Le proteste per la casa in Spagna, le manifestazioni contro il carovita in Francia, gli scontri nelle città italiane e le mobilitazioni che interessano Belgio e Portogallo hanno ragioni diverse, storie politiche differenti e protagonisti che difficilmente si riconoscerebbero in un programma comune. Eppure si stanno verificando nello stesso periodo, all’interno di uno spazio economico e sociale fortemente integrato, coinvolgendo popolazioni che condividono molte delle stesse difficoltà.
Il 17 ottobre la Francia ha conosciuto una giornata di scontri, incendi e saccheggi, con oltre 1.200 fermi segnalati dalle autorità. A Milano, negli stessi giorni, gruppi di giovani hanno approfittato delle mobilitazioni per assaltare esercizi commerciali. In Spagna le proteste per l’accesso all’abitazione hanno mantenuto prevalentemente un carattere pacifico, mentre in Portogallo il problema degli affitti ha riportato migliaia di persone nelle strade. In Belgio il malcontento si è concentrato anche sulle misure di austerità.
La contemporaneità non dimostra un coordinamento internazionale. Sarebbe del resto sorprendente trovare una centrale operativa capace di mettere d’accordo gli studenti francesi, gli inquilini madrileni, i sindacati belgi e gli adolescenti milanesi interessati alle vetrine dei negozi di elettronica. Qualche tentativo di costruire una regia comune esiste, soprattutto attraverso le piattaforme digitali, ma le differenze tra i movimenti rimangono considerevoli.
Il fenomeno merita comunque una lettura geopolitica. Le società europee condividono un mercato, catene produttive, flussi finanziari, regole commerciali e una crescente esposizione alle conseguenze dei conflitti internazionali. La loro integrazione economica è assai più avanzata di quella politica. Le crisi attraversano facilmente i confini, mentre le risposte continuano a dipendere in larga misura dai singoli governi.
Questa asimmetria ha funzionato per anni anche come strumento di comunicazione politica. Quando le cose andavano bene, i meriti erano nazionali. Quando andavano male, la responsabilità veniva trasferita a Bruxelles. Un sistema piuttosto conveniente per chi governa, almeno finché gli elettori accettano la spiegazione.
Oggi qualcosa sembra essersi modificato. Il malcontento torna a rivolgersi direttamente agli Stati, ai loro governi e alle istituzioni che dovrebbero garantire condizioni di vita accettabili. La crisi economica è soltanto una parte della questione. La perdita di fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione sociale sta assumendo un peso altrettanto rilevante.
La fine della mobilità sociale e il problema delle aspettative
Per comprendere questa stagione di proteste occorre considerare il rapporto che le società europee hanno costruito, soprattutto nel secondo dopoguerra, tra lavoro, istruzione e avanzamento sociale.
Per diverse generazioni, pur con profonde differenze tra Paesi e classi sociali, è stato ragionevole aspettarsi che un figlio potesse raggiungere condizioni materiali migliori di quelle dei genitori. L’istruzione pubblica, la crescita industriale, l’espansione del welfare e l’accesso relativamente più semplice alla proprietà immobiliare hanno contribuito a sostenere questa aspettativa.
Il modello non è mai stato universale. Le disuguaglianze esistevano anche durante gli anni di maggiore espansione economica e la mobilità sociale non ha seguito ovunque la stessa traiettoria. Tuttavia, la possibilità di miglioramento rappresentava una componente importante della legittimazione dei sistemi democratici europei.
Oggi quella convinzione è sottoposta a pressioni crescenti.
La precarietà lavorativa, il costo delle abitazioni, la concentrazione della ricchezza patrimoniale e le difficoltà di accesso a servizi essenziali hanno modificato le prospettive di ampie fasce della popolazione. In particolare, chi non dispone di un patrimonio familiare incontra ostacoli che il solo reddito da lavoro spesso non riesce a superare.
La questione abitativa spagnola è esemplare. Un giovane può studiare, trovare un impiego, rispettare tutte le condizioni richieste dal mercato del lavoro e scoprire che il proprio stipendio non gli permette di vivere autonomamente nella città in cui lavora. Il problema coinvolge anche lavoratori meno giovani e famiglie che destinano una quota crescente del reddito all’affitto.
