Un turno dura otto ore. A metà, l’operatore si alza, lascia il posto al collega, va a mangiare qualcosa nella mensa della base, Creech, Nevada, o una struttura equivalente altrove, poco importa. Nel container che ha appena lasciato, sullo schermo, resta inquadrato un punto nel deserto siriano o nella campagna dello Yemen. Quando torna, dopo la pausa, riprende esattamente da dove aveva interrotto. Non c’è cesura psicologica in questo passaggio di consegne, perché non c’è mai stata continuità fisica da interrompere dato che chi guarda non ha mai messo piede nel luogo che sorveglia. Questo è il dato di partenza. Il filmato è solo la conseguenza visibile di un processo che comincia molto prima, nell’architettura stessa dell’interfaccia. Non l’orrore del filmato che poi circolerà.
La discussione, che parte dalla domanda se la guerra a distanza sia più o meno legittima di quella di prossimità, è già vecchia, esaurita nei trattati di diritto bellico. Domandiamoci invece cosa succede all’atto morale quando viene mediato da uno schermo che il cervello di chi lo osserva ha già imparato a leggere altrove, ad esempio in un contesto ludico. Non è la distanza in sé il problema. La distanza, azzerata dal mezzo, viene piuttosto riempita da una grammatica visiva presa in prestito: crosshair, joystick, HUD. La neutralità nell’atto di uccidere che percepiamo è più o meno la stessa di chi, in guerra, fa partire i missili che raderanno al suolo un quartiere. Diverso è il fatto che la tecnologia importa un linguaggio che il sistema nervoso di chi la usa associa già a qualcos’altro, e quel qualcos’altro non prevede conseguenze reali.
Ogni paese che utilizza questa tecnologia ha costruito attorno a essa una retorica diversa, ed è nella differenza tra queste retoriche che si legge l’asimmetria etica di cui vale la pena parlare. Gli Stati Uniti hanno giuridicizzato l’atto: targeted killing, signature strike, un lessico che sposta il centro morale dall’individuo alla procedura, ambiente in cui la legittimità nasce dal rispetto del protocollo più che dalla natura dell’azione. Israele ha costruito attorno ai propri droni una narrazione di necessità esistenziale permanente, in cui l’arma non è un’eccezione ma un’estensione naturale di una dottrina di deterrenza che non prevede tregua concettuale. La Turchia ha fatto del Bayraktar, uno dei droni da combattimento di maggior diffusione nel mondo, un prodotto industriale prima ancora che un’arma: lo esporta, lo sponsorizza, lo mostra nei documentari agiografici sul proprio ingegno tecnologico, disinnescandone semanticamente la funzione letale attraverso l’orgoglio manifatturiero.
Sul quarto caso, quello russo, vale la pena spostare il fuoco dell’analisi, perché qui il baricentro non è più la retorica di uno Stato rivolta ai propri cittadini, ma la percezione di chi, dall’esterno del conflitto, decide ogni giorno da quale parte guardare. Mosca ha democratizzato il drone verso il basso, FPV artigianali, filmati diffusi su Telegram con l’immediatezza di un video amatoriale, trasformando la guerra in contenuto distribuito, uscendo dal monopolio dello Stato trasformandolo in un prodotto condiviso da migliaia di canali informali. In questa distribuzione capillare si misura quanto, in Occidente, la categoria di nemico e quella di amico abbiano smesso di derivare da un calcolo di minaccia reale per diventare pura appartenenza di tifoseria.
Perché, in fondo, quale margine di pericolo concreto rappresenta la Russia per chi consuma questi filmati da un salotto a Milano o a Berlino? Un’invasione della Federazione Russa in territorio NATO resta, ad oggi, uno scenario che nessun analista serio colloca tra le ipotesi probabili. Eppure il bisogno di schierarsi, di indossare una maglia e tifare contro l’altra, si è imposto con la stessa intensità emotiva che si riserverebbe a una minaccia diretta e imminente. Viene da chiedersi a chi convenga tenere costantemente accesa una percezione di vulnerabilità in popolazioni che, materialmente, rischiano ben poco, e se non sia, semplicemente, il metodo più efficace per renderle governabili attraverso la paura anziché attraverso l’argomento.
