Tskhinvali, notte tra il 9 e il 10 agosto. I cani sono morti o scappati. Lei è al terzo piano di un edificio a metà crollato, dietro un varco nel muro largo quanto un mattone mancante. Non si muove da quattro ore. Il fucile appoggiato su un sacco di sabbia, la guancia contro il calcio, il respiro portato al ritmo del corpo e non della mente. Inspira, pausa, il dito sfiora il grilletto senza premerlo, espira. Pazienza, attesa di tutto il corpo.
La strada sotto di lei è un imbuto. Chi la percorre ha già scelto, senza saperlo, l’angolo da cui verrà colpito. Lei osserva i movimenti come si osserva un meccanismo: un uomo che corre curvo espone la schiena, uno che cammina dritto crede di essere al sicuro e si sbaglia, uno che si ferma a controllare un compagno ferito diventa, per tre secondi, un bersaglio fermo. Non prova disprezzo per loro. Non prova niente. La guerra le ha insegnato che il sentimento è un lusso che rallenta la mano.
Il primo colpo parte alle 4:52. Un soldato osseto, no, aspetta, sono truppe russe di supporto ai separatisti, la linea del fronte in quella città è già confusa da ore, cade senza rumore proprio mentre attraversa l’incrocio. Il secondo colpo, dodici minuti dopo, ferisce un uomo alla spalla mentre trascina un compagno al riparo. Calcolo, non pietà.
L’errore arriva con la luce. Alle 6:15 il sole taglia l’edificio da est e trova per un secondo il bordo dell’oculare. Quanto basta. Una parola che lei sente appena ma che riconosce immediatamente: Снайпер, cecchino.
Da quel momento la caccia si rovescia. Scende le scale saltando i gradini mancanti, il fucile smontato in fretta e infilato nella sacca, il cuore che finalmente accelera perché ora la freddezza serve a un’altra cosa: sopravvivere. La strada sul retro sembra libera per una trentina di metri. Non lo è. Due uomini le tagliano la strada da un cortile, un terzo le è già dietro. Lei tenta ancora, spinge, morde, si libera per un istante di una presa, ma la lotta contro tre uomini addestrati dura il tempo che dura sempre: pochi secondi, il peso, il volto contro la terra, poi le mani legate dietro la schiena con un cavo elettrico strappato da un muro.
Dopo, il buio dei rapporti. Nessuna fotografia della cattura, nessun verbale d’interrogatorio reso pubblico, nessuna aula di tribunale, nessuna famiglia che ne abbia mai reclamato il corpo o la libertà.
Questa è la storia di Olga, cecchina volontaria ucraina inviata a supporto delle truppe georgiane nella guerra d’agosto del 2008. Una della tante versioni che circolarono nelle cronache russe e ossete di quei giorni. Un’altra parlava della sua cattura in un campo, ancora tra gli alberi. Sta di fatto che di Olga, però, non esiste alcuna traccia verificabile: nessuna fotografia, nessun documento d’identità, nessun processo, nessun testimone indipendente. E la stessa assenza di prove riguarda gli altri duecento volontari ucraini che, secondo Mosca, avrebbero combattuto al fianco di Tbilisi. Qui il racconto smette di essere cronaca e diventa dispositivo, uno degli incroci del conflitto che sarebbe esploso quattordici anni più tardi.
Quando il racconto diventa prova
Tra le figure ricorrenti di cui ancora si narra nelle strade di Tskhinvali, compare anche un uomo di colore che combatteva al fianco dei georgiani, visto, catturato, chi lo sa. Come Olga, non documentabile. Entrambi senza alcun tipo di documentazione, di processo. Esistono solo nei racconti tramandati ancora oggi, incastrati nella narrazione russa di quel conflitto. Il Comitato Investigativo Russo dichiarò che circa duecento membri dell’UNA-UNSO, una organizzazione paramilitare ucraina di orientamento nazionalista, avrebbero combattuto al fianco georgiano in Ossezia del Sud. I russi dichiararono di aver trovato uniformi, fotografie e documenti riconducibili al gruppo, oltre a permessi per l’uso di veicoli forniti dalle autorità georgiane. A questo si aggiunse l’accusa, mai suffragata da prove indipendenti, che Kiev avesse fornito armamenti a Tbilisi nei mesi precedenti l’offensiva del 7 agosto.
Il presidente ucraino Viktor Yushchenko, il volto ancora segnato dall’avvelenamento del 2004, rispose senza ambiguità, definendola pubblicamente “una grande menzogna”. Si dichiarò disponibile a un’inchiesta internazionale. Lo Stato Maggiore ucraino e la stessa UNA-UNSO liquidarono le accuse come campagna propagandistica. Nessuna delle due versioni, l’accusa russa, la smentita ucraina, ha mai trovato conferma indipendente definitiva. Nel 2009, durante la disputa del gas, Yushchenko paragonò esplicitamente la tecnica usata contro Kiev a quella già sperimentata nel 2008 in Ossezia del Sud.
