C’è un’ostinazione quasi commovente nel modo in cui l’Occidente, e in particolare una certa scuola di pensiero americana che oggi torna a farsi sentire con Donald Trump, si ostina a confondere la demolizione di un regime con la costruzione di una nazione. Lo abbiamo visto in Iraq, lo abbiamo subito in Afghanistan, eppure eccoci di nuovo qui, a osservare i cieli sopra Teheran illuminarsi per le ragioni sbagliate.
L’attacco sferrato in queste settimane da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha il sapore di un’operazione chirurgica eseguita da due medici che non si parlano. Israele, con la freddezza di chi gioca una partita per la propria sopravvivenza, punta a smantellare i centri nervosi della capacità offensiva persiana. Per Gerusalemme, ogni missile distrutto è un pezzo di futuro guadagnato. Ma per Washington, la questione è diversa: si bombarda senza una exit strategy, nell’illusione che, una volta rimosso il tappo dei turbanti, la bottiglia iraniana si riempia magicamente di democrazia liberale.
Questa mancanza di visione politica si scontra con una realtà che gli europei, scottati dal trauma di Kabul nel 2021, sembrano aver compreso meglio dei loro alleati oltreoceano. La lezione afghana ha insegnato che si può vincere ogni battaglia e perdere comunque la guerra, semplicemente perché la società che si pretende di “liberare” ha radici molto più profonde e resistenti dei governi che la rappresentano. In Iran, lo Stato non è un accessorio moderno, ma un’intelaiatura millenaria fatta di identità persiana, gerarchie religiose e un apparato militare, quello dei Pasdaran, che è ideologico prima ancora che tecnico.
Trump ha provato a vendere questa nuova avventura come una grande coalizione internazionale, ma il risultato è un isolamento che rasenta il paradosso. Gli europei, solitamente solerti nel seguire lo sceriffo, stavolta restano a guardare dalle retrovie, consapevoli che un Iran in fiamme significa profughi ed energia alle stelle per il Vecchio Continente. Persino le monarchie del Golfo, che pure non amano Teheran, si muovono con una prudenza che sa di scetticismo: sanno perfettamente che l’ombrello americano è utile finché piove diplomazia, ma diventa un parafulmine pericoloso quando iniziano a cadere i missili.
Il National Intelligence Council lo ha scritto con una chiarezza che dovrebbe far tremare i polsi ai decisori: non esiste in Iran un’opposizione pronta a prendere le chiavi del regno. Se il regime dovesse crollare oggi sotto il peso delle bombe, il “giorno dopo” non somiglierebbe alla caduta del Muro di Berlino, ma piuttosto a un cupo scenario balcanico o, peggio, libico. Senza una struttura di legittimità alternativa, il potere tornerebbe per gravità nelle mani di chi controlla il territorio e le coscienze, forse in forme ancora più brutali e meno prevedibili di quelle attuali.
Si fa presto a dire “cambio di regime” sorseggiando un caffè a Mar-a-Lago, ma la storia ha il vizio di non farsi dettare l’agenda dai tweet o dai bombardieri. Lo scenario che si prefigura è quello di una “fortezza ferita”: un Iran che, pur privato dei suoi giocattoli tecnologici da Israele, si compatterà attorno a un nazionalismo esasperato, regalando al mondo un cuore del Medio Oriente instabile, radicalizzato e, per ironia della sorte, ancora più dipendente dalla protezione di Pechino. Distruggere uno Stato è un esercizio di forza; governare le macerie è un esercizio di intelligenza che, al momento, sembra scarseggiare.
In questo scacchiere così affollato, non poteva mancare lo sguardo sornione di Vladimir Putin. Mentre i caccia israeliani ridisegnano la geografia dei siti militari iraniani, Mosca si muove tra le macerie con la circospezione di chi sa che un Iran troppo debole è un problema, ma un Iran totalmente cinese sarebbe un fallimento strategico. Per il Cremlino, Teheran non è mai stata un alleato paritario, quanto piuttosto un utile fastidio per l’Occidente e un fornitore di droni a basso costo. Ora, però, il rischio è che il “fratello minore” persiano, rimasto senza fiato sotto i colpi di Washington, finisca per gettarsi disperatamente tra le braccia di Pechino.
Putin sta tentando una mediazione che ha il sapore del gioco di prestigio: offrire a Trump una via d’uscita onorevole — magari un cessate il fuoco che congeli le capacità nucleari iraniane — in cambio di un allentamento della pressione sul fronte ucraino. È il cinismo della geopolitica pura, dove la sopravvivenza di un regime a Teheran diventa merce di scambio per un confine a Est. Eppure, questa trama russa si scontra con una realtà economica brutale: Mosca non ha i capitali per ricostruire ciò che le bombe americane stanno distruggendo. Solo la Cina ha i forzieri abbastanza profondi per farlo, e Pechino non fa sconti. Il Dragone aspetta che la polvere si depositi per presentare il conto, trasformando l’Iran in un gigantesco distributore di benzina sotto esclusivo controllo cinese.
Mentre oltreoceano si discute di “vittoria” e a Oriente si mercanteggia sul futuro delle rovine, l’Europa osserva il quadrante mediorientale con il brivido di chi abita al piano di sotto di un appartamento in fiamme. Se l’America può permettersi il lusso della distanza, protetta da due oceani e da un’autosufficienza energetica che Trump sbandiera come uno scudo, noi non abbiamo questa fortuna. Per l’Unione Europea, un Iran balcanizzato o ridotto a protettorato cinese non è un’astrazione teorica, ma una minaccia diretta alla sicurezza alimentare, ai flussi migratori e alla stabilità del Mediterraneo. La lezione che Bruxelles sembra aver finalmente imparato — con un ritardo che potremmo definire storico — è che la forza senza una strategia di convivenza è solo un rinvio del caos. Non basta applaudire alla distruzione dei missili dei Pasdaran se non si ha idea di come evitare che cento milioni di persone sprofondino nel risentimento e nella carestia. Alla fine della fiera, quando i riflettori di Washington si spegneranno e l’attenzione di Trump si sposterà sul prossimo dossier interno, saremo noi europei a dover gestire i cocci di questa “tabula rasa”. Resta da vedere se, per una volta, sapremo smettere i panni dei commentatori ironici per indossare quelli, ben più scomodi, di chi deve garantire che il domani non sia solo un ritorno al passato, ma con più macerie e meno speranza.
