Nel frattempo, mentre il petrolio torna a decidere l’agenda, con lo stretto di Hormuz che somiglia sempre di più alla valvola della pentola a pressione, c’è ancora questo posto in fondo al mondo che continua a essere trattato come un’eccezione. L’Antartide.
Un continente intero lasciato, almeno formalmente, alla scienza. Quattordici milioni di chilometri quadrati, ghiaccio ovunque, il 70% dell’acqua dolce del pianeta lì sotto e ancora chissà cos’altro. Non lo sa nessuno. Le cifre che girano servono più a orientare le aspettative che a descrivere qualcosa di misurato. Lo strato di ghiaccio è realmente troppo spesso.
Il quadro giuridico è noto. Il Trattato Antartico (firmato nel ’59, in vigore dal ’61) tiene tutto in sospeso: rivendicazioni congelate, attività militari fuori gioco. Poi nel 1991 è arrivato il Protocollo di Madrid che ha chiuso anche la porta allo sfruttamento delle risorse minerarie. Porta chiusa, ma con una clausola di revisione dal 2048. Un momento in cui qualcuno potrebbe aver già programmato di rivedere gli accordi.
Per molto tempo non è stato un problema, ma non siamo più nell’epoca dell’abbondanza data per scontata, quella in cui le risorse sembravano infinite o comunque sostituibili. Stiamo entrando in una fase diversa con accesso limitato alle risorse, filiere fragili, energia che torna a essere un problema serio. E quando le risorse si restringono, la cooperazione smette di essere un valore e torna a essere una convenienza.
Adesso il discorso è meno lineare. I costi dell’energia si muovono in modo preoccupante e meno prevedibile, le rotte diventano vulnerabili, alcune dipendenze iniziano a pesare. Una serie di aggiustamenti che si stanno sommando e finiranno per raggiungere la massa critica che cambierà la prospettiva in cui si guarderanno le cose.
L’Antartide rientrerà in questo cambio di inquadratura, una sorta di promessa pronta a diventare una soluzione.
Le grandi potenze non credo siano lì per amore della ricerca pura.
La Cina, che ha inaugurato la sua quinta base permanente, Qinling, nel febbraio 2024 sul Mare di Ross (strategicamente vicino agli americani di McMurdo), sta già completando le infrastrutture e punta a una sesta stazione estiva entro il 2027 in Marie Byrd Land, l’unica zona del continente mai rivendicata da nessuno. Si tratta di stazioni per la ricerca oceanografica e monitoraggio climatico, ma mentre Xi Jinping firma accordi ambientali e parla di sviluppo sostenibile, i suoi ingegneri installano stazioni satellitari compatibili con il sistema BeiDou, l’alternativa cinese al GPS, e rafforzano logistica che serve anche a mappare fondali e rotte future. Ci si posiziona per quando il ghiaccio si scioglierà del tutto e il ban minerario del 2048 diventerà una formalità da rinegoziare? Nel frattempo le pubblicazioni scientifiche cinesi hanno già sorpassato quelle americane. Washington taglia fondi alla NSF per l’Antartide (proposta Trump 2026), lasciando un vuoto che Pechino è pronta a riempire.
E non solo Pechino. La Russia, nonostante le sanzioni, continua survey sismiche “scientifiche” che hanno tutta l’aria di essere prospezioni petrolifere. Secondo i loro stessi documenti, sotto il ghiaccio in certe aree ci sarebbero fino a 500 miliardi di barili di idrocarburi. A Mosca e a Pechino bloccano da anni, al tavolo della CCAMLR, (Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources) l’organismo internazionale che gestisce la pesca nell’Oceano Meridionale, al di sotto del 60° parallelo sud, la creazione di nuove aree marine protette e regole più severe sulla pesca del krill, contraddicendo di fatto il manifesto di salvaguardia dell’Antartide che sbandierano. Pace, scienza e ipocrisia.
Le rivendicazioni storiche, quelle sette “fette di torta” di Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Argentina, Cile, Francia e Norvegia, sono congelate dal Trattato del 1959. Intanto, in nome della ricerca, la presenza cresce. Tra 70 e 80 basi, permanenti o stagionali, distribuite tra una trentina di paesi, e anche l’Italia opera con la base Mario Zucchelli a Baia Terra Nova e la stazione italo-francese Concordia sul Plateau. Tutte le basi sono per la ricerca, come impone il trattato, ma la linea tra scienza e preparazione allo sfruttamento si fa sempre più sottile e assume sempre di più l’aspetto di monitoraggio delle risorse future. Alcuni Stati rivendicanti (soprattutto Argentina e Cile) usano le basi per rafforzare la propria presenza simbolica. Si riscontra anche un’esplosione del turismo, con 100’000 visitatori nell’anno precedente la pandemia e navi da crociera sempre più grandi. Tutto questo ci fa capire quanto l’Antartide, l’Antarktikos solo immaginato da Aristotele per bilanciare il globo terrestre e avvistato nel 1820 per la prima volta dalla spedizione russa comandata da Fabian Gottlieb, sia guardato con interesse sempre più crescente.
Il sistema del diritto internazionale preserva la propria validità ordinamentale fintantoché non entra in conflitto con interessi strategici preminenti, manifestando in tali casi una notevole capacità adattiva. Non si tratta di una critica al sistema, bensì del riconoscimento di una dinamica storico-giuridica ricorrente: dalla costruzione delle casus belli nella crisi irachena alla gestione del contenzioso nucleare iraniano, gli strumenti giuridici vengono sottoposti a reinterpretazioni funzionali che ne alterano l’applicazione concreta senza comprometterne l’esistenza formale.
In Antartide la situazione è solo più ordinata, per ora. Anche se le vecchie rivendicazioni territoriali, le fette di torta, non sono mai sparite e basta poco perché tornino rilevanti.
L’Antartide dimostra comunque che la cooperazione internazionale è ancora possibile anche quando ci sono risorse in ballo. È l’unico continente senza popolazione indigena, senza eserciti, senza confini armati, ma il cambiamento climatico sta sciogliendo i ghiacci rendendo accessibili nuove aree e risorse e gli equilibri raggiunti durante questi sei decenni potrebbero essere a rischio.
C’è anche un dettaglio che ogni tanto riemerge. Negli anni della Guerra Fredda gli Stati Uniti avevano iniziato a studiare mezzi per operare stabilmente su ghiaccio, veicoli cingolati, logistica polare avanzata. Il progetto “Polaris” viene citato spesso, anche se è rimasto più un’ipotesi tecnica che qualcosa di realmente dispiegato. Però il punto è che il problema era già stato posto.
Oggi il passaggio, se ci sarà, sarà molto meno evidente. Carri armati non ne vedremo, piuttosto infrastrutture che servono a più cose insieme. Una missione scientifica con un perimetro un po’ più largo. Un test che resta formalmente dentro le regole, ma abbastanza stretto.
Nel frattempo cambia il contesto attorno. Ed è quello che pesa di più. Quando l’accesso alle risorse si complica, anche gli spazi “neutrali” iniziano a essere guardati in modo diverso. Senza dichiararlo troppo, senza atti clamorosi. Brindiamo quindi alla pace antartica, finché regge, più per equilibrio tra interessi che per convinzione condivisa.
