Per anni abbiamo immaginato la propaganda come uno strumento di persuasione. Regimi autoritari, televisioni di Stato, slogan, narrazioni ideologiche: tutto sembrava orientato a convincere il pubblico della bontà del potere politico. Oggi, però, qualcosa è cambiato. La propaganda contemporanea — soprattutto quella sviluppata nel sistema mediatico russo — non punta necessariamente a farti credere a una versione dei fatti. Punta piuttosto a distruggere l’idea stessa che una verità esista davvero.
È questa la tesi al centro di una recente ricerca pubblicata su Political Science Research and Methods, che analizza il funzionamento della disinformazione nelle autocrazie moderne. Lo studio parte da una domanda apparentemente semplice: perché i regimi diffondono notizie palesemente false, facilmente verificabili come menzogne, sapendo che molti cittadini non ci crederanno?
La risposta degli autori è tanto inquietante quanto attuale: perché la propaganda non serve più soltanto a persuadere, ma a generare cinismo.
Secondo lo studio, il vero obiettivo della disinformazione contemporanea non è imporre una narrazione unica, bensì produrre sfiducia generalizzata verso tutte le fonti informative. Quando il pubblico viene continuamente esposto a versioni contraddittorie, manipolazioni evidenti e fake news grossolane, finisce per sviluppare una convinzione più profonda: tutti mentono.
È qui che entra in gioco il concetto di media cynicism, il cinismo mediatico. Non si tratta semplicemente di diffidare di un giornale o di un governo. È qualcosa di più radicale: l’idea che ogni media sia inevitabilmente manipolato da interessi politici, economici o ideologici. In questo clima, la distinzione tra informazione e propaganda si dissolve.
Il caso simbolo analizzato nello studio è quello del volo MH17 della Malaysia Airlines, abbattuto sopra l’Ucraina orientale nel 2014. Dopo la tragedia, i media statali russi diffusero rapidamente una quantità impressionante di versioni alternative: un caccia ucraino avrebbe colpito l’aereo, oppure un missile lanciato da Kiev, oppure ancora si trattava di una provocazione occidentale contro Mosca. Alcune immagini trasmesse dalla televisione russa furono smascherate quasi subito come false.
Ma il punto, spiegano gli studiosi, è che la propaganda russa non aveva bisogno che il pubblico credesse davvero a una singola teoria. L’obiettivo era creare rumore, confusione, saturazione informativa. Più versioni circolavano, più diventava difficile distinguere il vero dal falso. E quando la verità appare irraggiungibile, cresce il cinismo.
Questa strategia rappresenta una trasformazione profonda rispetto alla propaganda del Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi propagandistici cercavano coerenza narrativa e adesione ideologica. Oggi il modello sembra diverso: non costruire consenso, ma demolire fiducia.
In questo senso, la propaganda moderna assomiglia più a una guerra psicologica che a una campagna di persuasione. Non ti dice necessariamente cosa pensare. Ti convince che non valga più la pena cercare la verità.
La conseguenza politica è enorme. Un pubblico che considera tutti i media ugualmente manipolatori tende a ritirarsi dalla partecipazione politica, a diffidare delle istituzioni democratiche e a sviluppare una forma di passività civile. Non serve trasformare ogni cittadino in sostenitore del regime: basta renderlo disilluso.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della disinformazione contemporanea. La propaganda non funziona perché le persone credono ciecamente alle fake news. Funziona perché, lentamente, smettono di credere a tutto il resto.
In un’epoca dominata da social network, algoritmi e polarizzazione politica, questa logica non riguarda più soltanto le autocrazie. Anche nelle democrazie occidentali la proliferazione di contenuti manipolatori, teorie del complotto e campagne di disinformazione sta contribuendo a erodere la fiducia collettiva nei media, nella politica e nelle istituzioni.
La vera sfida del XXI secolo potrebbe quindi non essere soltanto combattere le fake news, ma difendere la possibilità stessa di una sfera pubblica condivisa. Perché quando ogni informazione viene percepita come propaganda, il rischio non è soltanto la confusione. È la fine della fiducia democratica.
