Dalla fine degli anni Settanta a oggi, Israele ha varcato più volte il confine libanese, in un ciclo quasi rituale di attacchi, occupazioni e ritirate, sempre motivato dalla necessità di “garantire la sicurezza” del proprio territorio.
Tre sono le principali operazioni militari che hanno segnato la tormentata storia tra i due Paesi.
1978 – L’Operazione Litani
Fu la prima invasione ufficiale del Libano da parte di Israele.
L’obiettivo dichiarato: respingere i guerriglieri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che dal sud del Libano lanciavano attacchi contro il nord israeliano.
Il 14 marzo 1978, le truppe dell’IDF attraversarono il confine e avanzarono fino al fiume Litani. L’operazione durò appena una settimana, ma lasciò dietro di sé centinaia di morti, perlopiù civili libanesi. Israele dichiarò di voler creare una “zona di sicurezza” lungo la frontiera; in realtà, l’occupazione si protrasse, in forme diverse, per più di vent’anni.
L’ONU reagì istituendo la missione UNIFIL, ancora oggi presente nel Paese, per monitorare il cessate il fuoco. Ma la tregua fu solo apparente: la linea di confine restò fragile e contesa.
1982 – “Pace in Galilea”
Quattro anni più tardi, Israele tornò a invadere il Libano.
Il pretesto fu un attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra; l’obiettivo strategico, molto più ampio: eliminare l’OLP e limitare l’influenza siriana su Beirut.
Il 6 giugno 1982, l’operazione “Pace in Galilea” portò le truppe israeliane fino alla capitale. Per la prima volta, i carri armati dell’IDF entrarono a Beirut Ovest. Fu un conflitto devastante: migliaia di civili morirono sotto i bombardamenti e le strade della città si trasformarono in campi di battaglia.
Il ritiro forzato dell’OLP verso la Tunisia segnò una svolta, ma anche una frattura irreparabile nel tessuto libanese. Pochi mesi dopo, tra il 16 e il 18 settembre, si consumò il massacro di Sabra e Shatila, quando milizie cristiane alleate di Israele uccisero tra 700 e 3.500 civili palestinesi nei campi profughi di Beirut. L’esercito israeliano, che controllava la zona, non intervenne.
La Commissione Kahan, istituita a Tel Aviv, riconobbe la “responsabilità indiretta” del ministro della Difesa Ariel Sharon. Quell’invasione non solo minò la reputazione internazionale di Israele, ma contribuì a far nascere una nuova forza armata: Hezbollah, sostenuta dall’Iran e decisa a combattere l’occupazione israeliana del sud del Libano.
2006 – La seconda guerra del Libano
Ventiquattro anni dopo, il confine tornò a incendiarsi.
Il 12 luglio 2006, un’imboscata di Hezbollah costò la vita a tre soldati israeliani e portò al rapimento di altri due. La reazione di Israele fu immediata: bombardamenti massicci su Beirut e un’offensiva di terra su larga scala.
Per 34 giorni, il Libano fu devastato.
Più di mille civili libanesi morirono, centinaia di migliaia fuggirono dalle loro case e vaste aree del Paese furono ridotte in macerie. Anche Israele pagò un prezzo pesante, con oltre 150 morti, in gran parte soldati.
Il conflitto si concluse con la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che impose un cessate il fuoco e il rafforzamento della missione UNIFIL. Hezbollah, tuttavia, uscì dalla guerra rafforzato politicamente: sopravvissuto all’offensiva israeliana, divenne un attore centrale nella politica libanese e una presenza costante lungo la linea blu di confine.
Oggi – Un equilibrio di nuovo in fiamme
Oggi, a distanza di quasi vent’anni, la storia sembra ripetersi. Dopo l’uccisione del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, lo scorso settembre, Israele ha intensificato le operazioni militari nel sud del Libano. Le autorità di Tel Aviv parlano di una “campagna per la distruzione definitiva” del movimento sciita.
Gli osservatori internazionali, però, temono che dietro la retorica difensiva si nasconda l’avvio di un nuovo conflitto su larga scala — un quarto capitolo di una guerra che, tra Israele e il Libano, non è mai davvero finita.
