A parole il principio è semplice: nessuno Stato dovrebbe intromettersi negli affari interni di un altro. Nella pratica, però, la storia delle relazioni internazionali è costellata di ingerenze. Ci sono colpi di Stato appoggiati dall’estero, partiti finanziati da governi stranieri, campagne di disinformazione e sanzioni studiate per piegare le scelte di un esecutivo. Capire che cosa sia davvero l’ingerenza in politica estera, e dove finisca la normale attività diplomatica, è indispensabile per leggere l’attualità con occhio critico.
Che cosa dice il diritto internazionale
Il punto di riferimento è il principio di non intervento. Discende dalla Carta delle Nazioni Unite ed è stato chiarito dalla Risoluzione 2625 del 1970 sulle relazioni amichevoli tra gli Stati. La definizione più citata, tuttavia, si deve alla Corte internazionale di giustizia, che si espresse nel 1986 nella causa Nicaragua contro Stati Uniti. Per i giudici dell’Aia un intervento è illecito quando ricorre alla coercizione in materie che ogni Stato ha il diritto di decidere liberamente. Fra queste rientrano la scelta del proprio sistema politico, economico e sociale e l’orientamento della politica estera.
Tutto ruota dunque attorno alla coercizione. Persuadere, trattare o criticare apertamente un governo non costituisce ingerenza. Lo diventa quando si cerca di costringerlo, di scavalcarlo o di manipolare di nascosto i suoi cittadini.
La sovranità come “ipocrisia organizzata”
Nel suo celebre Sovereignty: Organized Hypocrisy (1999), il politologo Stephen Krasner ha avanzato una tesi provocatoria. A suo giudizio, la sovranità nata con la pace di Vestfalia è una norma che gli Stati proclamano solennemente e poi violano ogni volta che conviene. In quest’ottica l’ingerenza non è un’eccezione, ma un tratto costitutivo dell’ordine internazionale.
Le molte forme dell’ingerenza
L’ingerenza può assumere forme molto diverse:
- l’intervento militare, diretto oppure attraverso il sostegno armato a gruppi ribelli;
- il cambio di regime clandestino: in Covert Regime Change (2018) Lindsey O’Rourke conta 64 tentativi segreti compiuti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda, a fronte di appena 6 dichiarati;
- l’interferenza elettorale: in Meddling in the Ballot Box (2020) Dov Levin documenta 117 interventi di Stati Uniti e URSS (poi Russia) in elezioni straniere fra il 1946 e il 2000;
- la pressione economica, con sanzioni, ricatti energetici e ritorsioni commerciali;
- le operazioni di propaganda, tra disinformazione, account falsi e uso spregiudicato dei dati personali.
Altra cosa è il soft power teorizzato da Joseph Nye, cioè la capacità di un Paese di attrarre gli altri grazie alla propria cultura, ai propri valori e al proprio modello di vita. Esercitare influenza con l’esempio non significa interferire con la forza o con l’inganno.
Dalla Guerra fredda all’era digitale
Gli esempi sono numerosi. L’Italia del 1948 è un caso di scuola: alle elezioni del 18 aprile Washington sostenne la Democrazia Cristiana, mentre Mosca appoggiava il Fronte Popolare. In Iran, nel 1953, l’Operazione Ajax portò alla caduta del primo ministro Mossadeq. In Cile il governo di Allende fu indebolito con finanziamenti all’opposizione, fino al golpe del 1973. Sul versante sovietico basti ricordare l’Ungheria nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1968 e l’Afghanistan nel 1979.
Nel nuovo secolo l’ingerenza si è spostata soprattutto in rete. Il rapporto Mueller del 2019 ha definito “ampia e sistematica” l’interferenza russa nelle presidenziali americane del 2016. Nel 2024 la Corte costituzionale romena è arrivata ad annullare il primo turno delle presidenziali, denunciando una campagna online orchestrata dall’estero. È un caso estremo, ma mostra bene quanto sia cambiata la minaccia.
Quando l’ingerenza diventa un dovere umanitario
Non ogni ingerenza viene percepita come illegittima. Negli anni Ottanta Mario Bettati e Bernard Kouchner elaborarono l’idea di un “dovere d’ingerenza” a fini umanitari. Quel concetto è poi confluito nella Responsabilità di proteggere, approvata dal Vertice mondiale delle Nazioni Unite nel 2005. Se uno Stato non protegge la propria popolazione da genocidi e crimini di massa, la comunità internazionale è legittimata a intervenire. L’intervento in Libia del 2011 ha però mostrato i limiti di questa dottrina, perché la tutela dei civili si è presto trasformata in un cambio di regime. Non a caso molti Paesi del Sud del mondo la considerano con diffidenza.
Perché il tema è più attuale che mai
Intelligenza artificiale, deepfake e polarizzazione dei social network rendono l’ingerenza più economica, più rapida e più difficile da attribuire. Le democrazie corrono ai ripari puntando sulla trasparenza dei finanziamenti, sulla regolamentazione delle piattaforme e sull’educazione ai media. C’è però anche il rischio opposto, quello di bollare come “ingerenza straniera” qualunque voce di dissenso. La vera sfida è difendere la sovranità senza sacrificare il pluralismo.
Letture consigliate
- Stephen D. Krasner, Sovereignty: Organized Hypocrisy, Princeton University Press
- Lindsey A. O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University Press
- Dov H. Levin, Meddling in the Ballot Box, Oxford University Press
- Joseph S. Nye, Soft Power, PublicAffairs