In Francia la protesta assume forme differenti, ma l’insoddisfazione per il potere d’acquisto, i servizi pubblici e le prospettive occupazionali rinvia a interrogativi simili. In Italia si aggiunge una lunga stagnazione dei salari reali, aggravata dalle differenze territoriali e generazionali.
La percezione di una mobilità sociale bloccata può avere conseguenze politiche profonde anche quando gli indicatori economici aggregati mostrano miglioramenti. Un Paese può crescere e lasciare contemporaneamente una parte della popolazione convinta di non partecipare ai benefici della crescita.
La società dei consumi, nel frattempo, continua a proporre modelli di successo fondati sulla disponibilità di beni, esperienze e riconoscimento pubblico. L’accesso a questi modelli diventa sempre più visibile attraverso la comunicazione digitale, mentre le condizioni materiali necessarie per raggiungerli rimangono distribuite in maniera diseguale.
La frustrazione che ne deriva non produce necessariamente protesta politica. Può tradursi in disimpegno, sfiducia, astensione elettorale, ricerca di appartenenze alternative e, in una minoranza di casi, comportamenti violenti.
È su questo terreno che la crisi delle aspettative incontra quella della rappresentanza.
L’Unione europea e la responsabilità politica dei governi nazionali
L’Unione europea è diventata, nel corso degli ultimi decenni, uno dei principali riferimenti polemici del dibattito politico nazionale.
Le ragioni sono in parte strutturali. Il mercato unico influenza la concorrenza, la circolazione dei capitali, gli scambi commerciali e le condizioni nelle quali operano imprese e lavoratori. La politica monetaria della Banca centrale europea incide sul costo del credito nei Paesi dell’eurozona. Le regole fiscali comuni condizionano le scelte di bilancio degli Stati membri, pur lasciando loro margini di decisione significativi.
L’Unione, tuttavia, non è uno Stato federale compiuto. Non dispone di un bilancio paragonabile a quello dei governi nazionali, non determina direttamente la maggior parte delle politiche salariali e abitative e non gestisce ordinariamente i sistemi sanitari, scolastici o previdenziali.
Le responsabilità sono distribuite tra istituzioni europee, governi nazionali, amministrazioni territoriali e soggetti privati.
La complessità del sistema ha favorito una pratica politica consolidata: attribuire all’Europa le decisioni impopolari, anche quando queste dipendono in larga misura da scelte nazionali. Il riferimento ai vincoli europei permette di presentare una decisione politica come una necessità tecnica.
Naturalmente sarebbe altrettanto scorretto assolvere preventivamente Bruxelles da qualsiasi responsabilità. L’integrazione economica produce vincitori e perdenti, e alcune politiche europee hanno conseguenze distributive concrete. La questione è individuare le competenze effettive e valutare le scelte compiute, evitando di trasformare l’Unione in un soggetto onnipotente al quale attribuire qualsiasi problema.
La nuova stagione di proteste sembra mostrare che la tradizionale attribuzione delle responsabilità all’Europa non basta più a contenere il malcontento. I cittadini si rivolgono ai governi nazionali perché sono questi a disporre di molti degli strumenti necessari per intervenire sul costo della vita, sulla tassazione, sulle politiche abitative e sui servizi pubblici.
La contraddizione geopolitica rimane evidente. Le economie europee subiscono insieme gli effetti delle crisi energetiche, delle tensioni commerciali e dell’instabilità internazionale, ma i cittadini continuano a chiedere risposte a istituzioni politiche organizzate prevalentemente su base nazionale.
Anche il concetto di identità europea entra in questa contraddizione. L’appartenenza all’Unione è stata spesso associata alla libertà di movimento, alla prosperità economica e alla stabilità. Quando queste aspettative si indeboliscono, si riduce anche la capacità delle istituzioni di produrre consenso attraverso i risultati.
La questione riguarda la tenuta politica dell’integrazione europea, indipendentemente dalla presenza o meno di sentimenti apertamente antieuropeisti nelle manifestazioni.
