“Voglio essere chiaro: non c’è nessuna minaccia imminente per i nostri alleati strategici” iniziava così il discorso pronunciato, il 14 Dicembre 2024, dal Segretario Generale della NATO Mark Rutte al convegno europeo organizzato a Bruxelles da Carnegie Europe. Ma finiva con la celebre frase “fra 4 o 5 anni la nostra capacità di deterrenza potrebbe essersi indebolita a tal punto che i russi potrebbero iniziare a pensare di attaccarci”. Rutte è stato, di fatto, l’iniziatore dell’allarmismo occidentale sulla possibile invasione europea da parte della Russia. Anzi, nemmeno “possibile”: quasi certa. Sì, poiché, nelle discordanti e mai eterogenee versioni che rimbalzano dalle cancellerie europee e non solo, l’ineluttabilità dell’aggressione russa è l’unico denominatore comune: tutto il resto è vacuo e dissonante.
L’Intelligence Tedesca
Già nel 2024, fonti dell’intelligence tedesca sostenevano che “i russi sarebbero stati pronti ad attaccare entro tre anni”. Gli hanno fatto eco prima i vertici del Ministero della Difesa norvegese e poi, a cascata, tutta una serie di personalità pubbliche. Il primo è stato Andrius Kubilius, due volte presidente lituano (guarda caso) e attuale commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Nel corso di un’audizione convocata a Montecitorio dalle commissioni Politiche UE della Camera e dalle commissioni Politiche UE ed Esteri-Difesa del Senato, ha dichiarato che “la Russia potrebbe essere pronta a testare la nostra resilienza già nel 2027”. Gli ha fatto subito eco Alexus Grynkewich, ufficiale dell’Air Force statunitense e attuale comandante supremo alleato in Europa. (SACEUR) Durante un meeting del 25 Luglio scorso, infatti, Grynkewich avrebbe dichiarato che “la Russia sarà pronta per confrontarsi con noi a inizio 2027”. A riferirlo è stato il primo ministro polacco Donald Tusk, lo scorso 28 Luglio.
La data che “giustifica” il riarmo
Forse consapevoli di averla sparata troppo grossa, le cancellerie europee hanno ritrattato e posticipato di due anni la data dell’invasione. Il 5 Giugno del 2024, il Ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha infatti dichiarato al Bundestag che “dovremo essere capaci di affrontare una guerra con la Russia entro il 2029”. Versione corroborata dalla posizione assunta dal presidente del Servizio Federale di Intelligence (Bnd) tedesco Bruno Kahl, che, il 15 Novembre del 2024, ha dichiarato “la Russia attaccherà la NATO entro la fine del decennio”. Il 20 Marzo del 2025, a margine di un summit europeo tenutosi a Bruxelles, il presidente lituano, Gitanas Nausėda, ha dichiarato “Abbiamo 4 o 5 anni di tempo” (prima che la Russia ci attacchi, n.d.r.). Ma ha puntualizzato che “se le sanzioni venissero revocate, allora ne avremmo ancora meno”. Il 3 Giugno scorso, poi, l’ispettore generale della Bundeswehr Carsten Breuer, la più alta carica militare in Germania, ha spiegato in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel che “nel 2029 Putin sarà in grado di attaccare la NATO”.
La “previsione” di Richard Shirreff
Ma proprio quando sembrava che finalmente i megafoni di Bruxelles si fossero sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, ecco che oltre la manica escono dallo spartito propagandistico. L’ex vice-comandante della NATO, Richard Sherriff, batte tutti. Non solo ha stabilito la data più prossima fra tutti i propri competitor (il 3 Novembre del 2025, quindi ci siamo) ma ha anche previsto che “l’Europa collasserà sotto i colpi della Russia in 5 giorni”. Con tanto di bozza su come dovrebbe svolgersi il conflitto: “il 3 Novembre del 2025, alle 14 in punto, Putin attaccherà la Lituania partendo da Vilnius (la capitale lituana, n.d.r.) per poi colpire il resto del paese con numerosi blackout.” Caduta la Lettonia, sempre secondo Sherriff, sarebbe poi il turno di Estonia e Lettonia, sul cui territorio “verrebbe esteso il blackout lituano, a causa di un malfunzionamento sulla linea elettrica causato da un malware”. A quel punto “sarebbe il turno del resto dell’Europa, con Putin che ammasserebbe il grosso delle truppe nell’enclave russo di Kaliningrad (a cavallo fra la Polonia e la Lituania, con vista sul Mar Baltico)”. Lo Zar impiegherebbe circa 100 ore a conquistare l’intera Europa, nonostante in tre anni e mezzo abbia preso sì e no il 20% della sola Ucraina, poiché “avrebbe il sostegno della Cina e gli USA non interverrebbero”.
La posizione del Cremlino
All’inizio di questo mese, durante un colloquio a Pechino con il premier slovacco Robert Fico, Vladimir Putin aveva definito “un’assurdità” l’idea secondo la quale la Russia avrebbe attaccato l’Europa. Non è la prima volta che il leader russo ribadisce che il suo paese non avrebbe la forza di sfidare da solo l’intera NATO (lo aveva detto la prima volta molti anni fa, in un confronto pubblico con Macron), nonostante, per meri fini propagandistici, dovrebbe avere tutto l’interesse nell’affermare il contrario. Se è vero che di Putin si fa fatica a fidarsi (nel 2022 aveva detto che non avrebbe mai attaccato l’Ucraina), il fatto che una guerra diretta fra NATO e Russia sarebbe un suicidio per Mosca appare una conclusione logica. Secondo un rapporto recente dell’intelligence nostrana, infatti, “Putin non ha le forze per attaccare la NATO e l’Europa” e “Mosca si guarderebbe bene dallo scatenare un conflitto”.
La “letteratura della guerra”
La pervicace ricerca del casus belli, vero o presunto, ricorda molto un fenomeno andato in scena fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Vale a dire la cosiddetta “letteratura della guerra”, che ha scatenato il “dilemma della sicurezza” di John Herz. Numerose personalità pubbliche dell’Impero Britannico (ma non solo) hanno iniziato a pubblicare numerosi romanzi, in cui veniva raccontata “la prossima guerra” e presentate come “un’eventualità ineludibile”. Queste opere, spesso firmate da generali dell’esercito o da fabbricanti d’armi, avevano due chiari interessi. Il primo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, mentre il secondo, ovviamente, ottenere un aumento delle spese militari. Secondo lo storico Alessandro Barbero, questa fase storica ricorda molto quella pre-Prima Guerra Mondiale. E il monito di Sherriff (che, precisiamolo, è ripreso a piè pari dal suo libro “War with Russia”: pubblicato nel 2017 e quindi molto prima della guerra in Ucraina) assomiglia molto ad uno di quei romanzi (e infatti lo è) di inizio ‘900. Se soltanto ci fosse un riarmo da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica, allora forse potremmo mettere assieme i pezzi. Anche se rimane sospeso il quesito del perché (ri)armarsi per essere pronti al conflitto entro il 2030, se tanto abbiamo appurato che i russi ci invaderanno prima.
