Il crollo finanziario ed economico del 2019 ha rappresentato un’opportunità eccezionale per tracciare un nuovo percorso capace di risollevare il Libano dal baratro. Tuttavia, l’establishment politico assetato di potere, che aveva procrastinato il collasso dal 2017, ha fatto della protezione delle banche fallite la priorità assoluta, facilitando la fuga di capitali e caricando sui depositanti e sulla società i costi della crisi. Hezbollah ha salvaguardato la corruzione insita nel sistema di condivisione del potere settario, repressivo nei confronti della sollevazione di ottobre. Il Libano ha così sprecato un’opportunità storica di recupero dopo il collasso che ha impoverito milioni di cittadini e generato un’impennata della disoccupazione.
Nonostante la calamità dell’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, il regime corrotto, sostenuto da milizie fuori legge, ha mantenuto il potere e scaricato i costi del collasso sulla società. La crisi è stata aggravata dalle circolari della banca centrale che manipolavano il cambio e tutelavano i potenti. All’epoca le attività liquide superavano i 30 miliardi di dollari: una cifra sufficiente per avviare un serio programma di recupero, se fossero state perseguite responsabilità e trasparenza. Invece, l’alleanza mafia–milizia, rappresentata dal governo di Hassan Diab, ha affossato il Piano Lazard. Parlamento, magistratura e media si sono concentrati sulla protezione dei predatori e sul mantenimento di un’economia parassitaria a loro vantaggio.
La catastrofica “guerra di supporto”, che ha travolto Hezbollah, gonfiata di potere e illusa sulle proprie capacità, si è conclusa con una sconfitta devastante per il paese. I disordini regionali continuano, mentre Israele colpisce gli armamenti iraniani e spinge Teheran fuori dalla nuova Siria. All’inizio dell’anno scorso, sembrava possibile un cambiamento e che il Libano non fosse più impermeabile alla trasformazione. Le speranze di entrare in un’era di cambiamento sono state alimentate dall’arrivo di Joseph Aoun, ritratto come outsider, alla presidenza, e dall’incarico di Nawaf Salam, ex presidente della Corte Internazionale di Giustizia, a primo ministro. Tuttavia, i risultati ottenuti restano modesti rispetto alle grandi aspettative di quel momento.
L’agenda dei nuovi leader si concentrava sull’attuazione della Risoluzione 1701 dell’ONU e sull’applicazione del cessate il fuoco, in particolare del preambolo che richiede il disarmo degli attori non statali in tutto il Libano e individua sei enti autorizzati a portare armi: esercito, Forze di Sicurezza Interna, Sicurezza Generale, Sicurezza di Stato, Dogana e polizia municipale. Il settimo punto prevede lo smantellamento delle infrastrutture paramilitari e delle milizie, comprese quelle travestite da scout. Questo approccio ha precluso interpretazioni autogestite del cessate il fuoco; i testi sono chiari. I progressi a sud del Litani sono rilevanti, ma rimangono modesti a livello nazionale. Ancora più preoccupante è la cecità volontaria verso i discorsi delegittimanti di Hezbollah e le affermazioni del presidente del Parlamento Nabih Berri sulla divisione tra sud e nord del Litani.
Si aggiungeva un’agenda di responsabilità e riforma autentica. Un clima positivo era nato dopo l’impegno del premier a riforme economiche e politiche nella prima apparizione televisiva, sottolineando la necessità di richiamare i libanesi qualificati dall’estero. L’obiettivo era invertire la tendenza migratoria da uscente a entrante, assumendo anche il peso del recupero e della ricostruzione. Il premier ha definito incostituzionali le leggi elettorali vigenti dalla fine della guerra civile nel 1990.
Dal giuramento presidenziale alla dichiarazione ministeriale, il Libano appariva sul punto di lanciare un progetto statale nazionale basato sul monopolio delle autorità legittime e su riforme finanziarie ed economiche fondate sulla responsabilità, con audit forense esplicitamente promesso. Tuttavia, il 2025 si è concluso senza che il controllo statale esclusivo sulle armi venisse realizzato. Le riforme finanziarie in corso sembrano sospette, saltando accountability e audit forensi nelle profondità della corruzione alla banca centrale, ai ministeri e alle banche commerciali. Un audit forense è fondamentale per identificare conti legittimi e illeciti e procedere a indagini giudiziarie; invece, il piano in pratica concede l’amnistia ai colpevoli di crimini finanziari, come quella concessa in passato per i crimini di guerra. La prima amnistia ha portato il Libano nel baratro; la seconda impedirà l’emergere di uno stato funzionante.
In questo contesto, procedere con le elezioni parlamentari previste per maggio (sotto il pretesto di rispettare la Costituzione e tutelare la neutralità delle autorità) tradirebbe le aspirazioni di una politica che garantisca diritti, libertà e sovranità dei cittadini. Sarebbero elezioni confezionate, che riprodurrebbero lo stesso sistema sotto leggi elettorali incompatibili con riforme strutturali come il megacentro e il diritto di voto degli espatriati per tutti i 128 deputati. Peggio ancora, si svolgerebbero all’ombra di armamenti illegittimi e in aree simili a ghetti, dove armi, incitamento e corruzione determinano le scelte elettorali. Tali elezioni genererebbero un Parlamento identico a quelli che hanno legalizzato la corruzione, protetto i corrotti, impedito il salvataggio del paese nel 2019 e ostacolato il cambiamento nel 2025.
Il completamento del disarmo e l’avvio di riforme genuine devono avere la precedenza sulle elezioni, consentendo al Libano di eleggere un Parlamento che non riproduca corruzione, isolamento e servilismo, riflettendo la volontà dell’elettorato e realizzando l’obiettivo di costruire la patria a lungo attesa che il Libano merita.