L’Italia, i saccheggi e il significato sociale dei consumi
Le vicende italiane introducono un elemento ulteriore. Durante le manifestazioni di ottobre, soprattutto a Milano, gruppi di giovani, in diversi casi minorenni, hanno partecipato a episodi di vandalismo e saccheggio. Gli obiettivi hanno compreso grandi catene di abbigliamento, articoli sportivi e prodotti tecnologici. Le indagini hanno inoltre individuato reti di comunicazione utilizzate per coordinare partecipazioni e spostamenti.
Sarebbe riduttivo attribuire questi comportamenti a una generica rivolta dei poveri. Non conosciamo le condizioni economiche di tutti i partecipanti, né possiamo supporre che ogni saccheggiatore agisca per rivendicare una posizione sociale. Le opportunità offerte dal disordine, l’appartenenza al gruppo e la prospettiva di ottenere beni rivendibili sono motivazioni altrettanto plausibili.
La scelta degli obiettivi, tuttavia, merita attenzione.
Non risulta che l’approvvigionamento alimentare sia stato il principale obiettivo dei saccheggi. Le cronache italiane descrivono soprattutto assalti a negozi di tecnologia, abbigliamento e articoli sportivi. In Francia sono stati colpiti anche esercizi di altro genere, compresi supermercati e negozi alimentari, per cui sarebbe inesatto sostenere che questi ultimi siano rimasti estranei alle violenze.
Rimane una differenza significativa tra impossessarsi di beni necessari alla sopravvivenza e scegliere prodotti che, oltre al valore economico, possiedono un valore di riconoscimento sociale.
La società consumistica ha progressivamente associato il successo individuale alla disponibilità di determinati oggetti. Il telefono, le scarpe, l’abbigliamento e gli accessori non rappresentano soltanto acquisti. All’interno di molti gruppi giovanili contribuiscono a definire reputazione, appartenenza e posizione sociale.
Per chi vive una condizione di marginalità, reale o percepita, la distanza tra ciò che viene continuamente mostrato come desiderabile e ciò che è concretamente accessibile può diventare particolarmente difficile da accettare.
Il saccheggio di una boutique o di un negozio di elettronica può allora essere interpretato, in alcuni casi, anche attraverso questa contraddizione. Una persona esclusa dai consumi ai quali attribuisce valore sociale cerca di appropriarsene attraverso un comportamento illecito. Non è necessario immaginare che elabori consapevolmente una critica al capitalismo. Probabilmente, in molti casi, non sta criticando proprio nulla: vuole semplicemente un paio di scarpe costose senza pagarle.
La dimensione sociale del fenomeno non scompare per questo. Il desiderio di possedere determinati beni si forma all’interno di un sistema di valori condiviso, che la comunicazione commerciale e digitale contribuisce quotidianamente a riprodurre.
Il paradosso è che la stessa società che attribuisce un valore crescente alla capacità di consumare rende più difficile, per alcune fasce della popolazione, accedere ai consumi considerati necessari per ottenere riconoscimento.
Questa interpretazione non attenua la responsabilità individuale di chi commette reati. Aiuta però a comprendere perché una manifestazione nata da rivendicazioni economiche possa attirare persone interessate a finalità completamente differenti.
E spiega anche perché la composizione delle piazze sia diventata tanto difficile da interpretare attraverso le categorie politiche tradizionali.
Le identità provvisorie della società digitale
La novità più rilevante delle mobilitazioni italiane riguarda probabilmente il modo in cui sono state organizzate.
Il movimento Italia in piazza si è sviluppato attraverso TikTok, WhatsApp e Telegram, raccogliendo in pochi giorni migliaia di partecipanti. Le ricostruzioni giornalistiche descrivono reti prive di una direzione politica tradizionale, con gruppi locali, amministratori di chat e giovani organizzatori spesso estranei alle strutture sindacali o partitiche. Alcuni hanno esplicitamente richiamato le manifestazioni francesi come esempio da seguire.
La rapidità con cui queste aggregazioni si formano è già significativa. Ancora più interessante è la loro instabilità.
