Il 17 febbraio 2026, nel corso dei colloqui indiretti a Ginevra mediati dall’Oman, il ministro degli esteri iraniano Araghchi dichiarava che Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa su alcuni principi guida. Un funzionario statunitense parlava di progressi limitati ma reali. Undici giorni dopo, il 28 febbraio, mentre gli attacchi statunitensi e israeliani colpivano obiettivi iraniani su larga scala, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi era ancora impegnato in una mediazione attiva tra Washington e Teheran. Il suo comunicato di condanna è arrivato a conflitto già avviato: i negoziati erano stati interrotti senza preavviso, mentre erano formalmente aperti.
Quella dichiarazione è passata quasi inosservata nel frastuono della crisi. Eppure dice molto su chi ha perso di più nelle prime ore della guerra, e solleva una domanda che il dibattito pubblico ha affrontato solo in superficie: perché Washington ha scelto di agire esattamente in quel momento, e quali obiettivi reali si celano dietro quelli dichiarati?
Per comprendere la posta in gioco è necessario partire da un dato geografico che spesso viene citato senza essere davvero considerato nelle sue implicazioni. L’Oman condivide la costa dello Stretto di Hormuz con l’Iran per oltre tremila chilometri. Dal Golfo Persico transita circa il 20% del petrolio mondiale, e Muscat si trova fisicamente al centro di questo corridoio: controlla la sponda sud dello stretto, confina con lo Yemen instabile, e proietta il suo territorio fino all’Oceano Indiano con il porto di Salalah e la Zona Economica Speciale di Duqm.
Questa posizione è stata storicamente una rendita diplomatica. La neutralità attiva nella guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, quando tutto il Golfo era schierato con Baghdad, è diventata il marchio di fabbrica di una diplomazia che non prende posizione ma cerca di trasmettere a entrambe le parti ciò che ritiene positivo per loro. L’Oman si colloca tra le sfere d’influenza contrapposte dell’asse saudita-emiratino e della proiezione iraniana, fungendo da cerniera e spazio di decelerazione della conflittualità regionale.
Oggi quella stessa posizione geografica è diventata una vulnerabilità. La ritorsione iraniana del marzo 2026 ha colpito, in misura minore rispetto agli altri stati del Golfo, anche il mediatore. Essere equidistanti non basta più quando il conflitto allarga il perimetro delle rappresaglie.
L’Oman è stato l’architetto dei passaggi diplomatici che portarono allo storico accordo sul nucleare iraniano del 2015, poi abbandonato dall’amministrazione Trump. Questa posizione si fonda su tre pilastri: la posizione geografica strategica all’imbocco dello stretto, la capacità di mantenere rapporti stabili con attori in conflitto tra loro, da Teheran a Washington, passando per Riyadh, e una consolidata esperienza nella gestione di dossier estremamente complessi.
Nel 2025, il conflitto di dodici giorni tra Iran e Israele si era concluso anche grazie a una mediazione intensa proprio di Muscat, che stava facilitando i colloqui indiretti sul nucleare a Ginevra. Quella guerra finì. Questa no. La differenza non è solo militare: nel 2026, a differenza del 2025, non c’è stata una finestra diplomatica lasciata aperta in cui inserire una trattativa.
Il modello omanita ha un limite strutturale che la crisi attuale ha reso evidente: funziona nei momenti in cui almeno una delle parti vuole una via d’uscita. Quando entrambe le parti, o anche solo una, preferiscono l’escalation, il mediatore silenzioso diventa irrilevante. La stampa omanita offre un segnale rivelatore. Il giorno dopo l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani del giugno 2025, il principale quotidiano di Muscat aveva aperto in prima pagina con l’introduzione di un’imposta sul reddito prevista per il 2028, relegando la notizia dell’attacco a un lessico diplomatico e a una posizione tipografica subordinata. Una scelta editoriale coerente con la volontà di non trasformare la prossimità geografica in esposizione politica, ma che nel 2026, con missili iraniani che colpiscono anche il territorio omanita, appare sempre più difficile da sostenere.
Per capire perché la destabilizzazione dell’Oman sia un problema che va ben oltre la regione, è necessario analizzare la natura profonda del rapporto tra Muscat e Pechino. Non si tratta di una semplice partnership commerciale: è una delle relazioni più dense e ambigue dell’intera area Indo-Pacifica.
Nel 2023 il 92% del greggio esportato dall’Oman è stato destinato alla Cina. Non è una quota rilevante: è quasi una monocommittenza. Tra i rischi identificati dal FMI per l’economia omanita figura esplicitamente il rallentamento della Cina, che potrebbe tradursi in minor interscambio commerciale, investimenti e turismo. Questo dato spiega da solo perché Muscat non possa permettersi di essere percepita come ostile a Pechino, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione diplomatica.
Dal 2016 la Cina investe nella Zona Economica Speciale di Duqm nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il progetto principale è lo sviluppo della Sino-Oman Industrial City, un investimento da oltre 10 miliardi di dollari gestito dal consorzio cinese Oman Wanfang, che ha ottenuto una concessione cinquantennale per co-sviluppare l’area. Ma Duqm non è solo industria.
