Mentre la crisi energetica innescata dal blocco dello Stretto di Hormuz continua a pesare sui mercati mondiali, la giornata di venerdì ha portato una svolta diplomatica destinata a ridisegnare gli equilibri della regione: Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato a Gedda un accordo di mutua difesa, secondo quanto riportato dalla televisione di Stato turca TRT e ripreso dall’agenzia France Presse, confermato anche da fonti vicine all’esercito e al governo saudita.
Da dove nasce la crisi
Per capire la portata di questo accordo bisogna tornare a fine febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati contro l’Iran nell’ambito dell’operazione “Epic Fury”, colpendo siti nucleari, installazioni militari e vertici del potere iraniano — un’operazione che ha portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: lanci missilistici contro obiettivi israeliani e basi statunitensi nel Golfo, e soprattutto la decisione più impattante sul piano economico globale, la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Il dato che spiega perché questo braccio di mare pesi così tanto sull’economia mondiale è semplice: attraverso lo stretto passa circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto mondiale, diretto per oltre l’80% verso i mercati asiatici.
La situazione oggi
A distanza di mesi, la chiusura non si è risolta. Le rilevazioni più recenti dei sistemi di tracciamento marittimo mostrano un traffico navale drasticamente ridotto nello stretto, mentre sul fronte energetico i prezzi restano sotto pressione: i futures del gas naturale ad Amsterdam hanno superato i 50 dollari per megawattora, tornando sui massimi dell’anno.
Gli scenari elaborati dagli analisti restano preoccupanti. Secondo le stime di Wood Mackenzie, un’interruzione prolungata del traffico nello stretto potrebbe portare il Brent fino a 200 dollari al barile entro fine 2026, con oltre 11 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti condensati bloccati. Nello scenario peggiore delineato dagli analisti, l’economia globale potrebbe contrarsi fino allo 0,4% nel 2026.
A questo si aggiunge un fronte energetico parallelo che sta erodendo le riserve europee: l’Unione Europea è entrata nell’estate 2026 con riserve di gas al livello più basso dal 2018, circa il 57,7% della capacità, quasi 25 punti percentuali sotto la media degli ultimi cinque anni, a causa delle interruzioni di forniture da Russia e Qatar e dell’instabilità irachena-iraniana.
Il significato del nuovo patto di difesa
È in questo scenario che si inserisce l’accordo firmato oggi a Gedda. Il testo dell’intesa, secondo quanto diffuso dalla TV di Stato turca, mira a rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che un attacco armato contro uno dei tre Paesi firmatari venga considerato un attacco contro tutti — una clausola di mutua difesa che ricalca, nella sostanza, il funzionamento dell’Articolo 5 della NATO.
Il significato geopolitico è di primo piano: per la prima volta tre potenze regionali con interessi spesso divergenti — una monarchia del Golfo, una potenza NATO come la Turchia e una potenza nucleare come il Pakistan — si legano formalmente in chiave difensiva, proprio mentre la crisi in Iran ridisegna gli equilibri di sicurezza dell’intero Medio Oriente.
Perché la crisi tocca direttamente le famiglie italiane ed europee
Non è solo una questione geopolitica astratta. La combinazione di stretto bloccato e riserve europee ai minimi storici sta già alimentando timori di rincari su benzina, gasolio e bollette del gas nei prossimi mesi — un tema che la Commissione Europea ha esplicitamente citato nelle sue previsioni economiche, segnalando il rischio di un rallentamento della crescita europea accompagnato da una nuova fiammata inflazionistica.
Con la stagione degli uragani nel Golfo del Messico appena iniziata e le riserve strategiche statunitensi ai minimi dal 1983, gli analisti energetici sottolineano come il sistema globale dei carburanti abbia oggi margini di sicurezza estremamente ridotti rispetto a un tempo — una condizione che rende ogni ulteriore imprevisto, dal maltempo a nuovi sviluppi militari, potenzialmente più impattante del solito sui prezzi al consumo.
Cosa osservare nei prossimi giorni
Tre elementi determineranno l’evoluzione della crisi nelle prossime settimane:
– La tenuta del nuovo patto Arabia Saudita-Turchia-Pakistan e se altri Paesi della regione decideranno di aderirvi o di prendere le distanze
– Gli sviluppi militari in Iran, dove la leadership successiva a Khamenei resta un fattore di incertezza
– Le mosse dell’amministrazione statunitense, con Trump che nei giorni scorsi ha alternato aperture diplomatiche a nuove pressioni
La situazione resta fluida, e — come spesso accade in scenari di crisi energetica con più attori coinvolti — anche un singolo evento imprevisto può modificare rapidamente lo scenario nei mercati globali.
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Articolo aggiornato all’8 agosto 2026. La situazione descritta è in rapida evoluzione: verificare sempre le fonti più recenti per gli sviluppi successivi alla pubblicazione.