Il vertice NATO che si è tenuto ad Ankara il 7 e l’8 luglio 2026 passerà probabilmente alla storia non per un singolo comunicato o una singola decisione, ma per aver reso visibile un processo che da anni cova sotto la superficie della diplomazia atlantica: l’Europa non può più permettersi di delegare la propria sicurezza e continuare, allo stesso tempo, a pensarsi come mero spazio di regole e diritti.
I numeri parlano più delle dichiarazioni
Al di là della retorica dei discorsi ufficiali, a colpire sono le cifre emerse dal forum industriale della difesa che ha accompagnato il summit: oltre 50 miliardi di dollari in nuovi contratti, altri 40 miliardi stanziati per i prossimi cinque anni sui sistemi anti-drone, acquisti multinazionali di velivoli e droni da parte di diversi Paesi del Nord Europa. Il segretario generale Mark Rutte ha voluto presentare questo pacchetto come l’avvio di una “rivoluzione industriale della difesa” — una definizione che, al netto dell’enfasi comunicativa, coglie un punto reale: la sicurezza europea sta diventando anche una questione di filiere produttive, non solo di trattati.
Due protagonisti, due strategie di potere personale
Ankara ha messo in scena il confronto tra due leadership che interpretano la politica estera in modo simile, pur muovendo da interessi opposti. Da un lato Donald Trump, che ha scelto toni duri verso gli alleati europei, arrivando a citare esplicitamente Italia, Germania, Francia e Regno Unito come Paesi che non avrebbero sostenuto Washington nella crisi sullo stretto di Hormuz, e rilanciando persino il tema della Groenlandia. Dall’altro Recep Tayyip Erdogan, che ha giocato la carta della fedeltà turca all’Alleanza per ottenere in cambio peso politico e accesso ai grandi contratti finanziati da Bruxelles, oltre a riaprire il dossier F-35.
Non è un caso che entrambi i leader abbiano trasformato un vertice multilaterale in un palcoscenico di relazioni personali dirette: è il segno di un tempo in cui le istituzioni internazionali faticano a mantenere una funzione realmente deliberativa.
Il concetto di “NATO 3.0”
Dietro la formula, ripresa diffusamente dalla stampa internazionale, si nasconde una ridefinizione degli equilibri interni all’Alleanza: gli Stati Uniti conserverebbero il ruolo di garante nucleare e fornitore delle tecnologie più avanzate, ma con un impegno sempre più selettivo e meno continuo sul suolo europeo. Il peso della difesa convenzionale ricadrebbe invece, in misura crescente, sugli Stati europei. Lo slogan “un’Europa più forte in una NATO più forte” non è quindi solo diplomazia: è la sintesi di una necessità strutturale, prima ancora che una scelta politica.
L’Italia di fronte a un bivio
In questo contesto, la posizione italiana appare ambivalente. Roma arriva ad Ankara indebolita dalle critiche dirette di Trump e da un clima di raffreddamento nei rapporti con la Casa Bianca, legato proprio alla linea tenuta sulla crisi in Medio Oriente. Allo stesso tempo, l’Italia dispone di carte potenzialmente significative: la collocazione mediterranea, una industria della difesa non marginale, l’ipotesi di un ruolo nel formato “E5” evocato come possibile nucleo di comando europeo, e infrastrutture strategiche come la base di Sigonella.
Il nodo resta però quello delle risorse. Con una spesa per la difesa ferma al 2,1% del PIL — lontana non solo dagli obiettivi di lungo periodo ma anche dai livelli già raggiunti da Polonia, Paesi baltici e Grecia — l’Italia si trova a dover conciliare ambizioni geopolitiche e vincoli di finanza pubblica, tra ricorso ai prestiti europei Safe, ipotesi di deroghe al Patto di stabilità e tensioni interne alla maggioranza di governo sulla sostenibilità di un riarmo accelerato.
Una domanda che riguarda tutti
Il punto più profondo che il vertice di Ankara consegna al dibattito pubblico non riguarda tanto le cifre o i singoli dossier, quanto la natura stessa del progetto europeo. Per decenni l’Unione ha potuto coltivare l’idea di essere qualcosa di diverso da una potenza tradizionale: un ordinamento fondato sul diritto più che sulla forza. Le guerre in corso, il riarmo diffuso e una politica americana sempre più transazionale rimettono oggi in discussione questa autorappresentazione.
La domanda che ne consegue — per l’Europa nel suo complesso e per l’Italia in particolare — non è se restare fedeli ai propri valori, ma se si sarà disposti a dotarsi degli strumenti materiali, industriali e politici necessari a difenderli. Ankara, più che offrire risposte, ha reso questa domanda impossibile da rinviare ulteriormente.
