Per molto tempo il Medio Oriente è stato raccontato come una regione intrinsecamente instabile, quasi geneticamente refrattaria alla costruzione dello Stato moderno. Una sequenza di crisi religiose, guerre civili, colpi di Stato e radicalismi. Ma guardiamo alla realtà del passato.
Nell’area possiamo trovare dei grandi outsider per longevità. Primo fra tutti l’Egitto faraonico (oltre 3000 anni, con interruzioni), poi l’Impero Assiro (quasi 1900 anni in senso lato) e il Sumero come civiltà d’origine. Tra quelli che tendiamo a sovrastimare, il Regno Unito d’Israele dura meno di un secolo, 90 anni circa, dividendosi subito. Le città-stato fenicie invece, sommate, coprono oltre 1200 anni.
Sul versante islamico colpisce la durata del Califfato Abbaside: oltre 500 anni, l’età dell’oro della scienza e della filosofia araba, interrotto bruscamente dai Mongoli nel 1258, un trauma storico che ancora oggi viene richiamato nel discorso politico mediorientale.
L’Ottomano è il più recente e tra i più longevi in senso stretto: 623 anni compatti, dalla fine del XIII secolo al 1922.
Tutto questo è noto, ma se si osserva la traiettoria dell’ultimo secolo senza la lente dell’eccezionalismo culturale che distingue spesso l’occidente, emerge la ripetuta interruzione dei processi politici interni, con eccezioni significative. Non tutte le crisi regionali si spiegano con lo stesso schema, ma la ricorrenza del pattern è abbastanza sistematica da meritare il tentativo di un’analisi seria.
Andiamo a quella che ritengo la radice dei problemi mediorientali attuali, anche se molti potrebbero obiettare che tutto parte dalla rivoluzione turca. Nel 1941 l’Iran è formalmente neutrale. La guerra mondiale lo attraversa come un oggetto strategico più che come un soggetto politico. Churchill e Stalin decidono l’occupazione del Paese per garantire il “corridoio persiano”, indispensabile ai rifornimenti verso l’Unione Sovietica dopo l’invasione nazista e l’iniziale debacle dell’Armata Rossa. Reza Shah viene deposto. Facciamo molta attenzione al fatto che il cambio dinastico non nasce da una rivoluzione interna, ma da una necessità logistica globale. Ci torneremo in seguito perché importante, per ora sottolineiamo che l’Iran scopre così una prima lezione: la sovranità può essere sospesa dall’esterno quando la geografia diventa troppo importante.
Nel 1953, un altro episodio rompe un processo interno. Mohammad Mossadeq tenta di nazionalizzare il petrolio iraniano. Quando divenne primo ministro, Mossadeq poteva contare sul sostegno di persone di tutti i livelli sociali, con pochissime eccezioni. Come guida della lotta contro l’Anglo-Iranian Oil Company in un Paese dove il risentimento verso i britannici era profondo e radicato, la sua popolarità continuò a crescere per molti mesi dopo la nazionalizzazione del petrolio, un gesto politico interno, con una forte base parlamentare e popolare. Un episodio dice tutto sul suo peso politico: quando lo Scià tentò di destituirlo a metà del 1952, le proteste di piazza furono così massicce da costringerlo a reintegrarlo poco dopo. Non molti primi ministri vengono “richiamati” dal basso con quella forza.
Alla vigilia del colpo di Stato, era generalmente riconosciuto che Mossadeq avrebbe ottenuto un sostegno popolare schiacciante in un eventuale referendum nazionale. La CIA stessa lo ammetteva nei propri documenti interni.
C’era però una crepa. Un membro dell’ambasciata americana del luglio 1953 segnalava che le classi medie e alte stavano prendendo le distanze, mentre le classi popolari restavano fedeli. In alcune città si registrava crescente insoddisfazione per la mancanza di risultati concreti nella controversia petrolifera e per le nuove tasse.
Il paradosso finale è anche il più rivelatore: le cosiddette proteste di piazza del 19 agosto 1953, presentate come espressione del volere popolare, furono in realtà organizzate e finanziate dalla CIA, che aveva agito in sintonia con le forze lealiste dello Scià e con settori dell’esercito. L’Operazione Ajax, condotta dalla CIA e dall’intelligence britannica per rovesciare il governo e rafforzare il potere dello Scià, dimostrò che il controllo delle risorse strategiche poteva prevalere perfino su un esecutivo democraticamente legittimato, usando come copertura una finta rivolta popolare.
Quasi nello stesso periodo, un altro evento cambia definitivamente la struttura del conflitto regionale: la nascita di Israele nel 1948. Comprendere questo passaggio richiede di tenere insieme due prospettive che non si annullano a vicenda. Per l’Occidente, e in particolare per le comunità ebraiche dopo la Shoah, è la fondazione di un rifugio necessario, il compimento di un progetto nazionale che affonda le radici in decenni di elaborazione politica e culturale. Per il mondo arabo e per la popolazione palestinese già presente in quei territori, è invece l’irruzione di un nuovo soggetto politico percepito come sostenuto e imposto dalle potenze coloniali. Questa doppia verità è la premessa del conflitto. Da quel momento, quasi ogni processo politico regionale viene riletto attraverso la lente del conflitto israelo-arabo, che diventa rapidamente il centro simbolico e strategico dell’intera area.
