Tra guerra in Ucraina, crisi in Medio Oriente e la nuova centralità del GNL americano, la mappa dei fornitori energetici italiani è cambiata radicalmente negli ultimi anni — restando però una delle vulnerabilità strutturali del Paese
Un Paese import-dipendente per costituzione geologica
L’Italia non possiede riserve significative di idrocarburi e ha storicamente costruito il proprio sistema energetico sull’importazione. I numeri restano impressionanti: l’Italia importa circa il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio che consuma, una quota tra le più alte in Europa. A livello continentale il quadro non è troppo diverso — nel 2024 l’Unione Europea ha prodotto solo il 43% dell’energia consumata, importando il restante 57% da Paesi extra-UE — ma l’Italia si colloca tra i membri più esposti, soprattutto per l’elevato peso del gas naturale nel proprio mix energetico.
Questa dipendenza non è solo un dato tecnico: si traduce direttamente in bolletta. Nei primi mesi del 2026 l’Italia ha registrato i costi più alti dell’energia elettrica all’ingrosso in Europa, con una media di 130,5 euro per MWh tra gennaio e aprile, superiore a Spagna, Germania, Olanda e Francia.
La fine dell’era russa
Fino a pochi anni fa il quadro era molto diverso: la Russia è stata, fino al 2021, il principale fornitore di gas dell’Italia. La guerra in Ucraina ha ridisegnato completamente questa mappa. Il crollo è stato drastico: la dipendenza dal gas russo è scesa dal 40% al 4,7% in due anni, e i flussi residui sono destinati a ridursi ulteriormente dopo lo stop al transito del gas russo verso l’Europa attraverso la rete di gasdotti ucraina.
Chi ha preso il posto di Mosca
Al 2026 la mappa dei fornitori di gas dell’Italia è profondamente diversificata, con un ruolo di primo piano per il Nord Africa e il Caucaso. Secondo i dati raccolti da Legambiente, Algeria e Azerbaigian coprono da soli il 54,2% della domanda di gas fossile della Penisola, con l’Algeria che ad aprile 2026 risulta il primo fornitore in assoluto per l’Italia. Seguono il Qatar, che copre l’11,1% delle importazioni con circa 6.900 milioni di metri cubi, la Russia stessa, ridotta al 9% con 5.696 milioni di metri cubi, e la Libia, con circa 1.407 milioni di metri cubi.
A questi flussi via gasdotto si affianca un capitolo a parte, e in rapida crescita: il gas naturale liquefatto (GNL), trasportato via nave. Qui il baricentro si è spostato con decisione verso l’altra sponda dell’Atlantico. Nel primo trimestre del 2026 il 55% del GNL importato dall’Italia è arrivato dagli Stati Uniti</cite>, e nel solo 2025 il Paese ha speso circa 3,5 miliardi di euro per GNL statunitense. Il Qatar resta comunque un fornitore rilevante e strutturalmente più stabile nel tempo: nel 2025 ha coperto il 33% delle importazioni italiane di gas liquefatto, rendendo l’Italia il Paese europeo più esposto al GNL qatariota.
Washington entra nella partita energetica italiana
Il crescente peso del GNL americano non è solo un fatto di mercato, ma sempre più un tema di diplomazia bilaterale. Al convegno dell’Associazione Italiana Economisti dell’Energia (Aiee) organizzato al Gse, un rappresentante dell’amministrazione statunitense ha dichiarato che Washington vuole aumentare le esportazioni di gas naturale verso l’Italia e rafforzare il rapporto con aziende e governo italiano. Da parte italiana, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica non ha smentito il dialogo, ma ha parlato di possibili contratti di lungo periodo. Il contesto è anche europeo: nell’ambito dell’accordo commerciale UE-USA annunciato nel luglio 2025, l’Unione europea si è impegnata ad acquistare prodotti energetici — gas, petrolio e filiera nucleare — per 750 miliardi di dollari entro il 2028, un impegno che spiega perché le importazioni europee di GNL statunitense siano passate da 21 a 81 miliardi di metri cubi tra il 2021 e il 2025.
Diversificazione sì, indipendenza no
Il risultato di questi anni di riassestamento è una diversificazione riuscita ma non un’autonomia energetica: l’Italia ha semplicemente sostituito una dipendenza (dalla Russia) con altre, distribuite tra Nord Africa, Caucaso, Qatar e Stati Uniti. Restano inoltre incognite geopolitiche non secondarie: le tensioni in Medio Oriente e le criticità nello Stretto di Hormuz — snodo cruciale per il trasporto di GNL qatariota — continuano ad alimentare rischi sui mercati energetici globali, secondo le analisi più recenti.
Secondo Legambiente, l’associazione ambientalista che ha pubblicato il report “Il prezzo della dipendenza” in occasione di una conferenza internazionale, la vera lezione della crisi energetica degli ultimi anni non sarebbe stata pienamente assimilata dal Paese, che continua a puntare su rigassificatori, nuovi fornitori fossili ed eventualmente un ritorno al nucleare, invece di accelerare in modo deciso sulle rinnovabili. Il confronto con la Spagna — Paese mediterraneo di dimensioni e profilo energetico simili — viene spesso citato come modello: grazie a investimenti sostenuti nelle rinnovabili, Madrid è riuscita a ridurre significativamente l’incidenza del gas fossile sui prezzi elettrici all’ingrosso.
Perché conta, anche fuori dai confini nazionali
Per un Paese privo di risorse fossili proprie, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici è da sempre una variabile di politica estera prima ancora che di politica industriale. La diversificazione dei fornitori realizzata dopo il 2022 ha ridotto l’esposizione a un singolo attore ostile, ma ha aumentato il numero di relazioni bilaterali strategiche da gestire — con Algeri, Baku, Doha e ora sempre più Washington — ciascuna con le proprie condizioni politiche, economiche e infrastrutturali. In un momento storico in cui l’energia è tornata a essere, più che in passato, una leva geopolitica esplicita, questa rete di dipendenze diversificate rappresenta per l’Italia tanto un margine di sicurezza quanto un terreno di negoziato permanente.
Fonti: QualEnergia.it; Legambiente (“Il prezzo della dipendenza”); Sky TG24; SOStariffe.it; ECCO (Think Tank per il clima); Commissione Europea.