L’accusa perfetta
Una prova che deve reggere in tribunale porta un nome verificabile, un documento, una catena di custodia. Una prova che deve reggere nel ciclo dell’informazione porta un’emozione e una coerenza narrativa. Su entrambe Olga era perfetta: donna, volontaria, cecchina, quindi determinata oltre l’ordinario. Catturata, quindi neutralizzata senza processo pubblico, quindi non verificabile per definizione. La cattura senza seguito era il meccanismo di chiusura: nessun’aula dove Olga potesse essere smentita.
Ma è proprio in questa impossibilità di verifica che va cercato l’effetto voluto. Un’accusa smentibile deve essere supportata da prove, e le prove possono fallire in tribunale. Ma Olga non si è mai vista in un tribunale, anzi, è scomparsa, non esiste per nessuna delle due parti. Ciò che non ha né conferma né smentita, resta in circolazione indefinitamente, disponibile per essere riattivato.
Dal filtro editoriale al filtro algoritmico
Nel 2008, il lettore medio di una notizia di guerra non aveva gli strumenti per accertare l’esistenza di Olga. Ciò che è cambiato è il soggetto a cui deleghiamo il controllo. Un giornale, un’agenzia, un corrispondente potevano sbagliare, ma si aveva un nome da incolpare. Oggi si delega a un algoritmo che non sostituisce il fact-checking; sostituisce il ruolo dell’editore nella selezione e tende a privilegiare contenuti coerenti con il comportamento precedente dell’utente.
Quello che è cambiato non è la menzogna di guerra, che è antica quanto la guerra. Il soggetto a cui rivolgersi è semplicemente evaporato. Oggi la stessa costruzione narrativa non incontra più un filtro redazionale unico da aggirare, ma milioni di filtri individuali già pre-orientati dall’algoritmo a riconoscere come plausibile ciò che conferma lo schema posseduto in anticipo. La sostituzione del controllo con la delega non riguarda più soltanto l’individuo che rinuncia a pensare affidandosi a uno strumento, riguarda un intero corpo sociale che ha delegato la funzione di verifica a un sistema che non verifica, ma tende a restituire coerenza. Olga non doveva essere vera. Doveva essere compatibile, funzionale ad una narrazione che poneva già nel 2008 l’Ucraina sul banco degli imputati.
Il nesso tra il caso del 2008 e la costruzione narrativa del 2022 resta inevitabilmente una mia lettura interpretativa più che una dimostrazione causale. La narrazione non serve soltanto a raccontare la guerra. Serve anche a costruire le condizioni perché una guerra venga percepita come inevitabile o legittima.
Non è utile neanche per costruire una prova che superi un controllo, se il controllo stesso è stato sostituito da una macchina programmata per assecondarti. Nel 2022, la stessa macchina narrativa non avrà bisogno di Olga. Basterà un suo video, senza volto, girato con un telefono, condiviso da un account anonimo, rilanciato da tre canali Telegram, perché un giornalista lo commenti senza verificarlo e finisca per essere assunto come prova nel dibattito pubblico. Olga non dovrà essere vera. Dovrà essere condivisibile.
Non sappiamo se Olga sia mai esistita. Possiamo invece osservare con certezza che la sua verificabilità è irrilevante ai fini della sua funzione narrativa. Questa irrilevanza è la lezione politica. Un’accusa costruita per non poter essere né confermata né smentita non ha bisogno di superare il controllo dei fatti, sopravvive e diventa un precedente. Funziona perché nessuno riesce a chiuderla definitivamente. Dal racconto del bambino crocifisso a Sloviansk, rivelatosi privo di riscontri indipendenti, fino alle accuse russe di presunto genocidio nel Donbass, lo schema resta sorprendentemente simile: un fatto emotivamente devastante, difficilmente verificabile nell’immediato e capace di ridefinire il quadro morale del conflitto.
Il nemico non agisce mai da solo. Viene presentato come strumento di potenze esterne. La stessa architettura è stata ripresentata nel 2014 e ancora nel 2022 con lo stesso schema narrativo. Un nemico infiltrato senza volto. Uno Stato accusato di aggressione mentre subisce l’aggressione. Una prova che si dissolve nel momento in cui viene invocata. Quel meccanismo propagandistico non aveva bisogno di argomenti nuovi. Quello vecchio non era mai stato smontato, solo riposto.
Chi cerca oggi l’origine della guerra in Ucraina nei trattati di Budapest, nell’allargamento della NATO o nei discorsi di Monaco, guarda dove la storia ufficiale ha deciso di guardare. Ma la guerra in Ucraina è stata preparata anche sul piano della narrazione, e il conflitto del 2008 rappresenta uno dei momenti in cui quella costruzione diventa chiaramente osservabile. La sagoma indistinta di una donna che nessuno ha mai visto, in una notte del 2008 a Tskhinvali. E che proprio per questo nessuno ha mai potuto far scomparire.
