Nel luglio del 1979 il Nicaragua visse una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre gli equilibri della Guerra Fredda in America Centrale. Il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, dopo anni di lotta armata, rovesciò la dittatura di Anastasio Somoza, ponendo fine a oltre quarant’anni di potere della sua famiglia. Il nuovo governo, di ispirazione marxista e presto legato a Cuba e all’Unione Sovietica, non impiegò molto a trasformarsi, agli occhi di Washington, da speranza di cambiamento a minaccia da contenere.
Fu con l’arrivo alla Casa Bianca di Ronald Reagan, nel gennaio 1981, che questa preoccupazione si tradusse in azione concreta. La nuova amministrazione vedeva nel Nicaragua sandinista una testa di ponte comunista pericolosamente vicina ai confini americani, un possibile secondo Cuba capace di esportare la rivoluzione nei paesi vicini, a partire dal martoriato El Salvador. La risposta fu affidata, come spesso accadeva in quegli anni, alla Central Intelligence Agency.
La nascita di un esercito ombra
Non tutti in Nicaragua avevano accolto la rivoluzione sandinista con favore. Ex membri della disciolta Guardia Nazionale di Somoza, contadini scontenti delle politiche agrarie del nuovo governo, ed ex rivoluzionari delusi dalla deriva autoritaria del regime si riorganizzarono in Honduras, dando vita a quella che sarebbe diventata la Fuerza Democrática Nicaragüense, il nucleo principale del movimento che la storia avrebbe ricordato con il nome di Contras, dallo spagnolo contrarrevolucionarios.
Fu proprio a questi gruppi che, a partire dal 1981, l’amministrazione Reagan decise di rivolgersi. La giustificazione ufficiale, presentata al Congresso, era relativamente contenuta: si trattava di interrompere il presunto flusso di armi che, secondo Washington, i sandinisti facevano transitare verso i guerriglieri salvadoregni. Ma la realtà sul terreno raccontava presto un’altra storia, quella di un’operazione paramilitare su vasta scala per rovesciare, o quantomeno indebolire drasticamente, il governo di Managua.
Il denaro pubblico cominciò a scorrere verso i campi di addestramento in Honduras. Agenti della CIA insegnarono ai combattenti nicaraguensi tattiche di guerriglia, mentre armi ed equipaggiamento venivano fatti arrivare attraverso canali sempre più sofisticati. L’apice dell’ingerenza diretta si toccò nel 1984, quando agenti dell’agenzia parteciparono personalmente al minamento dei porti nicaraguensi, un atto di guerra non dichiarata che avrebbe avuto conseguenze legali destinate a durare anni.
Il verdetto dell’Aia
Il governo sandinista non rimase a guardare. Portò gli Stati Uniti davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, denunciando la violazione della propria sovranità territoriale. Nel 1986 arrivò una sentenza clamorosa: la Corte riconobbe che Washington aveva effettivamente violato il diritto internazionale, sia sostenendo militarmente i Contras sia minando i porti nicaraguensi, e condannò gli Stati Uniti al risarcimento dei danni. Fu un pronunciamento che gli Stati Uniti scelsero semplicemente di non riconoscere, rifiutandosi di partecipare alla fase relativa alla determinazione dei danni.
Il Congresso alza un muro, la Casa Bianca lo scavalca
Mentre le notizie sulle violenze commesse dai Contras contro la popolazione civile cominciavano a circolare, cresceva anche l’insofferenza del Congresso americano verso un’operazione sempre più fuori controllo. Tra il 1982 e il 1984 vennero approvati i cosiddetti emendamenti Boland, dal nome del deputato democratico Edward Boland, che progressivamente limitarono e infine vietarono esplicitamente qualsiasi finanziamento diretto o indiretto alle attività militari dei Contras.
Fu a questo punto che la vicenda prese una piega degna di un romanzo di spionaggio. Alti funzionari dell’amministrazione Reagan, con il tenente colonnello Oliver North come figura centrale, orchestrarono uno schema per aggirare il divieto del Congresso: la vendita segreta di missili e altre armi all’Iran di Khomeini, all’epoca sottoposto a un embargo internazionale, con i proventi dirottati illegalmente per finanziare i Contras.
Quando lo scandalo esplose pubblicamente nel novembre 1986, scosse l’amministrazione Reagan fin nelle fondamenta. Ne seguirono mesi di audizioni televisive che tennero incollata l’America agli schermi, un’indagine del procuratore speciale Lawrence Walsh e, alla fine, condanne penali per diversi funzionari coinvolti, sebbene molte sarebbero state successivamente ribaltate in appello o cancellate da una raffica di grazie presidenziali concesse da George H. W. Bush proprio negli ultimi giorni del suo mandato.
Un conflitto segnato dalla violenza
Al di là delle manovre di Washington, la guerra sul territorio nicaraguense produsse un pesante tributo umano. Organizzazioni per i diritti umani come Americas Watch documentarono nel tempo numerosi episodi di violenza commessi dai Contras contro la popolazione civile, comprese esecuzioni sommarie e attacchi contro infrastrutture non militari come scuole e cooperative agricole. Va detto, per completezza, che anche il governo sandinista non fu esente da critiche per la repressione del dissenso interno e per le proprie violazioni dei diritti umani durante gli anni del conflitto.
Due letture di uno stesso conflitto
A distanza di decenni, il giudizio storico su questa vicenda resta profondamente diviso. Chi difende le scelte dell’amministrazione Reagan sostiene che si trattasse di un legittimo, per quanto controverso, atto di contenimento dell’espansionismo comunista in un momento cruciale della Guerra Fredda, quando l’equilibrio geopolitico nell’emisfero occidentale sembrava davvero a rischio.
I critici, tra cui figuravano ampi settori del Congresso americano, giuristi internazionali e organizzazioni umanitarie, vi leggono invece una duplice violazione: quella della sovranità di uno stato sovrano come il Nicaragua, e quella della stessa architettura costituzionale statunitense, con un ramo esecutivo che scelse di aggirare apertamente la volontà espressa dal potere legislativo.
Un’eredità ancora aperta
Il sostegno della CIA ai Contras resta oggi uno dei capitoli più studiati e controversi della storia dell’intelligence americana del Novecento, un caso di scuola sui limiti del potere presidenziale, sul rapporto tra Congresso ed esecutivo in politica estera, e sulle conseguenze, spesso durature, delle guerre per procura combattute lontano dai riflettori durante la Guerra Fredda.