Nei partiti e nei movimenti del Novecento l’appartenenza politica richiedeva generalmente un percorso di riconoscimento, la condivisione di riferimenti ideologici e una partecipazione relativamente continuativa. Le organizzazioni disponevano di sedi, dirigenti, programmi e strumenti per disciplinare il comportamento dei propri aderenti.
Le comunità digitali possono nascere da un video, da una frase o da un evento particolarmente seguito. Il numero dei partecipanti cresce attraverso le condivisioni e l’identificazione con un contenuto. La definizione degli obiettivi politici può arrivare successivamente, quando arriva.
La vicenda italiana offre un esempio concreto. Secondo una ricostruzione del Fatto Quotidiano, i tentativi di collaborazione tra organizzatori digitali, collettivi studenteschi e centri sociali milanesi hanno incontrato difficoltà proprio sulla definizione della linea politica e sulla presenza di soggetti ideologicamente incompatibili. Dopo il 17 ottobre sono emersi ulteriori gruppi, anche in polemica con le comunità precedenti.
È una forma di appartenenza che potremmo definire liquidità social.
L’identità del gruppo dipende dal contenuto intorno al quale si aggrega. Quando quel contenuto perde attenzione, la comunità può ridursi, frammentarsi o riconfigurarsi intorno a un’altra questione. Le stesse persone possono partecipare a mobilitazioni differenti senza avvertire necessariamente il bisogno di conciliarne le finalità.
Naturalmente non tutti i movimenti digitali sono effimeri. Alcuni sviluppano strutture stabili e programmi riconoscibili. Tuttavia, le piattaforme consentono forme di aggregazione che non richiedono la continuità ideologica tipica delle organizzazioni politiche tradizionali.
Questo fenomeno ha conseguenze geopolitiche importanti.
Le identità politiche nazionali si sono sviluppate anche attraverso istituzioni, sistemi educativi, partiti, sindacati e mezzi di comunicazione radicati in un determinato territorio. Le piattaforme digitali permettono invece di costruire appartenenze fondate su contenuti che circolano senza particolari difficoltà tra Paesi diversi.
Un adolescente italiano può riconoscersi maggiormente nelle immagini di una protesta francese che nel programma di un partito italiano. Può adottarne slogan e comportamenti, partecipare a una mobilitazione locale e successivamente interessarsi a una causa completamente differente.
La condivisione di un contenuto non implica una conoscenza approfondita delle condizioni politiche e sociali del Paese dal quale proviene. L’emulazione può precedere la comprensione.
Sarebbe eccessivo dedurne la scomparsa dell’identità nazionale. Le appartenenze territoriali, linguistiche e culturali conservano una forza considerevole. Si osserva però una crescente concorrenza tra identità tradizionali e comunità digitali transnazionali, soprattutto nelle fasce più giovani.
La perdita di riferimenti politici stabili rende inoltre più difficile individuare interlocutori rappresentativi. Un governo può negoziare con un sindacato o confrontarsi con un partito. Diventa molto più complicato trattare con una comunità che dichiara di non avere leader, modifica rapidamente la propria composizione e non dispone di un programma condiviso.
Le piattaforme possono così favorire una mobilitazione molto rapida senza garantire gli strumenti necessari per trasformarla in una trattativa politica.
Le interferenze straniere: tra guerra ibrida e convenienza politica
Il carattere transnazionale delle mobilitazioni ha inevitabilmente alimentato il dibattito sulle possibili interferenze straniere.
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha interpretato i disordini milanesi come il risultato di una forma di guerra ibrida condotta attraverso strumenti digitali. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha denunciato lo sfruttamento delle proteste studentesche da parte di narrazioni ostili riconducibili, tra gli altri, a Russia, Cina e Iran.
Si tratta di affermazioni politicamente rilevanti, che richiedono però una distinzione tra l’organizzazione delle proteste e il loro successivo utilizzo propagandistico.
Le operazioni di influenza straniera costituiscono una componente documentata della competizione geopolitica contemporanea. La Russia, in particolare, ha sviluppato reti capaci di diffondere contenuti manipolati, imitare fonti giornalistiche e amplificare argomenti divisivi all’interno delle società europee.
