Nell’estate del 1956 un annuncio radiofonico pronunciato al Cairo cambiò per sempre gli equilibri del Mediterraneo orientale. Gamal Abdel Nasser, presidente egiziano da appena due anni, dichiarò la nazionalizzazione del Canale di Suez, arteria vitale del commercio mondiale fino ad allora gestita dalla Compagnia del Canale di Suez, a controllo prevalentemente franco-britannico. Fu l’atto che diede il via a quella che la storiografia ricorda come la Crisi di Suez, uno degli snodi decisivi della Guerra Fredda e del tramonto degli imperi coloniali europei.
Un presidente e il nazionalismo arabo
Nasser era salito al potere dopo il colpo di Stato dei Liberi Ufficiali del 1952, che aveva posto fine alla monarchia egiziana di re Faruq. Il suo progetto politico si fondava su un nazionalismo panarabo aggressivo, sull’ambizione di liberare l’Egitto dall’influenza britannica ancora fortissima nel Paese, e sulla costruzione di un ruolo di guida per il mondo arabo in piena decolonizzazione. La sua figura divenne rapidamente un simbolo per i movimenti indipendentisti da Algeri a Baghdad.
Il contesto in cui maturò la nazionalizzazione fu anche economico. Nasser aveva bisogno di finanziare la costruzione della diga di Assuan, progetto faraonico destinato a garantire energia e controllo delle piene del Nilo. Quando Stati Uniti e Regno Unito ritirarono l’offerta di finanziamento — in parte come reazione all’avvicinamento egiziano al blocco sovietico e al riconoscimento della Cina comunista — Nasser rispose nazionalizzando il canale, il cui pedaggio avrebbe finanziato l’opera.
La reazione di Londra, Parigi e Tel Aviv
Per il Regno Unito, il canale non era solo un’infrastruttura commerciale: rappresentava il cordone ombelicale verso l’India e le colonie asiatiche, oltre che un simbolo del prestigio imperiale britannico. Il primo ministro Anthony Eden lesse la mossa di Nasser come una minaccia esistenziale, arrivando a paragonare il leader egiziano a un nuovo Mussolini.
Francia e Regno Unito trovarono in Israele un alleato naturale. Tel Aviv, esasperata dai raid dei fedayn palestinesi lanciati dal Sinai e dal blocco dello Stretto di Tiran imposto dall’Egitto, condivideva l’interesse a colpire Nasser. Nacque così un piano segreto, concordato nella conferenza di Sèvres dell’ottobre 1956: Israele avrebbe invaso il Sinai, offrendo a Francia e Regno Unito il pretesto per intervenire militarmente con la scusa di separare i contendenti e proteggere il canale.
La guerra e l’umiliazione anglo-francese
Il piano fu eseguito il 29 ottobre 1956, quando le truppe israeliane entrarono nel Sinai. Come previsto, Londra e Parigi lanciarono un ultimatum e, di fronte al rifiuto egiziano, avviarono bombardamenti e sbarchi anglo-francesi lungo il canale. Militarmente l’operazione fu un successo per i tre alleati, ma politicamente si trasformò in un disastro.
Gli Stati Uniti di Dwight Eisenhower, non informati in anticipo dell’operazione, condannarono duramente l’iniziativa, temendo che potesse spingere i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica proprio nel pieno della Guerra Fredda. Washington fece pressione attraverso il Fondo Monetario Internazionale e minacciò di non sostenere la sterlina britannica, già sotto attacco speculativo. Anche l’Unione Sovietica, impegnata in quei giorni a reprimere la rivolta ungherese, minacciò ritorsioni contro Londra e Parigi, arrivando a evocare un possibile intervento missilistico.
Sotto la pressione congiunta di Washington e Mosca — una convergenza rara nel pieno della Guerra Fredda — Regno Unito e Francia furono costretti a un ritiro umiliante. Le Nazioni Unite dispiegarono la prima forza di peacekeeping della loro storia, la UNEF, per supervisionare il ritiro delle truppe straniere dal Sinai.
Le conseguenze geopolitiche
La Crisi di Suez segnò una cesura storica. Per il Regno Unito e la Francia fu la certificazione pubblica del declino della loro statura di potenze globali: da quel momento in poi, nessuna delle due avrebbe più potuto condurre un’operazione militare di questa portata senza l’avallo di Washington. Il primo ministro Eden, screditato, si dimise pochi mesi dopo.
Per Nasser, al contrario, la crisi fu un trionfo politico nonostante la sconfitta militare sul campo. Il leader egiziano uscì dalla vicenda come l’eroe del nazionalismo arabo, l’uomo che aveva sfidato le vecchie potenze coloniali e le aveva viste ritirarsi sotto pressione internazionale. Il suo prestigio nel mondo arabo raggiunse l’apice, aprendo la strada, di lì a poco, alla breve unione con la Siria nella Repubblica Araba Unita (1958-1961) e a un ruolo di primo piano nel movimento dei Paesi non allineati, insieme a Tito e Nehru.
Sul piano della Guerra Fredda, la crisi accelerò lo spostamento degli equilibri regionali: l’Egitto si legò sempre più strettamente all’Unione Sovietica, che ne finanziò in seguito la costruzione della diga di Assuan, mentre gli Stati Uniti compresero la necessità di riempire il vuoto lasciato dalle potenze coloniali europee. Ne scaturì, nel 1957, la cosiddetta Dottrina Eisenhower, che impegnava Washington a intervenire in Medio Oriente per contrastare l’espansione dell’influenza sovietica.
Un’eredità ancora attuale
A distanza di quasi settant’anni, la Crisi di Suez resta un caso di scuola per comprendere la fine dell’era coloniale e la nascita di un nuovo ordine mediorientale imperniato sul confronto tra le due superpotenze. È anche la dimostrazione di come il controllo di infrastrutture strategiche — allora il Canale di Suez, oggi lo Stretto di Hormuz o quello di Bab el-Mandeb — resti da sempre uno dei terreni più sensibili della politica internazionale, capace di trasformare una disputa regionale in una crisi di portata globale.
Nota: alcuni dettagli minori sulla vicenda sono oggetto di dibattito storiografico; questo articolo ne riporta la ricostruzione prevalente.
