Articolo a cura di Giancarlo Busti
La guerra tra Russia e Ucraina non è rimasta dove era cominciata. Non poteva. Ha superato i confini, ha bucato le mappe, si è infilata nei mercati, nei bilanci pubblici, nelle catene tecnologiche, nelle alleanze. È diventata un’altra cosa. Un grande stress test dell’ordine mondiale post-Guerra Fredda. E il risultato del test non è confortante: quell’ordine reggeva finché non veniva messo davvero alla prova.
Certo, c’è la carneficina. Ed è enorme. L’Europa non vedeva numeri simili da generazioni. Ma fermarsi ai morti, ai feriti, ai profughi – che pure sono milioni – significa perdere il bersaglio. Questa guerra non ha solo distrutto città. Ha accelerato una trasformazione già in corso: la fine dell’idea, piuttosto comoda, che le regole internazionali valgano per tutti allo stesso modo. Oggi valgono a intermittenza. A seconda di chi sei, di chi ti protegge, di quanto disturbo produci.
È la gestione selettiva dell’instabilità. Non un nuovo ordine, sarebbe troppo ambizioso chiamarlo così. Piuttosto un metodo. Alcuni possono permettersi di essere instabili, aggressivi, perfino illegali. Altri no. È brutale, ma funziona. Ed è questo il mondo che sta prendendo forma.
L’Europa si è trovata in mezzo a questa storia un po’ per necessità, un po’ per inerzia. Sostenere l’Ucraina era inevitabile, più per ragioni politiche che strategiche. Non farlo avrebbe significato ammettere l’irrilevanza. Ma il prezzo è stato alto. La rottura energetica con la Russia ha colpito al cuore il modello industriale tedesco, e quindi europeo. Energia cara, strutturalmente cara. Non una parentesi, non una crisi passeggera. Un cambio di stato.
Sul piano militare, l’Europa ha riscoperto la parola “difesa” dopo decenni di oblio. Sta riarmando, sì. Ma lo fa in ordine sparso, ciascuno con le proprie industrie, i propri calendari, le proprie ansie elettorali. L’autonomia strategica è diventata improvvisamente una cosa seria, ma resta agganciata, come un rimorchio pesante, agli Stati Uniti. Senza Washington, oggi, l’Europa non regge un conflitto ad alta intensità. E non lo reggerà ancora per anni.
Questo non significa che l’Unione sia un soggetto decorativo. Il suo potere non è nei carri armati, ma nelle regole. Nelle normative, negli standard, nell’accesso al mercato. È un potere noioso, tecnocratico, ma tremendamente efficace. La Cina lo sa bene, ogni volta che deve adattare le sue filiere per non perdere il mercato europeo. Il problema è che questo potere funziona solo se l’Europa è compatta. E oggi la compattezza è un bene scarso.
Si parla molto di “Ukraine fatigue”, come se fosse una minaccia futura. In realtà è già qui. La si vede nei bilanci pubblici, nei governi che iniziano a fare conti più che proclami, nelle proteste degli agricoltori che non accettano più di competere con il grano ucraino sovvenzionato. La si vede nei veti di Orbán, nella Slovacchia che chiude all’invio di armi, nella Germania spaccata, nell’Italia dove il sostegno a Kiev resta, ma con il fiato della base sovranista sul collo. Il consenso non è crollato. Ma scricchiola. E questo conta.
Gli Stati Uniti hanno gestito la guerra come si gestisce un investimento ben calibrato. Armi sì, soldi sì, soldati no. Con questo hanno ottenuto molto: la Russia impantanata, la NATO rilanciata, la leadership occidentale riaffermata. Il tutto mentre lo sguardo restava fisso altrove, nel Pacifico. Per Washington, la vera partita è con la Cina. L’Ucraina è importante, ma non è il centro del mondo. Questa ambivalenza attraversa tutta la politica americana e produce una strategia oscillante, prudente, spesso tattica. Non risolve, ma evita che tutto crolli.
