Per capire la reale capacità missilistica dell’Iran non basta contare i missili presenti nei depositi o osservare quanti vettori vengono lanciati durante una guerra. La domanda decisiva è un’altra: quanti nuovi missili è in grado di produrre Teheran, e con quale velocità può ricostituire le proprie scorte?
È una questione diventata centrale dopo gli attacchi contro l’infrastruttura militare iraniana. Ed è anche il punto di partenza di un’analisi del James Martin Center for Nonproliferation Studies, pubblicata da Iran Watch con il titolo “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”. Lo studio, firmato da Carl Parkin, cerca di affrontare il problema partendo da uno degli elementi più importanti della produzione dei missili balistici iraniani: i motori a razzo a propellente solido.
Il tema è particolarmente rilevante perché le valutazioni sulla capacità produttiva iraniana sono state molto diverse. Nel 2025 alcune stime israeliane citate nello studio indicavano una possibile capacità di circa 240 missili balistici a medio raggio al mese. Altre valutazioni, riportate da Axios sulla base di una fonte dell’intelligence statunitense, parlavano invece di circa 50 missili al mese. Una differenza enorme, che cambia radicalmente la valutazione della resilienza del programma iraniano.
La ricerca di Parkin tenta quindi di ricostruire la capacità produttiva partendo dalle infrastrutture necessarie alla realizzazione dei motori a propellente solido. L’idea di fondo è semplice: per capire quanti missili possono essere prodotti bisogna capire quali siano i veri colli di bottiglia industriali.
Il motore a propellente solido rappresenta infatti una componente fondamentale del sistema. Non è sufficiente possedere progettisti, stabilimenti di assemblaggio o grandi quantità di materiali. La produzione richiede una filiera industriale capace di lavorare materiali energetici, realizzare componenti strutturali, effettuare controlli di qualità e integrare il motore nel sistema missilistico.
È proprio questa prospettiva industriale a rendere interessante il lavoro del CNS. La produzione dei missili viene considerata come una catena nella quale la capacità complessiva dipende dal segmento più limitante. Un impianto può essere ricostruito rapidamente, ma se mancano macchinari specializzati, materiali, personale qualificato o capacità di collaudo, la produzione complessiva rimane limitata.
L’analisi arriva inoltre a una conclusione importante: le stime molto elevate sulla produzione iraniana potrebbero dipendere dall’interpretazione di nuovi impianti individuati attraverso immagini satellitari e informazioni di intelligence. La presenza di una struttura industriale, tuttavia, non equivale automaticamente alla sua piena operatività.
Questo è uno dei problemi più difficili quando si cerca di valutare un programma missilistico dall’esterno. Le immagini satellitari possono mostrare edifici, infrastrutture, aree di stoccaggio e modifiche del terreno, ma non permettono sempre di stabilire con certezza quale sia la produzione effettiva di una struttura.
La distinzione fra capacità teorica e produzione reale è fondamentale. Un impianto può essere progettato per produrre una determinata quantità di motori, ma operare a una frazione della capacità nominale per ragioni legate alla disponibilità di materiali, alla manutenzione, alla manodopera, alla sicurezza o alla necessità di distribuire la produzione su più siti.
Il caso iraniano diventa ancora più complesso perché il Paese ha investito per anni nella produzione nazionale di missili a propellente solido. Il risultato è una filiera che non dipende da un unico stabilimento. Le attività sono distribuite fra diverse organizzazioni e strutture collegate all’apparato militare e industriale iraniano.
Questa dispersione può essere interpretata in due modi. Da un lato rende più difficile colpire contemporaneamente tutti gli elementi della catena produttiva. Dall’altro crea una rete industriale complessa nella quale un danno a un singolo impianto non necessariamente determina il collasso dell’intero programma.
È questo il punto che collega il caso iraniano al più ampio dibattito internazionale sulla “industrial base”, la base industriale della difesa. Il recente rapporto del CSIS sui motori a razzo a propellente solido negli Stati Uniti parte da un problema simile: la produzione di un missile dipende da una rete di fornitori, componenti, competenze e investimenti che non può essere aumentata rapidamente semplicemente aumentando gli ordini.
La lezione vale anche per l’Iran, sebbene in un contesto completamente diverso. La domanda non è soltanto quanti missili possa produrre oggi, ma quanto rapidamente possa aumentare la produzione dopo aver subito perdite.
Gli attacchi contro le infrastrutture missilistiche forniscono quindi soltanto una fotografia parziale. Distruggere un edificio può ridurre la capacità produttiva; non significa necessariamente cancellare le conoscenze, i fornitori, il personale e le reti industriali che permettono di ricostruirla.
Ed è proprio la distinzione fra “stock” e “flow” a diventare decisiva. Lo stock è ciò che l’Iran possiede in un determinato momento. Il flow è la capacità di produrre nuovi sistemi nel tempo. Un Paese può perdere una parte consistente delle proprie scorte e mantenere comunque una capacità industriale sufficiente a ricostituirle.
Per questo le stime sulla produzione mensile non sono un dettaglio statistico. Sono uno degli indicatori fondamentali della durata potenziale di una guerra missilistica.
Il lavoro del CNS non risolve definitivamente la questione, ma mostra perché il problema sia più complesso di quanto suggeriscano i semplici conteggi dei missili lanciati. Per comprendere la potenza missilistica iraniana bisogna guardare alla fabbrica dietro il missile: ai motori, alle materie prime, alle macchine, ai lavoratori specializzati, ai sistemi di controllo e all’intera rete industriale.
È qui che si gioca una parte importante della competizione strategica. Non soltanto nei cieli del Medio Oriente, ma nelle catene produttive che permettono a un arsenale di continuare a esistere.