La posizione geografica del porto permette a Pechino di avere una proiezione d’influenza su Hormuz e su Bab el-Mandeb insieme. Dal 2010 la Marina cinese utilizza il porto di Salalah per rifornimenti e periodi di riposo dell’equipaggio. Analisti statunitensi stimano che Salalah abbia raggiunto uno status di base de facto per Pechino, senza che questo sia mai stato formalizzato in accordi pubblici.
La risposta americana non si è fatta attendere. Nel marzo 2019, Washington e Muscat hanno siglato un accordo che garantisce alla US Navy l’accesso ai porti di Duqm e Salalah. Nel settembre 2020 il Regno Unito ha investito circa 24 milioni di sterline per espandere la base logistica di Duqm. Anche l’India ha ottenuto l’accesso al porto dal 2018. Il risultato è paradossale e storicamente inedito: sulle stesse banchine si riforniscono marine che si considerano rivali strategici.
Qui si apre la dimensione più delicata del triangolo. La Cina acquista a prezzi fortemente scontati oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane. Nel 2025 l’Iran è stato tra i primi tre fornitori di greggio di Pechino, rappresentando circa il 13,4% delle importazioni cinesi via mare. I carichi partono dall’isola iraniana di Kharg e vengono registrati come provenienti da altri Paesi per aggirare le sanzioni. In base a una stima del 27 febbraio 2026, il totale del greggio iraniano in transito via mare ammontava a quasi 191 milioni di barili, di cui quasi 39 milioni nel Mar Arabico e nel Golfo di Oman, probabilmente in rotta verso Est.
Questo significa che l’Oman, con i suoi porti, le sue acque territoriali e la sua neutralità, è fisicamente il corridoio attraverso cui transita parte di quel petrolio sanzionato. Muscat sa perfettamente cosa transita nelle sue acque, ma non ha interesse a dichiararlo. È un’omertà funzionale, che serve contemporaneamente a Pechino, a Teheran e, indirettamente, a Washington stessa, che preferisce non creare un incidente diplomatico con un alleato prezioso come Muscat.
Se si guarda al quadro nel suo insieme, la posta cinese in gioco nella stabilità omanita è enorme. Pechino rischia di perdere simultaneamente: un fornitore energetico di lunga data con quasi totale dipendenza commerciale, una base navale de facto sull’Oceano Indiano, una zona economica speciale da 10 miliardi di dollari con concessione cinquantennale, e il canale diplomatico che tiene aperta la comunicazione con Teheran.
La reazione di Pechino alla crisi è rimasta quella di sempre: prudente e composta. Il destino politico degli ayatollah è secondario perché la Cina non ha bisogno dell’Iran quanto l’Iran ha bisogno della Cina. Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti coprono una quota altrettanto rilevante delle importazioni energetiche cinesi, e le relazioni economiche più solide di Pechino nel Golfo sono con Paesi che restano partner degli Stati Uniti.
Pechino continuerà probabilmente un approccio discreto, privilegiando strutture de facto come Salalah e presentando la propria postura marittima come benigna e a guida commerciale, evitando il confronto diretto con le partnership occidentali consolidate. Ma questa strategia di ambiguità ha un limite: se l’Oman viene costretto a schierarsi, dall’escalation militare, dalla pressione americana, o dai missili iraniani che cadono sul suo territorio, la finzione dell’equidistanza si rompe, e con essa l’intera architettura che ha reso Muscat prezioso per tutti.
Torniamo alla domanda iniziale: Washington ha agito perché trascinata da Israele, o ha scelto? I fatti suggeriscono la seconda ipotesi. La decisione di attaccare fu comunicata al Pentagono alle 15.38 di venerdì 27 febbraio, mentre i negoziati di Ginevra erano ancora formalmente aperti. Trump stesso la definì la migliore e l’ultima chance. L’operazione israeliana Ruggito del Leone era preparata da tempo, ma i tempi li ha scelti Washington, non Tel Aviv. Netanyahu aveva incontrato Trump prima del suo giuramento e confermato che la prima cosa che il presidente gli aveva detto era che bisognava impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare.
Secondo un rapporto classificato del National Intelligence Council, completato circa una settimana prima dell’attacco, anche un’azione su larga scala difficilmente avrebbe rovesciato il regime iraniano, e l’establishment religioso e militare avrebbe risposto seguendo protocolli di continuità del potere. Trump sapeva. Ha attaccato lo stesso. Questo significa che l’obiettivo non era il cambio di regime, almeno non principalmente.
