I manuali di tattica non lo contemplano, ma esiste un modo per vincere un campionato che non prevede il possesso palla, né il tiro in porta, né tanto meno la costruzione di un gioco. Parliamo di una strategia più economica: non segnare e sperare che siano gli avversari a farlo a vicenda, con decisione e regolarità, nella porta sbagliata.
È lo schema che si sta materializzando attorno allo Stretto di Hormuz, dove nessuno dei protagonisti sembra più in grado di trattenersi dal calciare verso la propria porta. E più lo fanno, più la partita si mette bene per chi, dalla tribuna, osserva e accumula.
La notizia, e quel che viene dopo
Lunedì Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti diventeranno i «custodi» dello Stretto, pretendendo il 20% del valore di ogni carico in transito come rimborso per i costi di sicurezza.
Una svolta netta rispetto alla posizione precedente di Washington, secondo cui nessun Paese aveva il diritto di imporre pedaggi su una rotta marittima internazionale.
Una soluzione singolare, dato che prima della guerra scatenata da Washington e Israele contro l’Iran, il passaggio era semplicemente libero. Poi Teheran ha bloccato la rotta, trasformandola nella propria leva negoziale. Il problema che oggi si pretende di monetizzare è la conseguenza diretta della guerra. Il costo generato dall’azione diventa il pretesto per l’azione successiva.
Un loop perfetto, in cui chi ha rotto il gioco si presenta ora come l’unico in grado di ripararlo, a pagamento. Dovremmo ringraziare? Ecco il primo autogol.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha quindi risposto rivendicando ironicamente per l’Iran il titolo di guardiano permanente dello Stretto, offrendo condizioni più eque del 20% americano.
Un’inversione retorica con cui Teheran ha fatto proprio il principio enunciato da Trump per intestarsi lo stesso ruolo, ma con un prezzo politico più basso e la promessa di accettare criptovalute.
Sembra un contropiede riuscito. Peccato che sia un contropiede che si gioca in area propria.
Continuare a bloccare Hormuz significa colpire anche l’unica vera fonte di ossigeno economico iraniano: l’isola di Kharg, che da sola copre circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese.
Si tratta di un nodo infrastrutturale già sfiorato dagli attacchi statunitensi, con Teheran che ha minacciato di colpire a sua volta gli impianti di desalinizzazione del Golfo in caso di nuovi raid.
Ogni giorno di blocco prosciuga le stesse casse che l’Iran dovrebbe usare per la ricostruzione. Da qui la proposta di riscuotere pedaggi in criptovalute, esplicitamente destinati a finanziare la ripresa dopo i bombardamenti. Un meccanismo tariffario i cui proventi Teheran intende impiegare proprio per i lavori di ricostruzione successivi ai raid israelo-americani.
Un autogol che rincorre l’altro, con la scusa di essere un contropiede.
Cambiare il campo, non lo schema: l’ingegneria come tentazione
Se questo campo produce solo autogol, viene naturale chiedersi se non convenga andare a giocare da un’altra parte, un po’ come quando da ragazzini venivamo scacciati da un cortile all’altro. Da qui l’ipotesi di creare un’alternativa a Hormuz. Perché non realizzare un canale che tagli il deserto?
Esistono addirittura due proposte in tal senso.
La prima è a firma dell’ingegnere saudita Abdulaziz Al-Suhaibani, che ha pubblicato su X l’idea di un canale artificiale di oltre 800 chilometri attraverso il deserto della penisola araba.
Una proposta che non considera la difficoltà di mettere d’accordo più Stati spesso in disaccordo tra loro, figurarsi scavare per 800 chilometri attraverso montagne e deserti. In suo soccorso è arrivato Newt Gingrich, ex Speaker della Camera americana, che ha proposto di utilizzare bombe termonucleari per creare il canale alternativo, facendole esplodere tra Emirati Arabi Uniti e Oman.
Secondo Gingrich, «una dozzina di detonazioni sarebbe sufficiente» per creare una via d’acqua più ampia di Panama e più profonda di Suez. Solitamente mi limito a leggere le notizie; in questo caso, spinto da curiosità quasi lombrosiana, sono andato anche a vedere che faccia avesse questo rappresentante.
Le due ipotesi di tracciato prevedono o di tagliare attraverso il territorio dell’Oman — storicamente alleato dell’Iran, quindi politicamente impraticabile — oppure di restare in territorio emiratino per 200-250 chilometri, soluzione altrettanto difficilmente realizzabile. Anni fa mi capitò di ragionare sull’ipotesi di un canale alternativo a Panama attraverso il Nicaragua, sfruttando il lago omonimo come bacino centrale: un progetto storico che era tornato a circolare negli ambienti vicini al governo di Managua.
Con un gruppo di ingegneri ipotizzammo la realizzazione di una ferrovia alternativa al canale. Ne parlai con persone vicine alla presidenza nicaraguense: l’ipotesi tecnicamente reggeva.
Si arenò perché il Paese non era considerato sufficientemente stabile e, soprattutto, perché il suo orientamento politico non era gradito a chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza della rotta.
Visto lo scarso risultato, parlai in seguito di un progetto analogo con l’ambasciatore del Costa Rica.
