L’Iraq si trova oggi al centro di una complessa rete di pressioni geopolitiche, costretto a bilanciare le aspettative degli Stati Uniti con la cooperazione strategica con l’Iran. La guerra dei dodici giorni tra Teheran e Tel Aviv del giugno 2025 ha evidenziato quanto Baghdad sia diventata un nodo critico nella regione, dove la sicurezza, la politica interna e gli interessi esterni si intrecciano in maniera delicata e interdipendente.
Cooperazione iracheno-iraniana
Il rafforzamento dei legami tra Baghdad e Teheran è iniziato con il protocollo di sicurezza firmato ad agosto 2025 tra il consigliere iracheno Qassem al-Araji e l’omologo iraniano Ali Larijani. L’accordo ha aggiornato i precedenti meccanismi di collaborazione, ponendo l’accento su controllo delle frontiere, pattugliamenti congiunti, scambio di informazioni, monitoraggio dello Stato Islamico e contrasto al traffico di droga. In seguito, i colloqui di ottobre tra Al-Araji e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno aperto la strada a una più ampia convergenza politico-economica, includendo anche incontri con vertici militari iraniani come il maggiore generale Abdolrahim Mousavi.
Dal punto di vista iraniano, Baghdad rappresenta un asset strategico fondamentale per la cosiddetta “Mezzaluna Sciita”, una rete logistica e politico-militare che consente a Teheran di esercitare influenza verso il Mediterraneo e di mantenere deterrenza nei confronti di Israele. La guerra dei dodici giorni ha evidenziato l’importanza di questa cooperazione, poiché Israele e Stati Uniti hanno fatto ampio uso dello spazio aereo iracheno, dimostrando che il controllo territoriale e dello spazio aereo è centrale per la sicurezza regionale iraniana.
Pressioni statunitensi e vincoli interni
Parallelamente, Washington ha intensificato la pressione su Baghdad affinché limiti l’influenza iraniana, in particolare sulle Hashd al-Shaabi. Gli Stati Uniti rimangono un partner indispensabile per l’economia irachena: il sostegno finanziario e il commercio, soprattutto l’esportazione del petrolio, dipendono dal mantenimento di rapporti funzionali con Washington. Tuttavia, rompere con Teheran non è praticabile, poiché la cooperazione securitaria ed energetica consolidata negli ultimi decenni è ormai strutturale.
La situazione interna di Baghdad resta dunque fragile. Il governo di Mohammed Shia Al-Sudani deve contemperare le esigenze degli attori esterni con le dinamiche politiche interne, caratterizzate dalla presenza di milizie legate all’Iran e dalla competizione tra fazioni politiche. Una gestione inefficace di questo equilibrio potrebbe generare tensioni interne e compromettere la stabilità nazionale.
Dinamiche regionali e implicazioni strategiche
Il contesto geopolitico più ampio evidenzia un Iraq al centro di una competizione multilivello. Washington cerca di garantire la sicurezza di Israele in vista di un possibile disimpegno diretto, ma deve fare i conti con limiti politici interni, priorità strategiche nel Pacifico e crescente influenza di altri attori regionali e globali, come Russia, Turchia e Cina.
Per Teheran, invece, consolidare l’Iraq significa assicurarsi un cuscinetto strategico che protegga le proprie linee di comunicazione e la profondità operativa contro Israele e altre potenze straniere. La convergenza politico-militare con Baghdad non è quindi solo un accordo tecnico, ma un investimento a lungo termine nella stabilità regionale e nella sicurezza dell’asse iraniano.
Le relazioni tra Iraq e Iran evolvono verso una cooperazione più strutturata e strategica, spinta dalla necessità di sicurezza comune. Baghdad deve manovrare con equilibrio tra le richieste statunitensi e le esigenze di Teheran, pena l’instabilità politica e paramilitare. Il Paese resta un nodo cruciale per l’architettura della sicurezza mediorientale: ogni variazione negli equilibri esterni o interni può avere effetti immediati sull’intera regione. L’Iraq, quindi, non è più solo un territorio neutrale, ma un attore centrale nella partita geopolitica tra potenze globali e regionali.
