“Perché proprio l’Alaska?”
Dopo alcune speculazioni (riportate da Fox News) circa la possibilità che l’incontro fra i due leader politici si sarebbe potuto tenere a Roma, ipotesi subito smentita dall’agenzia russa Tass, Nbc cita l’Alaska come possibile location del bilaterale fra Mosca e Washington. Il Cremlino, infatti, non prende in considerazione l’ipotesi di svolgere i negoziati in Europa, parimenti a quanto era successo ai tempi con lo Stato Pontificio, in quanto Putin (su cui grava un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale) non può rischiare di recarsi in un paese che ha sottoscritto lo Statuto di Roma.
Stando agli annunci ufficiali, il meeting dovrebbe quindi tenersi in Alaska. I funzionari repubblicani, secondo quanto riporta il New York Times, non sarebbero intenzionati a rilasciare dichiarazioni in merito, ma il motivo della scelta appare piuttosto ovvio. Si tratterebbe, infatti, dell’ennesimo tentativo di Trump di compiacere l’amico Zar. “Sembra abbastanza logico che la nostra delegazione debba semplicemente sorvolare lo Stretto di Bering”, ha commentato il consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov, sempre al Tass, sottolineando la vicinanza geografica fra l’Alaska e la Russia.
L’Alaska, infatti, è il punto sulla mappa statunitense più vicino al suolo russo, poiché la Casa Bianca lo ha “acquistato” (nel 1867) proprio dai russi. Tuttavia, pare che il Tycoon (parimenti a quanto fatto nel 2019, quando invitò i talebani a Camp David per chiudere la guerra in Afghanistan) non abbia pensato alle implicazioni culturali del suo gesto. Infatti, la frangia più nazionalista della classe dirigente russa considera (più o meno come l’Ucraina) l’Alaska ancora “parte dell’Impero Russo”.
“Trump che invita il criminale di guerra Putin in America è già abbastanza nauseante di suo, ma ospitarlo in Alaska, mentre i propagandisti di Putin la rivendicano regolarmente alla tv di Stato, è davvero troppo”, ha scritto su X Julia Davis, editorialista del Daily Beast, che non si è mostrata altrettanto schifata quando lo stesso Trump ha invitato alla Casa Bianca Benjamin Netanyahu. Fra il serio e il faceto invece il commento del commentatore politico David Frum: “Speriamo che Putin per finire la guerra non chieda indietro anche l’Alaska, perché Trump sarebbe capace di concedergli anche quella”.
Sceglie la strada dell’ironia pure John Bolton, ex consigliere per la Sicurezza nazionale durante il primo mandato di Trump, che dichiara: “La scelta della location è già una vittoria per Putin, l’unico altro posto migliore per lui sarebbe stato Mosca”. E cita i talebani a Camp David: “Forse non è peggio, ma certo questa situazione lo ricorda”. Resta un’incognita la presenza o meno di Volodymyr Zelensky. Il leader ucraino, per ora, non è stato invitato, ma, secondo la Cnn, “la Casa Bianca non esclude la sua presenza”.
UE-Kiev, operazione congiunta di sabotaggio
Qualche giorno fa proprio Zelensky aveva espresso la propria volontà di incontrare l’omologo russo per fare il punto sul conflitto, nonostante proprio il leader ucraino avesse messo per decreto “l’impossibilità di negoziare con Mosca” nell’Ottobre del 2022. Putin, dal canto suo, aveva rifiutato quell’incontro e, a quanto pare, la sua posizione non è cambiata. Il leader russo si è detto disponibile ad incontrare Trump in Alaska, ma parrebbe non gradire la presenza dell’omologo ucraino al bilaterale con Washington.
Sul piatto Trump ha messo il placet statunitense ad una tregua, ma Putin, dal canto suo, ha chiesto il riconoscimento dei territori occupati (quelli in Donbas e nel Lugansk, quindi circa il 50% di quanto richiesto nella seconda tranche delle negoziazioni di Istanbul dello scorso Luglio) per dare il proprio benestare. Fermo “no” di Zelensky, che da Kiev continua a mantenere ben salda la posizione che sin qui ha fatto naufragare ogni tentativo di negoziato dal 2022 ad oggi: “Non cederemo le nostre terre”.
L’operazione di sabotaggio viene perorata anche dai suoi alleati europei, che tornano con forza a chiedere una tregua senza condizioni. Ben consapevoli del fatto che Mosca non l’accetterà mai, dato che la posizione del Cremlino è la stessa da sempre. Ovvero nessuna “tregua armata”, con l’Occidente che continua a rifornire di armi Kiev sfruttando l’impasse. Posizione pubblica e, peraltro, ribadita proprio in questi giorni dalla portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: “Si arriverà ad una tregua soltanto quando l’Unione Europea interromperà le forniture d’armi ai terroristi di Kiev”.
Come se ciò non bastasse, in una riunione organizzata nella residenza ufficiale di David Lammy (ministro degli esteri del Regno Unito), a cui ha partecipato anche il vice-presidente USA JD Vance, l’Europa ha ribadito che “ogni concessione territoriale di Kiev dovrà essere coperta da adeguata garanzie di sicurezza”; compresa “un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO”. Al solito, la postura dell’Unione Europea circa il negoziato sembra esser stata studiata con il solo scopo di sabotarlo: salvo poi lamentarsi con Mosca e Washington per la loro remora nel volerli coinvolgere nelle trattative di pace.