Un’analisi di Alliance4Europe sulle proteste francesi di ottobre ha individuato attività coordinate attribuite a reti filorusse, comprese campagne che collegavano il peggioramento delle condizioni economiche al sostegno occidentale all’Ucraina. Lo studio non ha trovato prove che attori stranieri abbiano dato origine alle manifestazioni, pur documentando tentativi di amplificare il malcontento e orientarne la rappresentazione pubblica.
La differenza è fondamentale.
Una potenza straniera può sfruttare una crisi sociale esistente senza averla provocata. Può contribuire a diffondere notizie false, enfatizzare gli episodi di violenza, presentare gli scontri come una rivolta generalizzata e cercare di indebolire la fiducia nelle istituzioni.
Tutto questo rientra nella competizione geopolitica. Ma non autorizza a concludere che le persone scese in piazza per il costo degli affitti o per la perdita del potere d’acquisto siano state mobilitate da servizi di intelligence stranieri.
Lo stesso presidente Emmanuel Macron ha distinto le cause interne delle proteste dalla manipolazione informativa successiva. La Commissione europea, almeno fino al 21 ottobre, non disponeva di conferme definitive sufficienti per attribuire l’origine dei disordini a operazioni straniere.
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Il ricorso alla spiegazione esterna presenta anche un’evidente utilità politica.
Se il malcontento viene rappresentato principalmente come il prodotto di un’operazione ostile, le responsabilità interne passano in secondo piano. La discussione si concentra sulla sicurezza, sulle piattaforme e sulla necessità di contrastare la disinformazione. I problemi economici e sociali che hanno favorito la mobilitazione rischiano di ricevere minore attenzione.
Il meccanismo ricorda, per certi aspetti, l’abitudine di attribuire all’Unione europea decisioni che appartengono alla politica nazionale. Cambia il soggetto al quale viene assegnata la responsabilità, ma rimane la convenienza di individuare una causa esterna.
Naturalmente le minacce ibride sono reali e devono essere contrastate. La loro esistenza, però, non dovrebbe dispensare i governi dall’esaminare le condizioni che rendono le proprie società vulnerabili alla propaganda.
Le campagne di influenza risultano particolarmente efficaci quando intervengono su tensioni già presenti. Inventare un problema dal nulla è molto più difficile che utilizzare un problema sul quale milioni di persone discutono quotidianamente.
In questo senso, la vulnerabilità europea dipende anche dalla capacità delle istituzioni di conservare credibilità presso le proprie popolazioni.
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Dalle finestre rotte alla normalizzazione della violenza
Gli episodi di vandalismo e saccheggio richiamano una teoria criminologica sviluppata nel 1982 da James Q. Wilson e George L. Kelling, conosciuta come Broken Windows Theory, o teoria delle finestre rotte.
Secondo questa impostazione, la presenza di segni visibili di degrado e disordine può favorire ulteriori comportamenti antisociali, soprattutto quando viene interpretata come una dimostrazione dell’assenza di controllo sociale.
La teoria ha avuto grande influenza sulle politiche di sicurezza urbana, ma la sua validità causale rimane discussa. La ricerca empirica non consente di affermare che ogni manifestazione di degrado produca necessariamente criminalità più grave, né che una politica repressiva generalizzata costituisca la risposta più efficace.
Applicata alle proteste contemporanee, la questione riguarda soprattutto i meccanismi di emulazione.
Quando un gruppo riesce a danneggiare un esercizio commerciale e a sottrarre merce durante una manifestazione, le immagini dell’episodio possono circolare immediatamente. Altri partecipanti possono interpretare ciò che vedono come un’opportunità, indipendentemente dalle motivazioni politiche della protesta.
I social network modificano la velocità e l’estensione di questo processo. La diffusione delle immagini può raggiungere persone che non partecipavano alla manifestazione e convincerle a recarsi sul posto. È quanto alcune ricostruzioni giornalistiche hanno descritto durante i disordini milanesi.
La spettacolarizzazione contribuisce inoltre a modificare la percezione collettiva della violenza. Un episodio ripreso da centinaia di telefoni può ottenere una visibilità molto superiore a quella di una manifestazione pacifica con migliaia di partecipanti.
