziamenti o trattamenti preferenziali statali. Il settore militare, grazie ai bilanci di guerra e ai sussidi sui tassi, è completamente impermeabile alle pressioni della Banca Centrale. Il risultato è che per ottenere qualsiasi contenimento dell’inflazione, l’intero peso delle misure restrittive ricade sul settore civile. Pensionati, insegnanti, medici e lavoratori dei servizi di emergenza, il nucleo storico del consenso putiniano, vedono salari e pensioni indicizzati all’inflazione ufficiale, che sale del 9%, mentre l’inflazione percepita dai singoli ha ampiamente superato il 20%. Le pensioni, indicizzate ben al di sotto dell’inflazione percepita, si aggirano attualmente su 150-200 dollari al mese, mentre i salari del settore pubblico arrancano ugualmente dietro all’inflazione reale.
Dal punto di vista politico, la capacità del malcontento periferico di trasformarsi in opposizione organizzata è strutturalmente compromessa. Con la morte di Navalny nel febbraio 2024, l’opposizione interna ha perso il suo principale polo aggregante. Il numero di prigionieri politici è salito a 1.217 (108 donne) secondo Memorial, rispetto agli 805 censiti a fine 2024. Dall’inizio dell’invasione al settembre 2025, 692 persone hanno affrontato accuse penali per “false informazioni” o “screditazione” dell’esercito; in totale, almeno 1.299 sono state perseguite penalmente per opposizione alla guerra. Il salto di paradigma più significativo riguarda la qualità delle imputazioni: nel 2025 il Ministero della Giustizia ha designato 215 individui e organizzazioni come “agenti stranieri”, rispetto ai 164 del 2024, inclusi numerosi media, giornalisti russi e stranieri, artisti e attivisti della società civile. Il dissenso non viene più trattato come opposizione politica, ma come minaccia alla sicurezza nazionale.
La deterrenza ha prodotto effetti misurabili sul piano della mobilitazione pubblica. Il numero di arresti per proteste pubbliche antibelliche è sceso da 274 nel 2023 a soli 41 nel 2024. Non si tratta di scomparsa del dissenso, ma della sua interiorizzazione forzata: come risultato, i russi si sono orientati verso forme di protesta che non implicano manifestazioni di piazza, principalmente picchetti solitari. Chi poteva ha scelto l’esilio: le autorità russe hanno avviato azioni penali nei confronti di prominenti figure antibelliche in esilio, tra cui Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Kara-Murza, Garry Kasparov e Ekaterina Schulmann, accusandoli di costituire un gruppo “terroristico” e di pianificare il rovesciamento del governo. Episodi come il presidio dei “Fazzoletti Bianchi“, mogli e madri di militari mobilitati nell’autunno 2022, che non possono tornare a casa finché il decreto di mobilitazione non viene revocato, segnalano l’esistenza di una tensione latente tra i familiari dei soldati che tuttavia non riesce ad aggregarsi in movimento, neutralizzata dalla repressione selettiva dei leader e dalla paura diffusa di ritorsioni economiche e sociali.
In assenza di canali politici praticabili, il malcontento ha trovato sfogo in forme di protesta oblique, in primo luogo su temi ambientali. Negli ultimi tre anni sono state registrate almeno 4.738 azioni ecologiche in Russia, con un trend in crescita anche a inizio 2026. Le manifestazioni si moltiplicano contro i tagli alle foreste, gli espropri di aree protette, l’inquinamento urbano, temi su cui il Cremlino non dispone di risposte adeguate e che riguardano concretamente oltre il 70% della popolazione urbana, esposta a livelli alti o molto alti di inquinamento atmosferico.
Il caso della Bashkortostan è emblematico di questo fenomeno. Le proteste del gennaio 2024 a Baymak, tra le più ampie nella federazione dall’inizio dell’invasione, svoltesi a temperature di meno dodici gradi nonostante lacrimogeni e manganelli, erano formalmente legate alla condanna per incitamento all’odio razziale di un attivista locale, Fail Alsynov, che si batte contro l’estrazione dell’oro nella regione degli Urali e che ha criticato pubblicamente l’offensiva in Ucraina. Ma il sottotesto era la percezione diffusa di uno Stato che saccheggia le risorse del territorio e sacrifica le proprie popolazioni senza offrire nulla in cambio, tant’è vero che, per I suoi sostenitori, il processo è stata una vendetta per le proteste di alcuni anni fa contro una miniera di soda. Nel maggio 2025, nuove proteste si sono materializzate nella stessa regione contro un piano di sfruttamento minerario nell’area montuosa del Kyrktytau.
Questo spostamento del dissenso verso temi non direttamente politici è una risposta razionale alla repressione: le proteste ecologiche e localiste offrono una cornice che abbassa il rischio legale pur esprimendo una critica implicita al centro. Il Cremlino lo ha compreso, e la risposta, come nel caso di Bashkortostan, è stata comunque repressiva.
Abbiamo quindi capito che la stabilità dello stato è costruita su fondamenta fragili. Il modello russo attuale può essere descritto come un sistema di esternalizzazione sistematica dei costi, in vite umane, in risorse fiscali, in sacrifici economici, dalle aree centrali e politicamente sensibili verso le periferie etniche, rurali e socialmente vulnerabili. Questo meccanismo ha funzionato fino ad oggi come stabilizzatore politico: Mosca resta tranquilla perché il conflitto non la tocca in modo diretto, e le periferie restano silenziose perché l’economia di guerra offre un anestetico materiale, ribadiamo temporaneo e non strutturale, che rende politicamente irrazionale la protesta aperta.
La crescita della repressione, con il numero di prigionieri politici raddoppiato in un anno, è paradossalmente la prova che il Cremlino non si fida di questa quiete apparente. Il silenzio delle periferie non è da confondere con il consenso. Si tratta piuttosto di una dipendenza materiale combinata con impossibilità strutturale di aggregazione. Mi domando se e quando quella dipendenza verrà meno. Alla fine del conflitto? Quando il fondo sovrano si esaurirà? O l’inflazione finirà fuori controllo? Non lo possiamo sapere ma certamente prima o poi il conto arriverà anche a Mosca. E il sistema, a quel punto, dovrà fare i conti con un malcontento che per anni ha accumulato senza potersi esprimere.
