A più di sette mesi dall’inizio della guerra, il dossier Iran-Stati Uniti è sospeso tra due strade opposte. Da un lato il Pentagono ha ordinato al Comando centrale (Centcom) di completare i preparativi per una possibile ripresa di operazioni militari su larga scala. Dall’altro Donald Trump ha promesso pubblicamente che non attaccherà l’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, parlando di discussioni “produttive” con Teheran. Ecco cosa sta succedendo e quali sono gli scenari.
L’ordine del Pentagono al Centcom
Secondo quanto riportato da Axios, nei giorni scorsi il Pentagono ha dato istruzioni al Centcom di completare i preparativi per una ripresa dei combattimenti su larga scala contro l’Iran. Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, ma il piano sarebbe stato discusso il 2 ottobre a Camp David, dove il team per la sicurezza nazionale del presidente si è riunito per diverse ore.
Gli obiettivi indicati dalle fonti sono tre categorie: infrastrutture energetiche, siti nucleari e depositi di armi. Anche Nbc News ha riferito che il presidente e i suoi consiglieri hanno valutato la possibilità di riprendere le operazioni nelle prossime settimane. Nel frattempo Trump ha sentito per la seconda volta in pochi giorni il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
L’ipotesi di una campagna breve ma intensa
Il New York Times aggiunge un dettaglio importante: tra le opzioni sul tavolo c’è una campagna militare breve ma intensa, della durata di circa tre giorni, mirata a colpire l’arsenale di missili e droni che l’Iran avrebbe ricostruito negli ultimi mesi, oltre a infrastrutture energetiche e altri siti militari. Secondo il quotidiano, tre portaerei saranno dislocate in Medio Oriente nelle prossime settimane.
È un’opzione che risponde a un problema politico: colpire duro senza impantanarsi in una guerra lunga, impopolare presso un’opinione pubblica americana che già da mesi mostra stanchezza per il conflitto.
“Non attaccheremo prima delle midterm”
Su Truth, Trump ha scritto che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran prima delle elezioni di metà mandato, sottolineando che con Teheran sono in corso discussioni produttive. Ha elogiato l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, che lavora a un accordo.
Il messaggio però non è lineare. Durante un comizio a San Antonio con candidati repubblicani, Trump ha detto di non essere davvero interessato a un accordo, sostenendo che gli iraniani sarebbero disposti a offrire qualsiasi cosa pur di fermare gli Stati Uniti. Teheran ha letto quelle parole come la prova che il presidente americano punta a un’operazione militare su larga scala.
Fonti statunitensi e israeliane citate dalla stampa italiana non escludono che una nuova offensiva possa iniziare comunque a ridosso di due scadenze elettorali: il voto in Israele del 27 ottobre e le midterm americane del 3 novembre.
I negoziati: le condizioni dell’Iran via Qatar
Sul fronte diplomatico la situazione è di stallo. A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York si è svolto un round di colloqui indiretti, con mediatori che facevano la spola tra le delegazioni. Attraverso il Qatar, l’Iran ha trasmesso agli Stati Uniti le proprie condizioni per un’intesa:
- la fine della guerra su tutti i fronti, compresi quelli che coinvolgono gli alleati regionali;
- lo stop alle azioni militari americane e al blocco navale;
- la liberazione degli asset iraniani congelati all’estero.
Ora i mediatori attendono la risposta di Teheran all’ultima proposta americana sul programma nucleare. La Germania ha accolto con favore i colloqui e ha chiesto che la guerra finisca il prima possibile.
La pressione economica e il fronte cinese
Washington continua intanto la strategia di isolamento economico. Le ultime sanzioni minacciano chiunque mantenga rapporti con il settore dell’aviazione iraniana. La Cina ha respinto queste misure come unilaterali e illegali: un segnale di come la guerra stia diventando anche un banco di prova dei rapporti tra le grandi potenze.
Il fronte militare non si è mai fermato
Anche senza una grande offensiva, i combattimenti continuano. Il numero dei militari americani morti nel conflitto è salito a 19, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sostiene che gli aerei statunitensi abbattuti siano più di quelli ammessi da Washington. Una nave è stata colpita al largo del Qatar, gli Houthi hanno attaccato di nuovo l’aeroporto di Riad e il traffico nello Stretto di Hormuz è sceso ai minimi da oltre due mesi secondo la società di analisi Kpler.
Anche l’Italia è coinvolta indirettamente: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato l’invio di 500 militari in Arabia Saudita, precisando che non si tratta di una nuova missione.
Tre scenari per le prossime settimane
- Accordo prima del voto: Witkoff ottiene un’intesa minima su nucleare e Hormuz, che Trump può presentare come vittoria prima del 3 novembre. È lo scenario meno probabile, viste le distanze.
- Stallo armato fino alle midterm: prosegue la guerra a bassa intensità, con blocco navale, sanzioni e scontri limitati; la decisione su una nuova offensiva slitta a dopo il voto.
- Offensiva lampo: il piano dei tre giorni viene attivato, prima o subito dopo le elezioni, con il rischio di nuove rappresaglie iraniane sul Golfo e sullo stretto.
In ogni caso, il calendario elettorale americano e israeliano pesa sulle decisioni militari quanto i calcoli strategici.
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FAQ
Gli Stati Uniti attaccheranno di nuovo l’Iran?
Il Pentagono ha preparato i piani, ma Trump ha detto che non attaccherà prima delle midterm del 3 novembre.
Chi tratta per gli USA con l’Iran?
L’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, con il Qatar tra i principali mediatori.
Cosa chiede l’Iran per un accordo?
La fine della guerra su tutti i fronti, lo stop al blocco navale e alle azioni militari USA, lo sblocco degli asset congelati.
Quanti soldati americani sono morti nella guerra?
Secondo i dati diffusi dalla stampa, 19 militari statunitensi.