Anche la risposta delle istituzioni entra in questa dinamica.
Gli interventi delle forze dell’ordine sono necessari per tutelare la sicurezza e impedire la commissione di reati. Tuttavia, quando vengono percepiti come indiscriminati o sproporzionati, possono rafforzare la convinzione, tra alcuni manifestanti, che le istituzioni considerino il dissenso principalmente come un problema di ordine pubblico.
Si possono così produrre processi di radicalizzazione reciproca, nei quali una parte dei manifestanti giustifica comportamenti sempre più aggressivi attraverso la repressione subita, mentre le autorità giustificano misure sempre più restrittive attraverso gli episodi di violenza precedenti.
Non è una dinamica inevitabile. Le modalità di gestione dell’ordine pubblico, il comportamento degli organizzatori e la capacità di distinguere tra manifestanti pacifici e gruppi violenti possono modificarne profondamente l’evoluzione.
Rimane il problema dell’assuefazione.
In un precedente articolo pubblicato su queste stesse pagine, dedicato alla finestra di Overton nel conflitto tra Israele e Iran, avevamo esaminato come la progressiva successione di azioni e reazioni possa modificare i limiti di ciò che una società considera accettabile.
Il meccanismo non richiede necessariamente una strategia consapevole di manipolazione. Nei conflitti internazionali, ogni nuova escalation viene spesso giustificata attraverso quella precedente, fino a rendere politicamente praticabili decisioni che pochi anni prima sarebbero apparse impensabili.
Nelle proteste europee è possibile individuare un rischio analogo, pur in un contesto profondamente differente.
Gli scontri violenti possono diventare una componente prevista delle manifestazioni. Le misure eccezionali di sicurezza possono essere considerate ordinarie. Il linguaggio politico può abituarsi a descrivere intere categorie di manifestanti come potenziali nemici dell’ordine pubblico, mentre alcuni gruppi possono arrivare a considerare la distruzione di beni privati una forma legittima di espressione del dissenso.
Le finestre di Overton delle diverse parti coinvolte possono modificarsi contemporaneamente, alimentate dalle rispettive giustificazioni.
La differenza rispetto ai conflitti militari rimane sostanziale, sia per le conseguenze sia per le responsabilità giuridiche e morali. Il parallelismo riguarda esclusivamente il progressivo mutamento delle soglie di accettabilità.
La diffusione continua delle immagini attraverso le piattaforme digitali può accelerare questo processo, soprattutto quando la visibilità ottenuta attraverso un comportamento violento viene interpretata come una forma di riconoscimento.
Il rischio maggiore è che la discussione pubblica finisca per concentrarsi quasi esclusivamente sulle modalità della protesta, trascurando le condizioni che ne hanno favorito la nascita.
La questione geopolitica dell’identità europea
Le manifestazioni che attraversano il continente mostrano quanto sia diventato complesso il rapporto tra integrazione economica, sovranità nazionale e appartenenza sociale.
Gli europei vivono all’interno di economie fortemente interdipendenti, ma continuano a organizzare gran parte della propria identità politica attraverso gli Stati nazionali. Le generazioni più giovani, contemporaneamente, partecipano a comunità digitali che superano i confini territoriali e possono modificare rapidamente i propri riferimenti.
Queste diverse forme di appartenenza convivono senza necessariamente rafforzarsi.
La crisi delle aspettative sociali rende più difficile riconoscersi nelle istituzioni nazionali. L’Unione europea, dal canto suo, dispone di competenze economiche significative, ma incontra limiti strutturali quando deve intervenire direttamente sulle condizioni materiali che determinano il consenso sociale.
Nel frattempo, la competizione tra grandi potenze aumenta la pressione sulle economie europee. Le crisi energetiche, la ridefinizione delle catene produttive, i conflitti militari e la necessità di sostenere maggiori spese per la difesa impongono decisioni che possono entrare in competizione con altre priorità di bilancio.