Se mettiamo le conseguenze militari sullo sfondo capiamo come a livello istituzionale e culturale sia stata colta un’opportunità che difficilmente si sarebbe presentata in altro modo. Molti Stati arabi, ancora in fase di costruzione postcoloniale, trasformano il conflitto con Israele in una giustificazione permanente della militarizzazione interna e della sospensione delle libertà civili. Altri movimenti, opposti ai regimi esistenti, trovano nella questione palestinese un linguaggio politico capace di unificare identità diverse.
In questo contesto si sviluppa anche il terrorismo di matrice palestinese, soprattutto tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Alcune organizzazioni legate alla resistenza palestinese adottano la strategia della visibilità globale: dirottamenti aerei, attentati simbolici, attacchi fuori dal teatro mediorientale. L’obiettivo dichiarato è portare la questione palestinese al centro dell’opinione pubblica internazionale, rompendo quello che viene percepito come isolamento politico e militare. Ma questa scelta ha un costo umano reale e diretto: vite civili spezzate, famiglie distrutte, un patrimonio di orrore concreto che non si dissolve nelle spiegazioni strutturali. La storia può spiegare le condizioni che rendono possibile una certa violenza senza per questo giustificarla.
Il risultato storico è inoltre ambivalente sul piano strategico. Da un lato la causa palestinese ottiene una visibilità globale senza precedenti. Dall’altro, questi atti contribuiscono a consolidare nell’opinione pubblica occidentale l’associazione tra conflitto mediorientale e terrorismo, rafforzando le politiche di sicurezza e la cooperazione militare con Israele e i suoi alleati. Non si tratta necessariamente di un “disegno”, ma di una dinamica politica in cui azione e conseguenza non coincidono quasi mai.
Nel frattempo, altri processi vengono interrotti altrove. l’Egitto di Nasser, l’Iraq baathista, la Siria postcoloniale seguono lo stesso destino. Ogni tentativo di costruzione statale autonoma si scontra con guerre, interventi esterni, sanzioni o collassi interni. Ogni interruzione impedisce la sedimentazione istituzionale. E quando lo Stato non riesce a consolidarsi, ciò che resta sono le strutture pre-statali: clan, comunità religiose, identità confessionali.
In questo vuoto il fondamentalismo cresce come conseguenza del disordine. L’ideologia non è la causa delle rivolte e la religione non è solo ideologia. Diventa infrastruttura sociale sostitutiva: scuole, ospedali, reti di solidarietà, tribunali informali. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, i Fratelli Musulmani in Egitto, tutti hanno costruito consenso non solo attraverso la retorica religiosa, ma attraverso la capacità di erogare servizi dove lo Stato era assente o corrotto.
Tuttavia questa lettura ha un punto cieco che vale la pena guardare direttamente e richiede un correttivo importante. Non tutti i fondamentalismi nascono da un vuoto ed esiste almeno un caso che va nella direzione opposta, uno Stato solidissimo e ricchissimo che per decenni ha finanziato moschee, madrase e reti di predicatori su quattro continenti, riscrivendo l’islam di comunità intere e sostituendo pratiche locali moderate con un’ideologia che in certi contesti diventava direttamente il terreno di coltura del radicalismo. L’Arabia Saudita. Nessun vuoto da riempire, una strategia, influenza geopolitica, una valvola di sfogo per le tensioni interne. Il bello è che questo non era un segreto. Una nota diplomatica resa pubblica da WikiLeaks riporta le parole dell’allora segretaria di Stato Hillary Clinton, in forma classificata: i donatori sauditi costituivano, a suo giudizio, la fonte di finanziamento più significativa per i gruppi terroristici sunniti nel mondo. Il documento era del 2009. Nello stesso anno, l’Arabia Saudita era uno dei principali alleati strategici degli Stati Uniti. Le due cose coesistevano tranquillamente, come coesistono da decenni petrolio, contratti di armamenti e silenzio diplomatico, una delle poche equazioni della politica internazionale in cui tutti i fattori sono noti, scritti, archiviati e ignorati con una costanza che, a volerla leggere bene, è quasi una forma d’arte.
Vale la pena ricordare, en passant, che quando nel 1979 i sovietici invasero l’Afghanistan, la CIA e l’Arabia Saudita finanziarono insieme i mujaheddin, almeno sei miliardi di dollari americani, cifra equivalente da parte saudita, addestrando nelle madrase wahhabite al confine pakistano quelli che Reagan chiamava pubblicamente “combattenti per la libertà”. Qualcuno, vent’anni dopo, avrebbe fondato Al Qaeda. Il boomerang, volendo usare una metafora gentile, ha impiegato un po’, ma è tornato al mittente. Il problema adesso è che quella creatura ha smesso di obbedire a chiunque: il wahhabismo ha raggiunto una capacità di auto-perpetuazione che lo rende indipendente dal suo sponsor originario, e altri, Turchia, Qatar, Pakistan, si sono già messi in fila per raccoglierne l’eredità. Nel frattempo, la maggior parte delle persone continua a credere che la storia del Medio Oriente sia quella raccontata nei telegiornali delle venti. Il che, detto senza malizia, è un risultato straordinario.