Il primo obiettivo strutturale, e il meno discusso, riguarda la filiera dei droni. Il drone kamikaze che ha colpito la base aerea britannica a Cipro il primo marzo conteneva un sistema di navigazione di fabbricazione russa, un componente già visto nei droni intercettati dalle difese aeree ucraine. Questo dettaglio tecnico rivela qualcosa di sistemico: la filiera Iran-Russia sui droni non era solo un problema per Israele, era un problema diretto per la tenuta dell’Ucraina. Trump lo ha dichiarato esplicitamente: stiamo colpendo dove l’Iran produce i droni. Distruggere la capacità produttiva di Teheran significa anche ridurre le forniture verso Mosca, con effetti diretti sul fronte ucraino. Questo è uno degli obiettivi strutturali dell’operazione.
La guerra ha prodotto un’inversione geopolitica che Trump probabilmente non aveva previsto. In pochi giorni il conflitto ha consumato scorte di missili Patriot che dovrebbero servire a contenere la Cina: nei primi giorni, i Paesi mediorientali ne hanno usati più di 800 per contrastare oltre 2.000 droni d’attacco iraniani. Un drone Shahed costa fino a 50.000 dollari, un intercettore Patriot ne costa più di 3 milioni. In questo contesto, l’Ucraina, che Trump aveva deriso come priva di carte in mano, si è ritrovata improvvisamente protagonista: il Pentagono le ha chiesto supporto specifico per la protezione contro gli Shahed, e Zelensky ha risposto inviando droni intercettori e una squadra di esperti in Giordania. Trump ha trasformato involontariamente Kyiv in un creditore strategico di Washington.
Il terzo obiettivo, e il più contraddittorio, riguarda direttamente Pechino. La USS Abraham Lincoln era stata dirottata dal Mar Cinese Meridionale al Medio Oriente a metà gennaio. Le armi consumate in Medio Oriente sono le stesse che servirebbero in caso di confronto con la Cina, l’avversario che il Pentagono considera il più pericoloso nel lungo periodo. È possibile che Trump abbia sottovalutato questo costo, oppure, ed è l’ipotesi più inquietante, che l’abbia considerato accettabile in cambio del precedente strategico che la guerra stabilisce: la dimostrazione che Washington è disposta a usare la forza preventiva su larga scala, con o senza il consenso dei canali diplomatici attivi.
Se questa lettura è corretta, l’interruzione della mediazione omanita non è stata un errore di coordinamento: è stato un messaggio esplicito che la finestra diplomatica era chiusa per scelta, non per fallimento negoziale. E quel messaggio era diretto non solo a Teheran, ma anche a Pechino.
Durante la guerra a Gaza del 2023-2025, l’Oman aveva già inasprito il tono verso Israele, rispondendo alle pressioni dell’opinione pubblica interna e regionale. Quella scelta aveva eroso parte della sua equidistanza percepita verso Tel Aviv. Essere colpiti dalle rappresaglie iraniane la erode ulteriormente dall’altro lato. L’Oman rischia di pagare il prezzo della crisi senza averne controllato nessuna variabile.
La domanda che nessuno sta facendo abbastanza chiaramente è questa: se l’Oman perde credibilità come spazio neutro, chi rimane? Il Qatar ha recuperato autonomia dopo la crisi del 2017-21, ma ha consumato parte del suo capitale diplomatico nella mediazione su Gaza e non gode della stessa riservatezza strutturale che ha reso Muscat indispensabile. La Svizzera non ha peso regionale. La Cina potrebbe candidarsi, ma i suoi interessi energetici diretti la rendono parte in causa, non arbitro. Le monarchie del Golfo hanno ribadito di non voler concedere le proprie basi militari per attacchi all’Iran, e continuano a puntare sulla diplomazia come alternativa alla risposta militare diretta. Ma una diplomazia senza un canale credibile rischia di essere solo un’intenzione.
Lo stretto rimane il luogo in cui si misurano gli equilibri profondi del sistema internazionale. Ma la crisi del 2026 ha aggiunto una dimensione nuova: per la prima volta, il conflitto ha colpito simultaneamente il canale diplomatico, la logistica cinese, la filiera dei droni verso la Russia e la credibilità del diritto internazionale del mare, tutto nello stesso teatro e nello stesso arco temporale.
Il diritto internazionale non è uscito indenne. La Convenzione di Montego Bay prevede il passaggio in transito come diritto inalienabile negli stretti internazionali. Ma né gli Stati Uniti né l’Iran hanno ratificato pienamente quella convenzione, e quando la tensione militare supera una certa soglia, le norme diventano oggetto di interpretazioni politiche. In queste condizioni la sicurezza della navigazione dipende più dalla deterrenza militare che dalle regole giuridiche.
Quello che è cambiato nel 2026 rispetto alle crisi precedenti è la simultaneità delle dimensioni in gioco: energetica, monetaria, navale, diplomatica, missilistica. Non è più possibile gestire Hormuz come un problema settoriale. È diventato il nodo in cui convergono le tensioni di un ordine internazionale in transizione.
L’Oman lo sapeva da sempre. Lo ha saputo tenere in equilibrio per decenni, con una pazienza e una discrezione che l’Occidente ha spesso scambiato per passività. Oggi si ritrova nell’unica posizione che la sua diplomazia ha sempre cercato di evitare: al centro di una crisi che non ha potuto prevenire e che non può risolvere da solo.
