Viktor Yanukovich è una delle figure più controverse della storia politica ucraina contemporanea. Presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014, la sua caduta durante le proteste di Euromaidan ha segnato uno spartiacque nei rapporti tra Kiev e Mosca, aprendo la strada all’annessione russa della Crimea e al conflitto nel Donbass. Ancora oggi il suo nome è associato al dibattito sulla legittimità del cambio di potere del 2014 e sul ruolo delle potenze straniere nella politica ucraina.
Dalle origini nel Donbass all’ascesa politica
Nato nel 1950 nella regione industriale di Donetsk, nel cuore del Donbass, Yanukovich proveniva da un’area storicamente legata economicamente e culturalmente alla Russia. La sua carriera politica si sviluppò proprio in questo contesto: prima governatore della regione di Donetsk, poi figura di riferimento del Partito delle Regioni, espressione degli interessi dell’est industriale e russofono del Paese. Fu primo ministro dell’Ucraina per due mandati (2002–2005 e 2006–2007), consolidando una base elettorale nelle regioni orientali e meridionali. Il suo profilo politico era chiaro: orientamento pragmatico verso Mosca, difesa dei legami economici con la Russia e una visione più cauta rispetto all’integrazione euro-atlantica.
La Rivoluzione Arancione del 2004
Il primo grande momento di crisi arrivò nel 2004. Yanukovich vinse le elezioni presidenziali contro Viktor Yushchenko, ma il voto fu segnato da accuse di brogli massicci. Le proteste popolari riempirono piazza Maidan a Kiev in quella che divenne nota come “Rivoluzione Arancione”. Sotto pressione interna e internazionale, la Corte Suprema ucraina annullò il risultato e ordinò un nuovo turno elettorale, che Yanukovich perse. Questo episodio segnò una profonda spaccatura politica nel Paese: da un lato l’Ucraina occidentale e centrale, più orientata verso l’Unione Europea; dall’altro l’est e il sud, più vicini alla Russia. Nonostante la sconfitta, Yanukovich rimase una figura centrale nella politica nazionale.
La vittoria del 2010 e il ritorno al Cremlino
Nel 2010 Yanukovich vinse regolarmente le elezioni presidenziali contro Yulia Tymoshenko. Questa volta la sua legittimità elettorale non fu messa in discussione in modo sostanziale dagli osservatori internazionali.
Durante la sua presidenza:
- Rafforzò i poteri dell’esecutivo.
- Firmò accordi energetici con Mosca, tra cui il prolungamento della permanenza della flotta russa nel porto di Sebastopoli.
- Mantenne una linea ambigua tra Unione Europea e Russia, cercando di ottenere vantaggi economici da entrambe le parti.
Tuttavia, il suo governo fu spesso accusato di corruzione, autoritarismo e uso selettivo della giustizia contro gli avversari politici. L’arresto di Yulia Tymoshenko nel 2011 fu visto in Occidente come un segnale preoccupante di regressione democratica.
Euromaidan e la caduta
Il punto di svolta arrivò nel novembre 2013, quando Yanukovich decise di sospendere la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, preferendo rafforzare i rapporti economici con la Russia. La decisione scatenò proteste inizialmente pacifiche a Kiev, in piazza Maidan. Nel giro di poche settimane le manifestazioni si ampliarono, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone. Le tensioni aumentarono, con scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Tra gennaio e febbraio 2014 la crisi degenerò in violenze che causarono oltre 100 morti. Il 21 febbraio 2014, dopo una mediazione europea, Yanukovich firmò un accordo con l’opposizione per elezioni anticipate e riforme costituzionali. Tuttavia, il giorno successivo lasciò Kiev e si rifugiò prima nell’est del Paese e poi in Russia. Il Parlamento ucraino votò per la sua rimozione dall’incarico, dichiarando che aveva abbandonato le sue funzioni.
Rivoluzione o colpo di Stato?
La caduta di Yanukovich è ancora oggi oggetto di interpretazioni contrastanti. Secondo la narrativa ucraina e occidentale, si trattò di una rivolta popolare contro un presidente che aveva perso legittimità politica e che aveva ordinato la repressione violenta dei manifestanti. Secondo la posizione russa, invece, fu un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente, parte di una strategia di espansione dell’influenza euro-atlantica nello spazio post-sovietico. Questa divergenza di lettura ha avuto conseguenze geopolitiche enormi.
Le conseguenze geopolitiche
Pochi giorni dopo la fuga di Yanukovich, la Russia intervenne militarmente in Crimea, che fu annessa nel marzo 2014 a seguito di un referendum non riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale. Nel Donbass scoppiò un conflitto tra forze ucraine e separatisti filorussi sostenuti da Mosca. Il conflitto, rimasto a bassa intensità per anni, si è trasformato nell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022. La caduta di Yanukovich è quindi uno dei momenti chiave che hanno portato alla più grave crisi di sicurezza in Europa dalla fine della Guerra Fredda.
La situazione attuale
Yanukovich vive in Russia. Nel 2019 un tribunale ucraino lo ha condannato in contumacia per alto tradimento. Per Kiev è responsabile della repressione delle proteste e della perdita della sovranità territoriale; per Mosca resta il presidente legittimamente eletto rovesciato da un processo irregolare.
Una figura simbolo della divisione ucraina
Più che un semplice ex presidente, Viktor Yanukovich rappresenta la frattura identitaria e geopolitica dell’Ucraina: tra Europa e Russia, tra riforme democratiche e stabilità autoritaria, tra sovranità nazionale e competizione tra grandi potenze. Comprendere la sua parabola politica significa comprendere le radici profonde della crisi ucraina e le dinamiche che continuano a influenzare l’equilibrio dell’Europa orientale.
