Anno: 2026

Il MQ-9A Reaper è uno dei velivoli a pilotaggio remoto (RPA – Remotely Piloted Aircraft) più avanzati al mondo. Progettato e sviluppato da General Atomics Aeronautical Systems, rappresenta l’evoluzione diretta del celebre Predator, dal quale eredita l’affidabilità introducendo prestazioni nettamente superiori in termini di autonomia, velocità, capacità di carico e versatilità operativa.

L’Iran è una delle principali potenze del Medio Oriente, ma anche uno dei Paesi più isolati sul piano geopolitico. Dalla Rivoluzione islamica del 1979, Teheran ha costruito la propria politica estera sulla contrapposizione agli Stati Uniti e a Israele e sulla ricerca di una maggiore influenza regionale. Questa strategia l’ha portata a entrare in conflitto, diretto o indiretto, con numerosi attori.

Quando si parla di Yemen, spesso si ha l’impressione di un conflitto senza fine. In realtà, quella yemenita non è una semplice guerra civile, ma un intreccio di rivalità interne, interessi regionali e competizione tra le grandi potenze del Medio Oriente. Comprendere cosa accade nel Paese significa anche capire perché il Mar Rosso e il Golfo Persico siano oggi tra le aree più instabili del mondo.

L’offensiva militare contro l’Iran continua ad alimentare una spirale di tensione che, almeno per ora, non sembra aver modificato l’atteggiamento di Teheran. Al contrario, gli sviluppi dell’ultima settimana indicano che il conflitto si sta progressivamente estendendo all’intero Medio Oriente, coinvolgendo un numero crescente di attori regionali e aumentando i rischi per la sicurezza energetica e marittima.

Il Pakistan sta affrontando una nuova fase della propria lotta contro il terrorismo e le insurrezioni interne. Di fronte al rafforzamento dei gruppi armati, Islamabad sembra fare sempre più affidamento su milizie locali, comitati di autodifesa e reti di sicurezza informali, una scelta che alimenta il dibattito sul futuro dell’apparato statale e sul monopolio della forza.

Tskhinvali, notte tra il 9 e il 10 agosto. I cani sono morti o scappati. Lei è al terzo piano di un edificio a metà crollato, dietro un varco nel muro largo quanto un mattone mancante. Non si muove da quattro ore. Il fucile appoggiato su un sacco di sabbia, la guancia contro il calcio, il respiro portato al ritmo del corpo e non della mente. Inspira, pausa, il dito sfiora il grilletto senza premerlo, espira. Pazienza, attesa di tutto il corpo. 

Negli ultimi anni il costo dell’energia è diventato uno degli indicatori più sensibili degli equilibri geopolitici mondiali. Se fino a pochi anni fa il prezzo della luce e del gas era percepito come una semplice variabile economica, oggi è il risultato di un intreccio complesso tra conflitti internazionali, strategie industriali, transizione energetica e sicurezza degli approvvigionamenti.

Il protocollo firmato a Sèvres nell’ottobre del 1956 non fu soltanto un documento diplomatico: fu il prodotto delle personalità, delle ambizioni e dei calcoli politici di un ristretto gruppo di uomini che, in tre giorni, decisero le sorti di una guerra. Ripercorrere i protagonisti dell’incontro, le conseguenze che ne derivarono per Israele e i parallelismi che la vicenda continua a suggerire con le crisi diplomatiche contemporanee aiuta a capire perché Sèvres resti, quasi settant’anni dopo, un caso di studio ancora citato dagli analisti di politica internazionale.