Torniamo all’Iran perché rappresenta ancora un caso diverso. Lo stato non collassa con la rivoluzione del 1979. Lo Stato viene ristrutturato ideologicamente. La Repubblica Islamica integra la religione dentro una macchina statale altamente organizzata. Il risultato è una forma ibrida di continuità dove ideologia religiosa e struttura statale coesistono e si rafforzano a vicenda. In questo senso l’Iran è uno Stato che ha interiorizzato decenni di pressione esterna. Il 1941, il 1953, l’isolamento post-rivoluzionario, le sanzioni, la guerra con l’Iraq, hanno trasformato la mentalità iraniana in una cultura politica della resilienza strategica. Un attore che non può essere facilmente destabilizzato perché la sua identità politica si è costruita proprio sull’idea della sopravvivenza in condizioni di isolamento.
La guerra attuale ci porta a qualche riflessione se vista in questa ottica. Prima che gli Stati Uniti avviassero le operazioni militari contro l’Iran il 28 febbraio 2026, la National Intelligence Council aveva concluso nel suo assessment di febbraio che né attacchi aerei limitati né una campagna militare più ampia e prolungata avrebbero con ogni probabilità prodotto un cambio di governo in Iran, anche nel caso in cui la leadership fosse stata eliminata. In conclusione non esisteva nessuna coalizione di opposizione sufficientemente potente e unificata pronta a prendere il potere. C’era però una voce dissenziente, proveniente dal versante israeliano. In riunioni con funzionari della sicurezza israeliani, è stato riferito che la Repubblica Islamica mostrava i peggiori indicatori di instabilità mai registrati, e che secondo le valutazioni interne israeliane l’Iran si trovava nel suo momento più critico e vulnerabile, un’opportunità storica. L’amministrazione Trump ha seguito questa seconda lettura e i fatti sembrano aver dato ragione agli analisti americani più cauti che avevano riconosciuto una resilienza dell’Iran tutt’altro che retorica. Uno stato costruito sulla sopravvivenza all’ostilità esterna non si smonta con qualche settimana di bombardamenti.
Vale la pena notare che non tutti i Paesi della regione seguono la traiettoria di cui scrivevamo prima di questo inciso. La Giordania e il Marocco, pur con tutte le loro contraddizioni, hanno mantenuto una continuità monarchica che ha funzionato da ammortizzatore istituzionale. La Turchia ha costruito un apparato statale laico e robusto, anche se negli ultimi anni ha imboccato una strada di concentrazione del potere che solleva domande nuove sulla tenuta di quel modello. Questi casi non invalidano lo schema generale, ma ci ricordano che le variabili interne, la natura delle élite, la struttura tribale o etnica, la presenza o assenza di rendite petrolifere, contano quanto le pressioni esterne.
Negli ultimi decenni, il linguaggio della politica internazionale cambia ancora. Per anni l’intervento occidentale si è giustificato attraverso la retorica della democratizzazione e della sicurezza globale. Progressivamente però riemerge una logica più esplicita di competizione tra grandi potenze: Stati Uniti, Russia e Cina ridisegnano le loro presenze regionali non più solo attraverso il linguaggio dei valori ma attraverso quello degli interessi. In questo contesto il Medio Oriente torna a essere, come lo era nel 1941, uno spazio in cui le grandi potenze proiettano influenza, stringono alleanze tattiche con regimi autoritari, e misurano il proprio peso relativo. La retorica cambia; la struttura di fondo meno.
E allora tutti questi frammenti, il 1941, il 1953, la nascita di Israele, le guerre regionali, il terrorismo transnazionale, il wahhabismo esportato, il fondamentalismo come supplenza sociale, il ritorno della politica di potenza, iniziano a sovrapporsi, come variazioni, con eccezioni e controesempi, di uno schema ricorrente.
La storia del Medio Oriente moderno non è soltanto la storia di un’area instabile. È in larga parte la storia di una serie ripetuta di processi politici interrotti prima di poter diventare Stati pienamente consolidati. Ogni interruzione ha prodotto un vuoto. E molti di quei vuoti sono stati riempiti da forme più antiche di appartenenza e di potere, o da attori che di quell’instabilità hanno fatto uno strumento consapevole.
Alla fine, ciò che appare come frammentazione permanente potrebbe essere il risultato di una sola continuità nascosta: la difficoltà sistemica della regione a completare il proprio tempo politico senza essere continuamente riscritta dall’esterno, una condizione che come tutte le condizioni storiche, è il prodotto di scelte, non di destino.
