Autore: Marco Palleschi Terzoli
E' un professionista nel settore giornalistico con esperienza in diversi ambiti, tra cui sport, attualità politica e politica internazionale. Ha iniziato la sua carriera come redattore presso La Giornata Sportiva e Vavel Italia dal 2017 al 2021, occupandosi di approfondimenti e reportage sportivi. Attualmente, è Caporedattore presso Calcio Style dal 2023, ruolo che ricopre con responsabilità e competenza, coordinando la produzione di contenuti legati al mondo del calcio. Dal giugno 2025, collabora anche con Politica Internazionale approfondendo temi di politica globale e attestando la sua qualificazione professionale e il suo impegno nel settore giornalistico.
Solo la Germania, paese che ha finanziato attivamente i gasdotti assieme alla Russia, pare interessata a fare chiarezza sul sabotaggio del Nord Stream 1 & 2. L’ormai acclarata complicità degli apparati istituzionali ucraini imbarazza Bruxelles, ma le ricostruzioni sono contrastanti.
Il Nobel per la Pace lo ha vinto María Corina Machado, per tutti “MariCori”. Una delle personalità più in vista non solo del Venezuela, ma probabilmente di tutto il Sud America.
Rutte è stato, di fatto, l’iniziatore dell’allarmismo occidentale sulla possibile invasione europea da parte della Russia. Anzi, nemmeno “possibile”: quasi certa. Sì, poiché, nelle discordanti e mai eterogenee versioni che rimbalzano dalle cancellerie europee e non solo, l’ineluttabilità dell’aggressione russa è l’unico denominatore comune: tutto il resto è vacuo e dissonante.
Il 15 Agosto, in Alaska, dovrebbe tenersi un incontro bilaterale fra Donald Trump e Vladimir Putin per discutere della guerra in Ucraina. Sul tavolo le rivendicazioni territoriali del Cremlino e la proposta da parte statunitense di una tregua, ma Kiev e l’UE scattano subito sull’attenti.
Robert Golob, primo ministro sloveno, suona la sveglia all’UE e lo fa nell’unica maniera possibile: ovvero intraprendendo azioni concrete. Nel decreto governativo emanato lo scorso 31 Luglio, il governo di Lubiana ha fatto sapere in una nota di “aver vietato per decreto l’importazione, l’esportazione e il transito di armi da e verso Israele”. Una misura presa in autonomia e che sarà valida dalla metà di Agosto, qualora “l’Unione Europea non sarà in grado di adottare misure concrete”. Nel comunicato poi, Golob definisce “vergognoso” l’immobilismo delle strutture europee: “In tali circostanze è dovere di ogni Paese responsabile agire, anche se ciò…
La conferenza di Bogotá rappresenta uno sforzo internazionale significativo per affrontare il conflitto a Gaza. Ventinove paesi provenienti da diverse regioni si sono riuniti per mettere in atto sei misure coordinate volte a limitare le azioni militari di Israele e a difendere il diritto internazionale. Questo passo collettivo segna un cambio rispetto alle semplici condanne, passando all’azione diplomatica, legale ed economica per affrontare la crisi in corso a Gaza. Se desideri, posso fornirti ulteriori dettagli sulle misure specifiche o sul contesto della conferenza.
Da “eletto da Putin” a “Biden 2.0.” il passo è breve. Il dietrofont sulle forniture di armi a Kiev (prima sospese e poi riprese) è l’ennesima giravolta del Tycoon, che non si trova per nulla a suo agio nello stretto abito da pacifista improvvisato che lui stesso si è ritagliato addosso.
Nella Striscia di Gaza i soldati americani “feriscono persone innocenti senza motivo”, è la confessione shock (in forma anonima) di un presunto mercenario al soldo USA all’Associated Press.
Il conflitto a Gaza ha causato un numero di vittime molto superiore alle stime ufficiali, con alcune fonti indipendenti che stimano oltre 100.000 morti sin dall’inizio delle operazioni militari. La maggior parte delle vittime sono civili, in particolare bambini, molti dei quali recensiti in dettagliati bollettini e necrologi. La durezza della guerra e le difficili condizioni di vita hanno portato a un calo drastico dell’aspettativa di vita nella regione, rendendo Gaza uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Gli esperti, tra cui ricercatori e medici, sostengono che i numeri reali siano molto più alti rispetto a quelli ufficiali, e la cifra di circa 100.000 morti è considerata plausibile.
Mosca ha dispiegato circa 50.000 soldati a meno di 20 km dalla città di Sumy, nell’oblast omonimo al confine tra Russia e Ucraina. Questa mossa rientra nella strategia russa di aumentare la propria zona cuscinetto e rafforzare la posizione sul fronte ucraino, anche grazie al supporto internazionale di partner come la Corea del Nord. La contestuale riacquisizione di Kursk ha permesso alla Russia di rafforzare le proprie difese e di continuare a esercitare pressione sull’Ucraina, in un contesto di tensione crescente.