Non esiste un rapporto automatico tra aumento della spesa militare e riduzione del welfare. Le conseguenze dipendono dalle scelte fiscali e dalla struttura dei bilanci. Tuttavia, la necessità di distribuire risorse limitate tra obiettivi differenti rende più evidente il carattere politico di decisioni spesso presentate come inevitabili.
Per l’Unione europea il problema è particolarmente delicato. Una comunità economica può mantenere la propria coesione anche attraverso regole e interessi condivisi. Una comunità politica ha bisogno anche della convinzione, da parte dei cittadini, che le istituzioni siano capaci di garantire prospettive credibili.
Le proteste attuali non dimostrano il crollo dell’identità europea. Sarebbe una conclusione prematura, soprattutto considerando che il consenso verso l’appartenenza all’Unione rimane significativo in molti Paesi.
Indicano però una difficoltà crescente nel collegare l’integrazione europea al miglioramento delle condizioni individuali.
Il dato più preoccupante riguarda proprio le generazioni che hanno conosciuto soltanto un’Europa senza frontiere interne, con un mercato comune e una circolazione pressoché immediata delle informazioni. Per queste generazioni, la dimensione europea rappresenta una condizione ordinaria dell’esistenza. La possibilità di costruire una vita economicamente autonoma, invece, appare meno scontata.
La crisi della mobilità sociale può quindi produrre effetti che vanno oltre la distribuzione del reddito. Quando viene meno la fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione attraverso i percorsi riconosciuti dalla società, si indebolisce anche l’adesione alle istituzioni che quei percorsi dovrebbero garantire.
La risposta può assumere forme molto differenti: partecipazione politica, protesta pacifica, radicalizzazione, disimpegno oppure ricerca di appartenenze alternative.
Le comunità digitali offrono oggi strumenti immediati per quest’ultima possibilità. La loro rapidità di formazione e la facilità con cui possono modificare obiettivi e composizione rendono però difficile trasformare l’appartenenza momentanea in una rappresentanza politica duratura.
Gli Stati si trovano così davanti a popolazioni che continuano a chiedere protezione e opportunità, ma che utilizzano sempre meno i canali tradizionali attraverso i quali queste richieste venivano organizzate.
La tentazione di rispondere principalmente attraverso il controllo dell’ordine pubblico è comprensibile sul piano della sicurezza immediata. Rischia però di lasciare irrisolte le ragioni economiche e sociali della mobilitazione, soprattutto quando gli interventi non distinguono adeguatamente tra protesta legittima e comportamento criminale.
Anche attribuire il malcontento a interferenze straniere può offrire una spiegazione politicamente spendibile, senza chiarire perché determinati messaggi riescano a trovare ascolto.
La questione che l’Europa deve affrontare riguarda dunque la capacità di ricostruire prospettive credibili di avanzamento sociale all’interno di un sistema economico integrato e di istituzioni politiche ancora prevalentemente nazionali.
Per decenni, la promessa di miglioramento delle condizioni di vita ha contribuito alla stabilità delle democrazie europee. Oggi una parte della popolazione sembra dubitare che quella promessa possa essere mantenuta.
Le manifestazioni continueranno probabilmente ad avere obiettivi diversi e non necessariamente produrranno un movimento politico unitario. Alcune potrebbero esaurirsi rapidamente, altre consolidarsi attraverso organizzazioni più stabili. I gruppi nati sui social potranno dissolversi o riconfigurarsi intorno a nuove rivendicazioni.
Rimane una questione comune che nessuna operazione di comunicazione politica può risolvere da sola: la distanza crescente, per una parte degli europei, tra le aspettative costruite dalla società e le opportunità concretamente disponibili.
Se questa distanza continuerà ad aumentare, gli Stati dovranno confrontarsi con forme di conflittualità difficili da rappresentare e da governare. L’Unione europea, a sua volta, dovrà misurarsi con le conseguenze politiche di un’integrazione economica che non garantisce automaticamente una convergenza delle condizioni sociali.
È su questo terreno che si giocherà una parte importante della futura stabilità europea. E difficilmente basterà attribuirne la responsabilità a Bruxelles, a Mosca o all’ultimo gruppo Telegram comparso durante la notte.