Anno: 2026
Nel 2006 la Repubblica Democratica del Congo si preparava a vivere uno dei passaggi politici più delicati della propria storia contemporanea. Dopo anni di guerra civile, milioni di morti e il progressivo collasso dello Stato, il Paese africano affrontava le prime elezioni multipartitiche realmente competitive dalla caduta di Mobutu. Per l’Europa, però, il voto congolese non rappresentava soltanto una questione umanitaria o diplomatica. La stabilizzazione del Congo era diventata un banco di prova strategico per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, già impegnata nel Paese attraverso il sostegno alle Nazioni Unite e alle istituzioni di transizione. Fu in questo contesto che nacque EUFOR RD Congo, la missione militare europea dispiegata nel 2006 a supporto della MONUC per garantire la sicurezza del processo elettorale.
Nel giugno del 2003, mentre l’attenzione mondiale era concentrata sull’Iraq appena invaso dagli Stati Uniti, l’Unione Europea lanciò nel cuore dell’Africa centrale una missione militare destinata a cambiare la propria identità strategica.
Si chiamava Operation Artemis ed era, formalmente, una missione di pace. In realtà fu molto di più: il primo intervento militare autonomo dell’UE senza il supporto operativo della NATO, il primo dispiegamento europeo rapido fuori dal continente e il primo banco di prova della nascente Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD).
Power station: cos’è, come funziona e perché può diventare indispensabile nella vita quotidiana
Negli ultimi anni il modo in cui utilizziamo l’energia è cambiato profondamente. Se un tempo pensavamo all’elettricità come a una risorsa sempre presente e scontata, oggi molte persone hanno iniziato a valutare soluzioni alternative per avere maggiore autonomia e sicurezza.
Nel dibattito contemporaneo sull’informazione e sulla costruzione dell’opinione pubblica, due modelli teorici vengono spesso evocati per descrivere, da prospettive diverse, lo stesso fenomeno: la Finestra di Overton e la “fabbrica del consenso” di Noam Chomsky ed Edward S. Herman. Il primo analizza come le idee si spostano gradualmente tra ciò che è impensabile e ciò che diventa socialmente accettabile; il secondo mette invece a fuoco i meccanismi strutturali attraverso cui i media selezionano, filtrano e amplificano determinate narrazioni. Letture diverse, ma complementari, che insieme offrono una chiave interpretativa potente per comprendere come si forma — e si trasforma — il perimetro del dicibile nelle società contemporanee.
Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto in Medio Oriente non ha cambiato soltanto gli equilibri geopolitici: ha trasformato il confine stesso di ciò che consideriamo accettabile. Bombardamenti, assassinii mirati, rappresaglie regionali, distruzione urbana e linguaggi un tempo impensabili sono entrati progressivamente nel dibattito pubblico come elementi ordinari della cronaca quotidiana. Attraverso la lente della Finestra di Overton, il modello che descrive come le idee estreme possano diventare socialmente tollerabili, questo articolo analizza come Israele, Iran e Occidente abbiano spostato simultaneamente le proprie soglie morali e narrative, costruendo due realtà parallele incapaci ormai persino di condividere lo stesso vocabolario.
Il concetto di conflitto non convenzionale descrive una forma di guerra che si sviluppa al di fuori degli schemi tradizionali dello scontro militare tra eserciti regolari. A differenza della guerra convenzionale, in cui due forze armate si affrontano direttamente su un campo di battaglia identificabile, il conflitto non convenzionale si svolge in uno spazio molto più ampio e meno visibile: quello dell’informazione, della psicologia, dell’economia e delle reti digitali.
Nel lessico della guerra moderna, poche parole hanno avuto una traiettoria tanto longeva e adattabile quanto disinformazione. In ambito militare e strategico, essa non indica semplicemente la diffusione di notizie false, ma un insieme strutturato di operazioni informative finalizzate a influenzare le percezioni dell’avversario, indebolirne la coesione interna e alterarne i processi decisionali. Il termine russo dezinformatsiya (disinformatija), emerso e sistematizzato nel contesto sovietico del XX secolo, rappresenta uno dei precedenti più significativi di questa forma di conflitto non convenzionale.
Per anni abbiamo immaginato la propaganda come uno strumento di persuasione. Regimi autoritari, televisioni di Stato, slogan, narrazioni ideologiche: tutto sembrava orientato a convincere il pubblico della bontà del potere politico. Oggi, però, qualcosa è cambiato. La propaganda contemporanea — soprattutto quella sviluppata nel sistema mediatico russo — non punta necessariamente a farti credere a una versione dei fatti. Punta piuttosto a distruggere l’idea stessa che una verità esista davvero.
Negli ultimi anni l’espressione “Terza guerra mondiale” è tornata con forza nel dibattito pubblico internazionale. Politici, giornalisti, accademici e opinione pubblica utilizzano sempre più frequentemente questa formula per descrivere il clima di instabilità globale prodotto dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni tra United States e China, dall’escalation in Medio Oriente e dalla crescente competizione tecnologica tra grandi potenze. Sebbene una guerra mondiale nel senso tradizionale del termine non appaia inevitabile, il ritorno di questa retorica rivela una profonda trasformazione della politica internazionale contemporanea.
Nel 2017 il politologo americano Graham Allison pubblicò il libro Destined for War, un’opera destinata a diventare uno dei testi più discussi nel campo delle relazioni internazionali contemporanee. Il sottotitolo del libro, Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, sintetizza il nucleo centrale dell’analisi: gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a evitare il conflitto che storicamente accompagna le transizioni di potere tra grandi potenze?