Mi disse senza mezzi termini che il loro obiettivo era semplicemente mantenere rapporti di buon vicinato, nient’altro. Fu lì che capii che la geopolitica è il campo di forze dentro cui ogni opera prende forma o muore prima ancora di essere disegnata.
Gli ostacoli tecnici da aggirare passano in secondo piano.
Ferrovie e canali si possono costruire, ma la domanda principale è sempre, prima di tutto, chi abbia interesse a che quelle infrastrutture esistano. Se nessuno dei grandi attori ha questo interesse, tutti i progetti del mondo, anche i più brillanti, resteranno soltanto sulla carta.
Dopo questa doverosa premessa torniamo a Hormuz.
Concediamo, per un momento, che l’ostacolo orografico — le montagne Hajar, che superano i 3.000 metri nella penisola di Musandam — sia aggirabile grazie a tecnologie innovative e che, con un salto di fantasia, si possano ignorare tutti i problemi geopolitici dell’area. Resta però un problema che nessuna perizia geologica può risolvere: un canale artificiale è un punto fisso che non offre rotte alternative al proprio interno.
Se un tratto viene colpito o minato, l’intera opera si blocca, esattamente come si è bloccato Hormuz.
Costruire un secondo stretto significa duplicare altrove i problemi del primo, con l’aggravante di anni di cantiere necessari per ottenere un nuovo bersaglio strategico.
Un’operazione che avrebbe senso solo se si credesse che il mondo sia diventato improvvisamente più pacifico. Ma questo renderebbe, paradossalmente, inutile l’opera stessa. Potremmo definirlo il paradosso del canale. Ma il bypass della penisola araba non è soltanto un’ipotesi: esiste già.
Si chiama Petroline e corre da Abqaiq a Yanbu sul Mar Rosso, proseguendo poi verso il Mediterraneo attraverso Suez o il sistema SUMED. Ha raggiunto il proprio limite fisico di circa 7 milioni di barili al giorno l’11 marzo, un tetto confermato dall’amministratore delegato di Aramco, senza ulteriori margini di espansione su quella tratta.
Un altro limite è rappresentato dal porto di Yanbu, che non riesce a movimentare oltre 4-4,5 milioni di barili al giorno anche a piena capacità nominale. Inoltre, i terminali restano bersagli concreti: la raffineria SAMREF di Yanbu è stata colpita da droni iraniani. E oltre Yanbu il petrolio deve comunque attraversare Bab el-Mandeb, lo stretto presidiato dagli Houthi. Decisamente non i più rassicuranti degli alleati dell’Iran: la stessa trappola semplicemente spostata più a sud. L’ingegneria, in questo campionato, non cambia le regole del gioco.
Intanto il tempo passa, i barili restano in mare e i prezzi salgono.
I Caltagirone di Israele
C’è un modo di costruire una posizione dominante che non passa dal gioco offensivo, ma dall’acquisizione paziente di quote nelle aziende altrui nei momenti di maggiore debolezza. È il metodo con cui, a Roma, il noto immobiliarista e finanziere ha acquisito nel tempo partecipazioni rilevanti in banche, assicurazioni e testate giornalistiche, senza mai lanciare un’OPA ostile: semplicemente comprando quando gli altri erano costretti a vendere. È la stessa logica che descriverebbe, con una precisione sorprendente, la posizione di Israele in questa crisi.
Vista l’importanza strategica dello Stretto per il suo principale rivale, per Israele è fondamentale che Hormuz non sia transitabile. Ma non deve necessariamente intervenire direttamente: può limitarsi a osservare l’Iran chiuderlo. Ogni giorno di blocco colpisce il principale sostegno economico di Teheran: la Cina, che acquista circa il 90% del greggio iraniano esportato nonostante le sanzioni.
Pechino ha infatti già chiesto che le petroliere tornino a circolare liberamente nello Stretto.
Questa situazione si traduce in un costo pagato da un rivale strategico senza che Israele debba necessariamente impiegare risorse militari. Ogni giorno di blocco prosciuga le stesse entrate che l’Iran dovrebbe utilizzare per ricostruire il proprio apparato economico.
E ogni giorno di crisi energetica contribuisce a compattare il fronte occidentale attorno alla lettura israeliana del conflitto, con il G7 già pronto ad adottare misure «necessarie» di fronte all’aggravarsi della situazione.
Nel frattempo Israele, grazie alla diversificazione delle proprie fonti energetiche — dai rapporti con Kazakistan e Azerbaigian ai giacimenti di gas offshore — resta relativamente più protetto dallo shock dei prezzi che colpisce altri Paesi. Non serve segnare per vincere il campionato, se gli avversari continuano a segnare da soli nella propria porta e tu, dalla tribuna, stai semplicemente acquisendo, pedaggio dopo pedaggio, barile dopo barile, autogol dopo autogol, quote di un tavolo che nessun altro sembra più in grado di controllare.
Perché gli altri sono troppo occupati a colpire il pallone, a cercare la porta giusta e a convincersi che il prossimo tiro sarà quello decisivo. E intanto il tabellone segna. Segna ancora.
E continua ad assegnare punti su un altro campo di gioco.