Ed eccoci alla Cina. Tutti la evocano come il grande burattinaio, ma la realtà è meno cinematografica. Pechino è l’unico attore che può spostare davvero gli equilibri, ma non dirige la scena. Dal 2022 il commercio con la Russia ha superato i duecento miliardi di dollari l’anno. Gas e petrolio scontati hanno tenuto in piedi l’economia russa. Mosca dipende sempre più dalla Cina per vendere, pagare, procurarsi tecnologia. Ma dipendere non significa obbedire.
Putin decide. Decide con il suo cerchio, con i siloviki, con la repressione e la propaganda. L’economia russa è sotto stress: inflazione reale sui beni essenziali, deficit in crescita, riserve che non sono infinite, forza lavoro erosa dalla guerra e dall’esodo. Eppure il sistema tiene. Per ora. La Cina lo sa e non spinge. Perché ciò che vuole è una Russia funzionale ma debole. Utile contro l’Occidente, ma non abbastanza forte da trascinarla in avventure ingestibili. Un collasso russo sarebbe un problema anche per Pechino. L’instabilità non è gratis, nemmeno per chi pensa di saperla governare.
C’è però un livello più profondo. Questa guerra sta erodendo qualcosa di meno visibile: il pudore del potere. Non solo Mosca viola apertamente le regole, ma anche l’Occidente risponde in modo sempre più selettivo, piegando diritto e sanzioni a fini politici dichiarati. L’arresto o la criminalizzazione extraterritoriale di leader come Maduro, le asimmetrie evidenti nel trattamento di casi diversi – da Putin a Netanyahu, passando per alleati scomodi – segnalano che la vergogna istituzionale non è più una variabile rilevante. Il potere non sente più il bisogno di fingere neutralità.
La Cina osserva. Prende appunti. Non perché voglia replicare domani, ma perché valuta i precedenti. Taiwan entra qui, non come guerra imminente, ma come cartina di tornasole. Se l’ordine internazionale diventa una questione di forza ben gestita, allora anche ciò che ieri era impensabile diventa discutibile. Oggi Pechino non ha interesse a una crisi nello Stretto. I costi sarebbero enormi, soprattutto in una fase di rallentamento economico, crisi immobiliare e tensioni sociali interne. Ma l’erosione delle regole abbassa il prezzo simbolico dell’azione futura. E questo resta.
L’Ucraina, in tutto questo, non è una pedina inerte. Ha resistito oltre ogni previsione, ha innovato sul piano militare, ha tenuto insieme una società sotto pressione estrema. Zelensky ha capito una cosa fondamentale: per ottenere aiuti devi trasformare la tua guerra in un problema politico interno agli altri. Ci è riuscito. Ma il conto è altissimo. In vite, in distruzione, in dipendenza finanziaria. Senza il flusso costante di risorse occidentali, il sistema non reggerebbe. È un dato, non un giudizio.
Il Sud globale, infine, ha fatto ciò che fa sempre più spesso: ha seguito i propri interessi. India, Turchia, Golfo, America Latina, Africa hanno ignorato le sanzioni. L’India compra petrolio russo come mai prima. La Turchia fa da snodo finanziario. I paesi del Golfo giocano con i prezzi dell’energia senza chiedere permesso a nessuno. Non è filoputinismo. È realismo. Ed è anche un messaggio: le regole occidentali non sono universali.
A Pechino tutto questo viene osservato con attenzione quasi clinica. Non per le manovre militari, ma per la tenuta politica delle società occidentali. Per capire quanto a lungo possono sopportare costi, inflazione, tensioni sociali. La Cina sa di avere tempo, ma sa anche che il tempo non è infinito. Le sue fragilità interne sono reali. E la stabilità è diventata un’ossessione.
Questa guerra difficilmente finirà con una pace solenne. Più probabile uno stallo, una tregua imperfetta, una guerra congelata che non risolve ma rinvia. Non è una soluzione elegante. Ma è compatibile con gli interessi di quasi tutti. La morale non la chiuderà. La chiuderà il momento in cui continuare diventerà più costoso che fermarsi. Quando accadrà, la Cina avrà un ruolo decisivo. Non perché ama la pace. Ma perché, come tutti gli attori razionali, cambia linea quando conviene.
Giancarlo Busti