Quattro retoriche diverse per la stessa operazione, ovvero, sottrarre peso morale all’atto di uccidere spostandolo su qualcos’altro: la legge, la necessità storica, l’orgoglio tecnico, la tifoseria. Nessuna di queste narrazioni nega l’uccisione. Tutte, in modi diversi, la spostano altrove, rendendola sopportabile per chi la esegue e per chi la osserva da fuori. Ma la matrice russa aggiunge un ulteriore livello, perché lo stesso canale che diffonde la caccia al nemico ucraino restituisce, capovolto, la caccia al proprio soldato. Lo stesso flusso di Telegram che mostra un FPV russo colpire un civile a Kherson mostra, il minuto dopo, un drone ucraino che insegue un fante russo in un campo. Cambia la vittima, non cambia il pubblico che scorre l’uno e l’altro filmato nella stessa sessione, con diversa disposizione d’animo a seconda di quale uniforme veste il bersaglio.
In questo scambio, la sera il soldato ucraino, al mattino quello russo, si nasconde un dettaglio che il tifo riduce ad unità anonima conteggiabile nel pallottoliere del conflitto. Chi sono in carne ed ossa i soldati inquadrati in quei filmati. Buriati, ceceni, daghestani, tuvani, la periferia dell’impero che Mosca ha sempre trattato come riserva di manodopera bellica prima ancora che come cittadinanza compiuta. Un disegno rintracciabile nei numeri. Le prime ondate di mobilitazione hanno risparmiato con cura le due capitali, mentre le repubbliche a reddito procapite più basso fornivano i contingenti proporzionalmente più alti. Non è certo l’ideologia a spingere molte di quelle famiglie ad accettare il contratto militare, ma questo è rimasto l’unico ascensore sociale in funzione in territori dove le alternative economiche non esistevano già da prima della guerra. Il meccanismo di reclutamento negli Stati Uniti non è molto diverso, basti guardare I cognomi di chi muore in missione.
Di questo, nel discorso pubblico occidentale, non si parla quasi mai. I dati sono documentati e reperibili, ma non servono alla narrazione dominante. Il soldato russo, per funzionare da nemico, deve restare una superficie priva di spessore biografico, con un’unica identità: l’invasore, e basta. Qui che si chiude il cerchio di questo ragionamento. Lo stesso pubblico che si indigna, giustamente, davanti ai filmati di droni russi che cacciano civili ucraini nelle strade, non esita a festeggiare l’esecuzione di un soldato russo ventenne, magari daghestano, magari arruolato perché la busta paga del contratto valeva più di qualunque prospettiva civile disponibile nel suo villaggio.
Non sono un moralista e non parlo di ipocrisia nel senso spicciolo del termine, ma siamo al cospetto della controprova che l’asse etico di cui questo articolo cerca di parlare non si sposta solo nei container del Nevada o nelle centrali operative di Tel Aviv, ma anche nei salotti, negli smartphone di chi guarda quei filmati la sera dopo cena, commenta, condivide, trasformando in tifo sportivo quello che dovrebbe restare, quantomeno, un lutto senza applausi. L’operatore di drone ha almeno l’alibi, discutibile ma reale, della catena di comando e del contesto operativo in cui agisce. Lo spettatore civile che applaude, no. Ha solo la comodità di guardare da uno schermo e la certezza, mai verificata fino in fondo, di stare dalla parte giusta della storia.
Questo è, in definitiva, il vero spostamento da registrare, ed è più ampio di qualunque considerazione tecnica sui droni e riguarda chiunque, oggi, possa consumare un’esecuzione come contenuto, con la coscienza a posto perché la causa è quella giusta, il nemico è quello sbagliato, e lo schermo, come sempre, assolve chi guarda dalla responsabilità di essere presente.
Se uccidere non richiede più coraggio, e se guardare qualcuno morire non richiede più raccoglimento, resta da capire cosa distingua ancora, con precisione, la guerra da uno sterminio amministrativo condotto con il consenso passivo di chi, dall’altra parte dello schermo, si limita a guardare.
Ringrazio Guido Minissi per il suo contributo e per aver insinuato il dubbio, unico seme che può ancora germogliare nelle nostre coscienze.
