Autore: Giancarlo Busti

Giancarlo Busti è un tecnico d’impresa e project manager con oltre vent’anni di esperienza nella progettazione, gestione e sviluppo di iniziative complesse in ambito infrastrutturale, energetico e territoriale. Ha operato in contesti pubblici e privati, maturando una solida competenza nei processi di internazionalizzazione, nella cooperazione economica e nello sviluppo di progetti in Europa, Nord Africa e Africa subsahariana. Svolge attività di consulenza strategica e project management per progetti di sviluppo territoriale e industriale, con particolare attenzione ai contesti internazionali e ai mercati emergenti. Ha coordinato e supportato iniziative di sviluppo in Algeria, Senegal, Costa d’Avorio, Libia, Camerun e Turchia, operando su filiere agroindustriali, logistiche, energetiche e infrastrutturali. Collabora con enti pubblici, gruppi industriali e partner internazionali per la definizione di piani di investimento, programmi di cooperazione, gemellaggi istituzionali e progetti di sostenibilità economica e ambientale, integrando competenze tecniche, finanziarie e organizzative.

Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto in Medio Oriente non ha cambiato soltanto gli equilibri geopolitici: ha trasformato il confine stesso di ciò che consideriamo accettabile. Bombardamenti, assassinii mirati, rappresaglie regionali, distruzione urbana e linguaggi un tempo impensabili sono entrati progressivamente nel dibattito pubblico come elementi ordinari della cronaca quotidiana. Attraverso la lente della Finestra di Overton, il modello che descrive come le idee estreme possano diventare socialmente tollerabili, questo articolo analizza come Israele, Iran e Occidente abbiano spostato simultaneamente le proprie soglie morali e narrative, costruendo due realtà parallele incapaci ormai persino di condividere lo stesso vocabolario.

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Per secoli abbiamo pensato alla geografia come a qualcosa di immutabile: montagne, mari e continenti come quinte fisse su cui si muove la storia. Ma non è così. La geografia cambia, e quando lo fa trascina con sé imperi, economie e rapporti di forza. Oggi questo cambiamento ha un nome preciso: riscaldamento globale. E mentre il dibattito pubblico resta concentrato su emissioni, transizione energetica e obiettivi climatici, una trasformazione molto più silenziosa sta prendendo forma ai margini del mondo conosciuto. Nel ghiaccio che si ritira nell’Artico non c’è solo un segnale d’allarme ambientale, ma l’embrione di un nuovo ordine commerciale. Rotte che per secoli sono state impraticabili stanno diventando accessibili, accorciando distanze, riducendo costi e riscrivendo le priorità strategiche delle grandi potenze. È lì, a nord, che si sta aprendo una partita destinata a ridefinire gli equilibri globali.

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Dove potrebbero decidersi gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni? Se vi state affannando a cercare un luogo su una mappa, a esplorare confini e frontiere di Stati che si stanno affacciando alla ribalta economica, oppure ad analizzare il PIL dei Paesi più industrializzati per capire quali siano i trend di crescita, state probabilmente puntando il naso nella direzione sbagliata.

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Nel frattempo, mentre il petrolio torna a decidere l’agenda, con lo stretto di Hormuz che somiglia sempre di più alla valvola della pentola a pressione, c’è ancora questo posto in fondo al mondo che continua a essere trattato come un’eccezione. L’Antartide. Un continente intero lasciato, almeno formalmente, alla scienza. Quattordici milioni di chilometri quadrati, ghiaccio ovunque, il 70% dell’acqua dolce del pianeta lì sotto e ancora chissà cos’altro. Non lo sa nessuno. Le cifre che girano servono più a orientare le aspettative che a descrivere qualcosa di misurato. Lo strato di ghiaccio è realmente troppo spesso. Il quadro giuridico è…

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C’è un’ostinazione quasi commovente nel modo in cui l’Occidente, e in particolare una certa scuola di pensiero americana che oggi torna a farsi sentire con Donald Trump, si ostina a confondere la demolizione di un regime con la costruzione di una nazione. Lo abbiamo visto in Iraq, lo abbiamo subito in Afghanistan, eppure eccoci di nuovo qui, a osservare i cieli sopra Teheran illuminarsi per le ragioni sbagliate. L’attacco sferrato in queste settimane da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha il sapore di un’operazione chirurgica eseguita da due medici che non si parlano. Israele, con la freddezza di chi…

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Il 17 febbraio 2026, nel corso dei colloqui indiretti a Ginevra mediati dall’Oman, il ministro degli esteri iraniano Araghchi dichiarava che Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa su alcuni principi guida. Un funzionario statunitense parlava di progressi limitati ma reali. Undici giorni dopo, il 28 febbraio, mentre gli attacchi statunitensi e israeliani colpivano obiettivi iraniani su larga scala, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi era ancora impegnato in una mediazione attiva tra Washington e Teheran. Il suo comunicato di condanna è arrivato a conflitto già avviato: i negoziati erano stati interrotti senza preavviso, mentre erano formalmente aperti.

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Mosca appare come una bolla protetta al pari delle altre grandi città russe. Tutto funziona regolarmente e non si colgono i sintomi che accompagnano solitamente le guerre. Nonostante i dazi, l’isolamento internazionale, le oscillazioni della valuta, i costi enormi di questo conflitto in termini umani ed economici, a quasi quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, il quadro socioeconomico che emerge dalla capitale russa sembra sostanzialmente stabile, una stabilità che non è illusione ottica, ma un dato strutturale ben documentato. Il mercato immobiliare moscovita continua a funzionare a ritmi paragonabili al periodo prebellico, i consumi non registrano alcuna fuga verso…

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L’amministrazione di Donald Trump ha annunciato una delle mosse ambientali più radicali degli ultimi decenni: la revoca del presupposto scientifico che permetteva all’Environmental Protection Agency di regolare i gas serra sotto il Clean Air Act. In pratica non si riconosce il problema, quindi si rende superfluo occuparsene. La realtà climatica diventa un’opinione amministrativa.

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